Autonomia differenziata: LEP e unità nazionale a rischio concreto

Costituzione italiana articolo 3

Il disegno di legge sull'autonomia differenzia predisposto dal ministro Roberto Calderoli è stato approvato all'unanimità dal Consiglio dei Ministri e potrà ora iniziare il suo lungo iter parlamentare. Infatti, il percorso legislativo è abbastanza complesso perché vede coinvolti molti soggetti istituzionali; dal Governo – tramite diversi ministeri coinvolti – alle richiedenti, dalla Conferenza Stato-Regioni per poi approdare in Parlamento. In questa sede, l'intero pacchetto normativo dovrà essere approvato a maggioranza assoluta dalle Camere.

Se il disegno di legge sull' è giunto pressoché a fari spenti all'attenzione nazionale, è perché oltre alla drammatica apprensione generata dall'assurda guerra russo-ucraina che ha assorbito ogni forma di interesse, i tre partiti che formano la coalizione di governo si sono divisi tacitamente le fette di interesse a loro più gradite – semipresidenzialismo obiettivo di Fratelli d' e, appunto, autonomia differenziata per la – per portare a compimento quello che continuano a chiamare riforma dello Stato e non sfascio completo di una unità nazionale già fortemente in bilico per le costanti frizioni tra Nord e Sud, per quel divario di qualità della vita che spinge ancora di più il Meridione su di un piano sempre più paurosamente inclinato.

Ora che le conseguenze di questo nefando mercato pre-elettorale stanno prendendo forma organica. Appare evidente come le leve per gestire una trasformazione forse irreversibile dello Stato, stiano tutte in mano della Lega con Calderoli al ministero per gli Affari regionali e le Autonomie, con a quello delle Infrastrutture e dei Trasporti che, ricordo, non riguarda solo questi ultimi bensì «è la struttura esecutiva dello Stato responsabile dell'identificazione delle linee fondamentali dell'assetto del territorio con riferimento alle reti infrastrutturali e della gestione del sistema delle città e delle aree metropolitane nazionali, di politica urbana e di edilizia abitativa, nonché di attività relative ai trasporti e alla viabilità» e Giancarlo Giorgetti al ministero chiave dell'dell'Economia e delle Finanze [1].

L'ipotesi che il Paese possa sbriciolarsi sotto il peso generato da scriteriati accordi concordati a salvaguardia della maggioranza, a questo punto più che un pericolo è quasi una certezza. Ma ora che si sta giocando una partita fondamentale per il futuro del Paese, è bene e doveroso che nessun partito politico si dichiari esente da responsabilità perché il tema dell'autonomia differenziata e della sua utilità, fu introdotto dal governo di centro-sinistra (Presidente del Consiglio Giuliano Amato) nel 2001 attraverso la riscrittura del Titolo V della Costituzione, modificando l'assetto del governo territoriale con conseguente alterazione dei  tradizionali rapporti tra Stato centrale e enti periferici. Non solo, ma le prime intese fra le Regioni maggiormente interessate a questa forma di autonomia – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – portano nel 2018 la firma del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Quindi direi di non ubriacarsi  più usando sostantivi ad effetto, come spesso accade alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, quando parlando di «Nazione» o di «patrioti» afferma che non esistono cittadini di serie A e di serie B; perché nella realtà dei fatti è falso. Perché questa spaccatura esiste e perché, le piaccia o meno, questa è la realtà di oggi.

E allora proprio non si riesce a capire come potrebbe questa autonomia differenziata colmare le disuguaglianze quando, per fare solo un piccolo esempio, nel campo dei servizi sociali la Giunta regionale lombarda nel 2022 ha stanziato € 18.430.000,00 per agevolare le famiglie in affitto in locali di proprietà dei Comuni fino ad un massimo di € 1.850 per nucleo familiare [2], mentre la Regione Calabria per lo stesso servizio pur avendo avuto a disposizione  € 14.500.000,00 ha potuto concedere al nucleo familiare di 4 persone in evidente disagio la misera cifra di € 320 [3].

Un altro dei percoli insiti nella riforma risiede proprio nello stravolgimento dei meccanismi di redistribuzione che sono uno da delle fondamenta di uno Stato unitario che è tenuto a rimuovere le disuguaglianze erogando servizi tendenzialmente uniformi su tutto il territorio, tanto più in quelle zone ad evidente disagio economico e sociale. Ed è difficile immaginare, come pensano dalle parti della Lega e tra i Presidenti delle Regioni del Nord, che la maggiore autonomia su tante discipline costringa le regioni più deboli a migliorare comunque la qualità dei servizi al cittadino attraverso un efficientamento delle risorse che saranno irrimediabilmente minori con l'autonomia differenziata.

Qui, su questa traiettoria, si gioca poi la partita cruciale sulla definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), cioè la garanzia della salvaguardia su tutto il territorio della Repubblica dei diritti civili e sociali che, proprio per loro natura, sono di esclusiva competenza dello Stato. Il problema, come si può intuire, non è soltanto nella definizione dei singoli LEP bensì nella quantificazione delle risorse che si dovrebbero mettere a disposizione per la loro attuazione. In altre parole, quanti miliardi servirebbero?
A tutt'oggi non ci sono indicazioni precise in tal senso – si parla vagamente di 10/15 miliardi o forse più – e allora viene da chiedersi se lo Stato, per attuare l'autonomia differenziata che comunque costerebbe tanto, sia veramente disposto a sottoporsi ad una cura dimagrante privandosi di spazi in ambito politico/economico/finanziario solo per far brillare la stella di tre Regioni.

Inoltre come spiega il Presidente di Salutequità, Tonino Aceti andrebbe effettuata prima un'analisi dei bisogni e dei diritti che vanno soddisfatti, cosa che non è stata fatta, e

«i Lep dovrebbero teoricamente rappresentare un'opportunità e una maggiore garanzia per i cittadini, poiché dovrebbero comportare certezza, rafforzamento e allargamento del perimetro dei diritti esigibili nei diversi settori delle politiche pubbliche, rispetto allo status quo. Per questo, metodologicamente, sarebbe necessario partire dai nuovi diritti che si sceglie politicamente di voler garantire ai cittadini, “piegando” le politiche di bilancio verso la loro piena sostenibilità e non il contrario come invece purtroppo sembrerebbero prevedere le norme sull'autonomia differenziata. La relazione illustrativa del Ddl prevede, infatti, che partendo da una ricognizione del quadro normativo e della spesa storica dell'ultimo triennio, sostenuta dallo Stato in ogni Regione, si proceda successivamente alla determinazione dei Lep, costi e fabbisogni standard» [4].

Tornando ai rapporti tra Stato e Regioni e ai poteri politico amministrativi, abbinati ad una più ampia disponibilità di risorse da parte di alcune, è probabile che ne verrebbe sbilanciato il quadro generale della politica e potrebbe accadere quanto il professore di Diritto Costituzionale Massimo Villone sintetizza acutamente:

«Se un governatore (di una Regione, ndr) mettesse le mani sulla scuola, sull'energia, sui porti, gli aeroporti, le ferrovie, i beni culturali o altro, anche gli altri vorrebbero farlo, non potendo concedere un vantaggio competitivo. Toti vuole il porto di Genova, Giani vuole l'energia e la Galleria degli Uffizi, Zaia vuole tutto di tutto e conferma la pretesa veneta alle 23 materie possibili. Avviare l'autonomia differenziata significa dare inizio in tempi comunque brevi al disfacimento della Repubblica una e indivisibile» [5].

Va anche fatta attenzione su un altro problematica correlata agli effettivi interessi del Paese nella sua globalità. In un'approfondita analisi sul tema degli interessi nazionali, Gianluigi Coppola – ricercatore confermato in Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche (DISES) dell'Università degli Studi di Salerno – spiega le ragioni per cui «il progetto di Autonomia differenziata non sembra rispondere a interessi nazionali di lungo periodo ma ad interessi regionali di breve periodo, principalmente perché non tiene in conto le interrelazioni tra le regioni del Nord e del Sud. […] considera in particolare il capitale umano che si forma al Sud e emigra al Nord e mette in guardia contro il rischio che con l'autonomia si riducano i livelli di istruzione e di salute al Sud con effetti negativi per l'Italia e anche per il Nord» [6].

Queste osservazioni non devono essere considerate come esternazioni dottrinarie bensì come la spia di una sempre più decisa opposizione alla pratica applicazione dell'autonomia differenziata e l'ultimo appello è stato lanciato dal presidente dell'Associazione Nazionale Comuni d'Italia (ANCI) Antonio Decaro, che ha presentato alla conferenza unificata Stato-Regioni ed Enti Locali un documento nel quale l'ANCI

«raccoglie le preoccupazioni dei Comuni sull'individuazione e finanziamento dei livelli essenziali di prestazione (LEP)… ribadisce che l'architettura costituzionale della Repubblica si fonda sulle Regioni, sulle Province, sulle Città metropolitane  e sui Comuni in modo equi-ordinato, e che l'art. 116 della Carta va letto e attuato in piena sintonia con gli articoli del Titolo V, in un contesto di tutela dell'unità giuridica ed economica della Repubblica» [7].

Ma nel corso della Conferenza Stato-Regioni le Regioni con governi di centro-destra, tra le quali alcune del Sud, hanno fatto prevalere le logiche di partito e di schieramento votando a favore del decreto Calderoli.

L'Italia e la Repubblica sono a questo punto ad un passo da scelte che non concedono ritorno e quella che sinteticamente è stata definita come la «secessione dei ricchi» sta guadagnando terreno. Siamo in un momento cruciale per la salvaguardia dell'unità nazionale perché anche una ipotetica modifica o addirittura una cancellazione del decreto Calderoli, non ci garantirebbe l'abbandono del progetto di autonomia differenziata. Infatti «l'autonomia differenziata si potrebbe fare lo stesso attraverso l'intesa fra il governo e le singole Regioni interessate, presentando al Parlamento una legge preconfezionata da ratificare senza entrare nel merito delle norme contenute. Infatti la sciagurata modifica costituzionale del 2001 lo prevede» [8].

Per fermare il prosieguo dei lavori sul testo di legge Calderoli c'è unicamente da intervenire con una riforma di parte del Titolo V della Costituzione specificatamente sugli articoli 116 e 117. Questo può avvenire solo con una proposta di legge di costituzionale di iniziativa popolare, come quella elaborata dal costituzionalista Massimo Villone alla quale hanno già dato adesione 120 giuristi, docenti e molti comuni del Sud, in particolare in Puglia e in Calabria, e per la quale servono 50 mila firme.

Stefano Ferrarese

[1] https://lavoropubblico.gov.it/strumenti-e-servizi/banca-dati-dei-dirigenti-delle-amministrazioni-statali/le-amministrazioni/ministero-delle-infrastrutture-e-dei-trasporti#:~:text=Il%20Ministero%20delle%20Infrastrutture%20e,di%20politica%20urbana%20e%20di,
[2] https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioServizio/servizi-e-informazioni/Cittadini/Persone-casa-famiglia/agevolazioni-per-la-casa/contributo-di-solidarieta-2022/contributo-di-solidarieta-2022#:~:text=Per%20l'anno%202022%20la,proprietari%20(Comuni%20e%20Aler).&text=Fino%20ad%20un%20massimo%20di,minore%20di%203000%20euro)%3B, 17gennaio 2023;
[3] https://calabriaeuropa.regione.calabria.it/bando/staincalabria, 7 marzo 2023
[4] Tonino Aceti, Autonomia differenziata, ecco perché l'approvazione dei Lep non fermerà le diseguaglianze, 15 febbraio 2023
[5] Massimo Villone https://ilmanifesto.it/autonomia-differenziata-i-comuni-si-fanno-stato-e-dicono-no, 25 febbraio 2023
[6] Gianluigi Coppola, Una interpretazione non razionale del progetto di autonomia differenziata, 28 febbraio 2023
[7] https://www.anci.it/decaro-consegnato-documento-che-raccoglie-preoccupazioni-comuni-attendiamo-valutazione-governo/, 3 marzo 2023
[8] Alfonso Gianni, https://sbilanciamoci.info/per-una-legge-di-iniziativa-popolare-contro-lautonomia-differenziata/, 2 marzo 2023

 

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