Atletica leggera italiana e internazionale. A colloquio con Nicola Roggero

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Siamo nel pieno della stagione di atletica leggera tutta proiettata ai Mondiali di di Doha e abbiamo approfittato della disponibilità di Nicola Roggero per rivolgergli alcune domande.
Nicola Roggero è giornalista Sky di grande esperienza e con precedenti collaborazioni con “La Voce”, “Corriere della Sera” e “Tuttosport”, inviato per  i principali avvenimenti sportivi, dalle Olimpiadi ai mondiali di calcio ai mondiali di atletica. In particolare è specializzato nelle telecronache di calcio inglese, atletica e football americano.

Lei ha scritto «Caro Nemico» dove, con tutta la passione e l’amore per lo sport che la contraddistingue, sono raccontate, tra amicizie e rivalità, 12 storie di sport. Storie epiche, di discipline le cui caratteristiche spesso appartengono alla memoria tante sono le diversità. Tra queste ci sono quelle di Alain Mimoun Ould Kacha maratoneta e mezzofondista francese in eterna concorrenza con il cecoslovacco Emil Zátopek, oppure quella della mezzofondista neozelandese. Nikki Hamblin e l’americana Abbey D’Agostino che a Rio 2016 si aiutano a vicenda per concludere la gara o Jesse Owens salutato, alle Olimpiade della Germania nazista, dal lunghista e triplista tedesco Lutz Long. Vede delle storie come queste nell’atletica di oggi?
Si. E per un motivo su tutti. L’atletica è lo sport più universale, praticato in tutto il mondo. Non c’è un solo angolo del globo, da un deserto africano a una spiaggia caraibica, di fiordi norvegesi alle isole del Pacifico in cui non si corra su un sentiero, si salti in uno spiazzo o si lanci un oggetto. Dunque, il tuo rivale può nascere dappertutto, in un posto distantissimo dal tuo: sarà quello che farà di tutto per impedirti di vincere, ti farà sputare l’anima per batterlo e sul momento puoi anche detestarlo. Ma, in realtà, è uno animato dalla tua stessa passione, ha i tuoi stessi sogni e fatto i tuoi stessi sforzi. Non puoi non essere amico di qualcuno che condivide così tanto con te. Ed è per questo che simili storie continueranno ad esserci.

Al Golden Gala di quest’anno ci sono stati circa 38.000 spettatori, non tutti paganti. In Italia accade una sola volta e a Roma che l’atletica abbia un po’ di visibilità. Cosa manca perché la regina dello sport assurga agli onori che merita? 
A trascinare l’entusiasmo sono sempre i personaggi. Pensiamo nello sci a Thoeni, Gros e alla valanga azzurra, poi a Tomba e Compagnoni. O nel tennis a Panatta e alla squadra di Davis. In atletica abbiamo avuto Mennea e Simeoni, oggi la fortuna di contare su Tamberi e Tortu che stanno trainando il movimento e ci sono segnali di importanti risultati da altri ragazzi (Re, Osakue e Bogliolo). Credo che il futuro, anche con l’aiuto delle tv, possa essere molto buono.

Gli European Games (21-30 giugno) a Minsk hanno fatto da test per un nuovo sistema, il Dynamic New Athletics (DNA). Un modello basato sulla squadra e che vede un primo turno di qualificazione con le squadre miste ammesse in base al ranking ufficiale e poi quarti, semifinali e finale. Che ne pensa del sistema e della manifestazione?
Sarò sincero: la formula degli European Games non mi è piaciuta. Meglio, mille volte meglio, la vecchia cara Coppa Europa. Che rispettava la tradizione e assicurava emozione e grandi risultati.

L’appuntamento importante sarà il Mondiale outdoor di Doha (27 settembre – 6 ottobre) dove al momento, le atlete e gli atleti italiani si sono qualificati in 11 discipline e alcuni sono molto vicini al risultato di qualifica come la Malavisi nell’asta o la Fabbri nel peso, e la Vincenzino e Jacobs entrambe nel lungo. Oltre al fenomeno Tortu chi potrebbe regalarci una medaglia?
Le medaglie in atletica sono sempre complicate. Direi la marcia (Palmisano, Giorgi e Stano), spero molto in Tamberi e potrebbe saltar fuori una sorpresa dalle staffetta (4×100 uomini e 4×400 donne).

Cosa ne pensa dell’idea del Comitato Olimpico Internazionale sull’introduzione ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 di gare miste quali la 4×400 nell’atletica leggera, la 4×100 nel nuoto e di prove miste in altre discipline per accrescere la parità di genere?
Direi che può essere una buona idea. A condizione che l’ordine degli staffettisti sia preordinato (esempio uomo-donna-donna-uomo) per tutti. È imbarazzante veder gareggiare ragazzi contro ragazze nella stessa frazione, ci sono in media 6 secondi di differenza sui 400.

Il caso del giorno torna ad essere quello di Mokgadi Caster Semenya, mezzofondista e velocista sudafricana, due volte campionessa olimpica degli 800 metri piani e tre volte campionessa mondiale della stessa specialità. Premesso che Mokgadi Caster era, è e resterà donna, perché un diverso livello di testosterone non cambia il suo essere, dopo dieci anni siamo punto e a capo. Il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna (TAS) ha sentenziato che, a meno che l’atleta non decida di sottoporsi a una cura per ridurre il livello di testosterone, non sarà più autorizzata a gareggiare nella propria categoria di appartenenza, quella femminile. Che opinione ha in proposito?
Vicenda complicatissima. Si tratta di rispettare i diritti di gareggiare (e non solo) di Caster con quelli delle altre atlete che si trovano di fronte una ragazza dal livello di testosterone inusuale per una ragazza. Non è facile, ma credo che la IAAF abbia il diritto di normare la questione per assicurare l’equità competitiva.

Un’ultima domanda: se pensa ai tre migliori atleti dell’anno, senza distinzioni di genere e non necessariamente per il risultato sportivo, chi suggerirebbe?
Lyles, Miller-Uibo, Lasistkene.

Ciro Ardiglione

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