Auditorium Parco della musica. Lou Reed, l’ultimo poeta americano

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Cos’è la poesia? Un soffio di vento tenue che si insinua nell’anima o un uragano vorticoso che ti strappa il cuore?
Dov’è la poesia? Bussa alle porte del paradiso o vaga per le strade di una città deserta? Chi è il poeta?  Colui che intinge la penna nell’oro e l’argento o l’ angelo vendicatore nelle pieghe della notte, aspettando di vedere la luce.

 


Lou Reed. Tour 2011

Nel 1966, a New York, un giovane uomo decise di prendere su di sé il peso dei peccati di questo mondo. In una società che si preparava al subbuglio, cantò non quello che desiderava, come la maggior parte dei giovani, intenti a cavalcare la tigre della rivolta generazionale, ma ciò che vedeva intorno a sé e dentro di sé. E come poteva farlo, se non imbracciando una chitarra elettrica e percorrendo la strada che Elvis aveva indicato? Vagando tra sotterranei vellutati, nella bizzarra corte di Andy Warhol, fra Edie Sedwick, Viva Superstar, drag queens, attori dediti a flirt pericolosi con sostanze proibite, pittori, fotografi, artisti più che altro di sé stessi, inscenò colonne sonore ora dolci ora estreme, quasi alle pendici della follia, alle allucinazioni distorte del platinato filosofo postmoderno. Qui conobbe Nico, voce profonda e bellezza altera, cui dedicò versi sublimi da dolce stilnovo, e Madame Heroin cui dedicò parole altrettanto d’amore e di dedizione. Tra schiocchi di frusta e servitori in pelle lucente vide brillare sangue di differenti colori fatti di lacrime. E mentre altri coglievano allori e folle osannanti, (in quei tempi di baccanali ed espansioni di coscienze, chi ti metteva con le spalle al muro e ti costringeva a fare i conti con le tue fragilità e le tue nevrosi era malvisto) i Velvet Underground erano costretti per sbarcare il lunario a elemosinare ingaggi in improbabili locali di provincia dove pochi freaks e sbandati non trovavano facile divertimento, ma dovevano venire a patti con quel magma sonoro mostruoso…e le leggende narrano che pochi li abbiano visti dal vivo, ma quei pochi formarono tutti a loro volta delle band.

Alla fine degli anni sessanta, quando la corsa finì ed il mondo era esattamente come lui l’aveva descritto, l’uomo si  ritrovò solo nella metropoli, amareggiato e disilluso con un biglietto d’aereo per Londra dove il  devoto David Bowie  lo aiutò a volare finalmente in cima alle classifiche cantando di passeggiate sul lato selvaggio e giornate perfette. Ma il motto “Batti il ferro finchè è caldo”, così caro all’industria discografica, non faceva parte del suo immaginario e Lou se ne uscì con uno dei più incredibili e profondi album degli anni settanta, quel Berlin che scorticava la sua anima precaria e rendeva dignità poetica alla devianza. La mossa successiva fu di nuovo spiazzante…la tournee di un disco così intimo, quasi cameristico, sarebbe passata alla storia come una delle più mirabolanti e fragorose esplosioni di rock all’ennesima potenza…con una band fantasmagorica, diretta da due killer della chitarra come Dick Wagner e Steve Hunter, Lou Reed si trasforma nell’animale del rock’n’roll, pelle nera, borchie  e make up e mette a ferro a fuoco l’Europa e la costa est americana, provocando disordini d’estasi e tumulti elettrici. I classici dei Velvet Underground vengono trasfigurati  da una luce metallica di chitarre possenti, laddove nei dischi originali sembravano timidi bagliori elettroacustici. Il riff di Sweet Jane riscrive le basi del rock moderno, Heroin è un monumento di undici minuti, quasi una messa pagana che procede fra gli alti e bassi degli stati d’alterazione chimica, I’m waiting for my man e White light/White heat, ipercinetiche e anfetaminiche, hanno a che fare con la dura vita di chi cerca paradisi artificiali. Se ascoltate bene il disco, alla fine di Lady Day, tra i deliri della folla della Howard Stein’s Academy di New York City (sì, lo ammetto, è il concerto a cui più di ogni altro avrei desiderato assistere) un ragazzo urla rock’n’roll e, come per incanto, Rock’n’roll parte… Lou Reed cavalca la musica e narra la storia dell’adolescente Jenny la cui vita fu salvata dal rock’n’roll…e quante nostre vite parimenti lo furono?

A ben guardare l’arte di Lou Reed è l’epitome degli anni settanta, anni intensi, terribili e sublimi, dove i confini erano linee virtuali che avevano ragion d’essere solo per essere scavalcati…
Per chiudere i rapporti con la Rca diede allora alle stampe lo sberleffo supremo, il più rivoluzionario e rumoroso disco di tutti i tempi, Metal Machine Music e sfido chiunque ad averlo sentito per intero,  quattro facciate di sibilo chitarristico e anarchismo rumoristico che avrebbe influenzato il punk e la musica a venire.
L’uomo che riemerge da quel rumore, tuttavia, è una persona nuova, che piano piano e faticosamente sta cercando di tenere a bada i suoi fantasmi, mentre gli si aprono le porte dell’olimpo dello star system…intorno ai soliti tre accordi costruisce album sempre diversi…il nero e quasi rythm’n’blues Sally can’t dance, Coney Island Baby, l’elegia suprema a New York,
Rock’n’roll heart, la sua definizione di stupid music, il teatro sperimentale di Street Hassle e The Bells, Take no Prisoners, lo sproloquio del crooner notturno fra le spire fumose del Bottom Line.

 


Lou Reed.Roma Auditorium Parco della Musica, 2007. Foto Studio Maggi

All’alba degli anni ’80, Reed torna in Italia, cinque anni dopo la storica cacciata del Palaeur di Roma, agnello sacrificale di una stagione di violenze e contestazioni agli impresari padroni della musica, per iniziare un rapporto di amorosi sensi con il nostro paese che non si è più interrotto. Il tour supporta il nuovo disco che si intitola significativamente Growing up in public (crescendo in pubblico) e ciò dà la cifra del suo percorso artistico/esistenziale e delle sue famose risposte alle domande della stampa “sì”, “no”, “forse”, come a dire “quello che volete sapere di me, è scritto nelle canzoni”.
E qui ci fermeremo con la storia, perché “The Sweet Tooth Tour 2011”, ben 8 date in Italia sparse in tutta la penisola, è imperniato proprio sul suono e sui brani della fine degli anni settanta, tralasciando quasi tutti i classici di sempre, esclusa la pietra angolare Sweet Jane; privilegiando una scaletta che recupera canzoni quasi mai eseguite dal vivo negli ultimi trent’anni ed un incredibile florilegio di gemme dei Velvet Underground. La seconda parte del concerto prevede la sequenza da brivido Venus in Furs, Sunday Morning e Femme Fatale e posso immaginare l’isteria degli amanti…l’ultima volta all’Auditorium, nel 2007, Lou Reed aveva portato il suo album maledetto Berlin con una rappresentazione quasi teatrale, per la regia di Julian Schnabel, che rendeva finalmente giustizia e adeguato riconoscimento al suo capolavoro. Ora, quattro anni dopo, sulla soglia dei settant’anni, con la naturale distanza e prospettiva storica, ritorna con alcune delle musiche più sperimentali che abbia composto nella sua carriera, ma anche questa volta non sembra un punto d’arrivo perché la prossima mossa sarà un disco insieme ai….Metallica.

Mario Barricella

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