Aspettando Godot regia di Theodoros Terzopoulos

Stefano Randisi, Paolo Musio (in alto), Giulio Germano Cervi (in basso), Enzo Vetrano in Aaspettando Godot.

Il regista ripropone il capolavoro di , Aspettando Godot, uno dei classici del teatro dell'assurdo specchio dell'uomo contemporaneo. Il regista greco, tra i protagonisti della ricerca teatrale, è ritenuto uno dei maestri del teatro novecentesco sulla scena internazionale.

Aspettando Godot è stato scritto alla fine degli anni Quaranta e pubblicato nel 1952 in francese calcando il palcoscenico per la prima volta a Parigi al Theatre de Babylone: era il 5 gennaio 1953. Questa pièce è una delle opere iconiche del teatro del secolo scorso, tanto da divenire un modo dire per indicare un'attesa assurda che può richiamare per certi versi Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. La storia ruota intorno alla conversazione tra due personaggi che sono come sospesi in una condizione di attesa che non approda da nessuna parte.

Theodoros Terzopoulos sceglie un'ambientazione futura o futuribile di un mondo in rovina astrarsi dal contesto storico e proporre una riflessione sul senso del vivere e le possibilità di realizzare una vita degna di essere vissuta, una modalità originale che lo ha reso noto quella con cui affronta i testi classici e la tragedia greca. «Tutto deve essere profondamente radicato nella tradizione – ha dichiarato il regista – deve poter attraversare la realtà del presente ed essere indirizzato verso il futuro. Il riflesso dal futuro probabilmente potrebbe essere la realtà che desideriamo. Una realtà nuova».

Aspettando Godot - Stefano Randisi, Enzo Vetrano - foto di Johanna Weber
Stefano Randisi, Enzo Vetrano in Aspettando Godot – Foto di Johanna Weber

La vicenda di Beckett diventa un paradigma, un modello per leggere una singola storia e assurge a categoria universale. Qui come in molta letteratura del Novecento l'assurdità della condizione umana, incomprensibile, la disgregazione dell'io che non è più sicuro di nulla, nemmeno del tempo che passa si sposa con quella della guerra: se la prima è incomprensibile, la seconda è inaccettabile e colora di un senso tragico il disorientamento.
Il non sapere come condizione di arrivo dell'uomo sgomenta tanto che i due personaggi si chiedono in continuazione se sono felici ma non lo sanno, se non vedendo via d'uscita vogliano impiccarsi ma senza redenzione nemmeno la morte è una promessa.

Sono due le risposte possibili nel dramma Aspettando Godot, ha commentato il regista: «La prima è il tentativo di comunicare e coesistere con l'Altro, nonostante gli ostacoli, anche quando questi sembrano insuperabili. La seconda è il tentativo di mettersi in comunicazione con l'Altro dentro di noi, quest'area buia e imperscrutabile densa di desideri repressi e paure, istinti dimenticati, regione dell'animalesco e del divino, in cui dimorano la pazzia e il sogno, il delirio e l'incubo. Questo è il viaggio che cercheremo di fare: verso l'Altro dentro di noi e verso l'Altro al di fuori di noi, all'opposto, lontano da noi».

Il tema dell'incomunicabilità da in avanti ha attraversato la letteratura e il teatro del Novecento passando ad esempio da Huis clos di Jean-Paul Sartre – tradotto in italiano con A porte chiuse – dove l'esito è claustrofobico, secondo il quale l'Inferno sono gli altri ed è questa la vera condanna, in un mondo senza dio.

 Terzopoulos ha concluso: «i personaggi beckettiani si muovono in una zona grigia, in un paesaggio del nulla, quello dell'annientamento dei valori umani. […] Il sarcasmo alla ricerca di una fine che non ha fine è l'espressione dominante dei loro esercizi di sopravvivenza. […] Ogni nuovo inizio è la definizione di una nuova fine. Pessimismo estremo. I personaggi tacciono aspettando la rivelazione dell'indicibile, che non si rivela mai. Alcune domande, che riguardano la natura umana e il futuro, forse avranno risposte, la maggior parte però no. Forse alcune arriveranno dagli stessi spettatori. L'arte del teatro esiste e persiste proprio in virtù̀ delle domande senza risposta». Rispetto alla tragedia antica e alla sua ruota tragica non c'è nessuna catarsi; rispetto al dramma cristiano nessuna redenzione; rispetto a Pirandello nessuna ‘consolazione' neppure attraverso la letteratura che con la sua ironia riesce a prendere la giusta distanza dalle cose consentendo per lo meno un'esistenza nel segno della consapevolezza.

La scena visibile prima dello spettacolo, un quadrato, un muro grigio scuro attraversato da righe luminose che formano una croce; un mazzolino di fiori deposto a terra, forse come ad alludere a una tomba e suoni metallici, rumori urbani.
La scenografia fissa diventa mobile, si scompone e si ricompone in forme geometriche, rigorose, essenziali, quasi asettiche perché non riconducibili a oggetti. È l'idea, il concetto che passano con grande raffinatezza.
Le luci sono dosate sapientemente e la drammaticità non perde la compostezza estetica come quando scendono dall'alto coltelli insanguinato o libri vergati di sangue in una scena finale che sembra incendiarsi.
La musica e i suoni alternano rumori, suoni gracchianti della vita urbana; a evocazioni di scenari di guerra; intervallando musica antica, classica, lirica con grande sapienza senza che mai sia invasiva.
I costumi sono senza tempo, stracci, abiti laceri, qualche allusione allo stile militare e abiti macchiati di sangue.
L'interpretazione certamente valida sposa con il linguaggio del corpo la dissoluzione della parola: gesti ripetitivi, sgraziati, ossessivi che esasperano oltre modo la partitura suscitando anche qualche ilarità nel pubblico. In realtà il sarcasmo è amaro e mi pare incomprensibile che porti al sorriso.

In qualche modo il teatro del regista greco mette insieme la tragicità antica con l'insensatezza contemporanea sprofondando in un non-senso dal colore grigio fumo.

Ilaria Guidantoni

Piccolo Teatro Grassi Milano
fino al 10 marzo 2024
Aspettando Godot
di Samuel Beckett
copyright Éditions de Minuit
traduzione Carlo Fruttero

regia, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con (in ordine alfabetico) Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano e Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola
musiche originali Panayiotis Velianitis
consulenza drammaturgica e assistenza alla regia Michalis Traitsis
training attoriale – Metodo Terzopoulos Giulio Germano Cervi
Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini in collaborazione con Attis Theatre Company

Durata: 90 minuti senza intervallo
Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16.

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