Auguri, ultimo cowboy. Clint Eastwood compie 90 anni

Clint Eastwood il corriere the mule
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Non al cowboy gelido ma buono di Sergio Leone, non al poliziotto senza remore della serie di Dirty Harry, nemmeno al meraviglioso anziano patriota Walter “Walt” Kowalski (il suo mancato Oscar grida ancora vendetta) di Gran Torino e neanche agli epici William “Will” Munny e Frankie Dunn (e quei due film gli Oscar li hanno presi).

Basta pensare al fragile Red Stovall e alla sua piccola ragazza ossuta, celebrata per tutto Honkytonk Man, che nel 1982 diresse e interpretò mettendo in risalto la figura del cantautore perdente che crepa sputando sangue ma dedicando all’amore perduto la sua ultima canzone. Personaggio celeberrimo che è stato poi ripreso da tanti, e con successo maggiore. Ultimo in ordine cronologico proprio il suo allievo Bradley Cooper in A Star is Born: anche se era un rifacimento, il regista ha messo al centro lo stesso rocker, con qualche ammiccamento in più.

Clint Eastwood and Marty Robbins in Honkytonk Man (1982)

Basta pensare, dicevo, a un film così piccolo e misconosciuto per capire la grandezza dell’artista di cui stiamo parlando. Uno che ha imparato da maestri come il già citato Leone o Don Siegel, ed ha fatto sua talmente tanto la lezione da lasciarli (rifiutò C’era una volta il West!) per camminare da solo e superarli, cimentandosi in generi diversi fra loro come nessun altro nella storia.

Clint Eastwood, leggenda vivente della settima arte, compie 90 anni oggi, 31 maggio 2020, e vorremmo che ne vivesse almeno altri 20. Il suo marchio di fabbrica è lo stile classico, senza effetti speciali e fronzoli, un ciak e via. C’è poco tempo, potrei prendere un colpo questa sera e stramazzare sulla mia fetta di torta al limone. Quello del classico è l’unico stile in cui si possa incasellare il maestro di Carmel, California, che ha dato prove di genio in western, musical, drammi, guerra, commedie, biografie (pure troppe) e persino nella fantascienza. Chi altro lo ha fatto?

Clint Eastwood è un patrimonio dell’umanità. E se ha simpatie repubblicane vuol solo dire che i grandi non hanno collocazioni politiche, i grandi sono grandi, e possono pensarla come cazzo vogliono. Vanno valutati solo dall’arte che ci regalano, senza mentire. Senza volersi per forza comprare la critica liberal e senza essere la star di questa o quella raccolta fondi televisiva e patinata del piffero. Cose da cui è sempre stato alla larga, preferendo lavorare, scegliendo di non lasciare il set nemmeno se scoppia un incendio (fatto recentemente accaduto). Se non fossero su due sponde politiche completamente opposte, lo definirei lo Springsteen del cinema. Peccato che non penso che i due si siano mai parlati, un peccato mortale.
Gli manca un grande riconoscimento come interprete, speriamo lo faccia ancora, l’attore, almeno una volta, perché in The Mule la sua maschera è stata indimenticabile. E speriamo che chi di dovere stavolta se ne accorga. Sarebbe un grande rimpianto.
Auguri, ultimo cowboy, altri 20 di questi film.

Marco Quaroni Pinchetti

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