Atti osceni di Moisés Kaufman.

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Scrivere di Atti osceni di Moisés Kaufman non può prescindere dal guardare alla storia di questo straordinario autore, guardare alla sua “vocazione” di dedicarsi a Oscar Wilde visto nella fase finale della sua carriera professionale e della sua vita.

Moisés Kaufman, regista e drammaturgo venezuelano, naturalizzato americano, ha ricevuto dal presidente Obama la prestigiosa Medal of Arts, fondatore del Teotonc Theatre Project di New York. L’occasione per ascoltarlo è stata la sua presenza a Milano per la messa in scena del suo lavoro al Teatro Elfo Puccini. Ebreo di origini ucraine, studente a Caracas presso la scuola religiosa ebraica che metteva quindi al centro dello studio le fonti e le molteplici interpretazioni dei precetti religiosi, Moisés ha avuto l’opportunità di recarsi spesso con i suoi genitori negli Stati Uniti e di assistere alle grandi produzioni di Broadway.
La sua formazione l’ha sempre visto come facente parte di una minoranza, prima come ebreo poi come omosessuale poi come studente latino-americano durante i suoi anni dell’Università a New York.
La compagnia che Kaufman ha fondato a New York ha iniziato la sua attività con il teatro sperimentale vivendo anche anni molto difficili.

L’epifania professionale per Kaufman avviene quando approfondendo le vicende processuali di Oscar Wilde apprende che nel corso del processo all’artista viene chiesto di giudicare la sua stessa arte, nello specifico se “Il ritratto di Dorian Gray” fosse un libro morale o immorale.
Questo è per Kaufman uno degli eventi più importanti nella storia dell’arte negli ultimi 200 anni da lì la scelta di dedicarsi allo scrittore irlandese creando una sceneggiatura originale incentrata sulle vicende processuali di Wilde.

Kaufman ha rilevato in Oscar Wilde la capacità di far ridere di i vittoriani di sé stessi e di riuscire contemporaneamente a veicolare un messaggio politico e sociale importante. La genesi di “Atti osceni” è lo studio di tutti i documenti dei processi, di tutte le testimonianze e punti di vista, una raccolta ed uno studio meticoloso e dettagliato.
Il testo “atti osceni” di Kaufman porta in scena l’avvincente ricostruzione dei tre processi dei quali fu protagonista Oscar Wilde.

Ciro Masella e Giovanni Franzoni in Atti osceni di Moisés Kaufman. Foto Laila Pozzo

Sul palco dieci attori danno volti e voci ad una miriade di protagonisti tra imputati, accusatori, avvocati, pubblici ministeri, magistrati, testimoni, giornalisti. Grande merito a Kaufman di citare continuamente le fonti alle quali il concatenarsi degli eventi, nella ricostruzione teatrale, è ancorata. Fonti che comprendono sia le interpretazioni soggettive dalle biografie dei protagonisti, scritte spesso a decenni di distanza da quagli eventi, sia gli atti processuali oltre che ovviamente tutto quanto pubblicato dalla stampa sui processi in quei mesi.
Ricostruzione appassionata e serrata dove la storia compie un’inversione a U e un Oscar Wilde inizialmente accusatore per diffamazione del padre di quello che fu il suo amante, si trova accusato egli stesso di aver perpetrato con giovani uomini il “peggior crimine dell’umanità”.
È un Oscar Wilde all’apice della fama, un’artista affermato presso i suoi contemporanei con le sue opere. Il fustigatore della società vittoriana fondata sulle apparenze che in maniera così tagliente e ironica Wilde aveva rappresentato in L’importanza di chiamarsi Ernesto viene isolato, arrestato ed espulso dalla società stessa. La legge che puniva atti osceni tra uomini firmata dalla regina Vittoria si abbatte contro lo scrittore facendolo condannare a due anni di carcere con lavori forzati.

L’Oscar Wilde che Kaufman ci restituisce in “Atti osceni” è molto lontano dall’Oscar Wilde superficiale e dandy conosciuto sui libri di scuola, incontriamo un uomo consapevole del ruolo politico e sociale della sua arte di come le sue opere portate a teatro servissero per veicolare importanti e scomodi messaggi al pubblico, un uomo che rispondendo della propria vita e dei risultati delle proprie creazioni difende la libertà e il diritto dell’artista all’anarchia nel proprio processo creativo per dare origine ad opere che svincolate dalle regole possano parlare di libertà, di relazioni e sesso rendendo conto solo alla bellezza e non alla moralità.

Il convincente interprete Giovanni Franzoni ci restituisce un Oscar Wilde che trasmette tutta la sua impotente frustrazione di fronte all’istituzione inglese, un uomo che argomenta con profonde motivazioni filosofiche le sue scelte, ma ben consapevole che queste non possono essere comprese nelle aule dei tribunali. Altrettanto fedele al personaggio che Kaufman desidera restituirci risulta l’interpretazione che da Riccardo Buffonini di Lord Alfred Douglas, capriccioso amante di Wilde e responsabile delle sua rovina.

La società vittoriana che metteva la forma al di sopra della sostanza, che valorizzava l’apparenza e non la sostanza, il nome piuttosto che l’individuo, non ha comprensione e compassione e sarà inflessibile nella condanna dell’artista, “ripulendo” e “restaurando” sé stessa.

La notte in cui Oscar Wilde fu arrestato 600 uomini lasciarono precipitosamente l’Inghilterra cercando rifugio in Francia. La legge che puniva “atti osceni” tra uomini fu fatta decadere ufficialmente solo nel 1967, molti dei gentiluomini che viaggiarono alla volta di Calais quella notte non tornarono più in patria.
Adelaide Cacace

Teatro Elfo Puccini – Milano
fino al 26 gennaio

Atti osceni
I tre processi di Oscar Wilde
di Moisés Kaufman

traduzione Lucio De Capitani
regia, scene e costumi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
con Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino,
Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico
produzione Elfo Puccini

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