Ayana

Giornata internazionale contro le mutilazioni di genitali femminili

Il racconto che segue è un modo per ricordarci della giornata internazionale contro le mutilazioni dei genitali femminili. Una barbarie a cui sono costrette ancora troppe bambine, ragazze e donne.
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Ayana
Non guardarmi così, dottoressa, non con quegli occhi pieni di stupore e di sconcerto.
Lo so, me ne rendo conto, forse è la prima volta che vedi qualcosa del genere, forse avrei dovuto avvisarti, ti hanno detto che sono arrivata qui per un dolore improvviso al basso ventre, probabilmente una banale colica, ma è difficile trovare le parole giuste per preparare le persone a questo muro di carne  che sorge sulle radici di un fiore strappato in nome di valori in cui non mi riconosco.
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È una parola dolce e musicale, non trovi, dottoressa?
Devi solo non pensare al suo significato. Concentrati sul suono: infibulazione.
Mi hanno spiegato che deriva dal latino fibula, che significa spilla.
Le spille si portano appuntate sugli abiti, piccola concessione alla vanità di femmina.
Io, la mia fibula, la porto incisa sulla carne.
Guardami negli occhi, dottoressa: mi vedi? Sono qui.
Io non sono la mia carne mancante.
Io sono Ayana.
Era il nome di mia nonna e prima ancora della mia trisnonna africana.
Perché da lì, vengo, dottoressa, dall'Africa, dove sono nata per la prima volta.
E adesso, dottoressa, non pensare alla solita storia di povertà e miseria e ignoranza.
La mia famiglia africana non era indigente: mio padre insegnava in una scuola superiore, mia madre si occupava di me e dei miei fratelli. Tutti noi siamo andati a scuola, abbiamo imparato a leggere e a scrivere in inglese e in francese e la stanza che dividevo con i miei fratelli era piena di giochi.
Di quegli anni ho pochi ricordi, ma ben definiti. Affilati, direi.
La divisa della scuola sempre perfettamente stirata. Gli abiti colorati di mia madre, la sua innata eleganza e le sue risate che riempivano la casa. I sorrisi di mio padre e le sue carezze, rare e, proprio per questo, preziose. Gli strilli allegri dei miei fratelli. La nonna che mi acconciava i capelli in tante piccole trecce. I lunghi pomeriggi festivi, pigri e inconcludenti. L'incanto esercitato su tutti noi, adulti e bambini, dai griot, i cantastorie che vagavano di villaggio in villaggio, di città in città, per raccontare le storie antiche della nostra gente, accompagnati dal suono armonioso delle kora che i griot costruivano con le loro stesse mani.
Ricordo in maniera confusa anche i giorni che precedettero il mio intervento.
Sì, dottoressa, rispetto a molte bambine che hanno subito la mia sorte, sono stata fortunata. Per me ospedale, medici, anestesia, bende pulite, farmaci ed antibiotici, una convalescenza tranquilla in un letto pulito, fra lenzuola fresche.
Per molte altre un pavimento di terra battuta nella stanza del dolore, un fossetto scavato a mano per raccogliere il sangue, lamette, pezzi di vetro, coltelli per mutilare, spine di agave o di acacia per suturare, argilla, decotti e resine per medicare le ferite. E sofferenza, paura, infezioni, malattie, a volte la morte.
Ricordo la mamma e la nonna che parlottavano fra di loro a bassa voce. Ricordo il volto della mia mamma africana e lo rivedo come se lei fosse qui davanti a me in questo momento: le labbra serrate in una linea dura e sottile, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo fisso mentre la nonna le rammentava che qualcosa bisognava pur tagliare.
Ricordo l'ospedale, i camici verdi e i camici bianchi, la spalliera di ferro del lettino e il ventaglio rosso con cui mia madre si faceva aria, mentre vegliava accanto a me.
E non ricordo altro.
Ho un buco di settimane, forse mesi.
E poi c'è stata la guerra. E gli attentati. E i morti per le strade che all'improvviso non erano più sicure per nessuno. Un'onda nera di sangue e odio che ha cancellato la mia famiglia e molti dei nostri amici.
Io, unica sopravvissuta.
A prendersi cura di me, Makeda, un'amica di famiglia.
Della lunga marcia a piedi verso i campi della Croce Rossa Internazionale non ho serbato ricordo alcuno. So, ma solo perché mi è stato raccontato.
Così come mi sono stati raccontati  la febbre che si è abbattuta su di me e sui miei 7 anni al termine di quella marcia,  i mesi che si sfarinavano lenti e uguali e inesorabili in un soggiorno lungo e forzato.
E poi sono nata per la seconda volta, dottoressa.
A rimettermi al mondo, la mia mamma italiana. Io non lo so che cosa pensai la prima volta che la vidi, solo rammento l'incanto per i suoi capelli chiari e il rassicurante profumo di rosa di cui erano impregnati i suoi vestiti.
Accanto alla mamma italiana c'era anche un papà italiano, ma di lui imparai a fidarmi solo dopo molto tempo.
Nessuno si era premurato di dire alla mia mamma italiana che ero una bambina infibulata e che cosa fosse l'infibulazione, forse, io lo capii per la prima volta attraverso i suoi occhi, quando mi aiutò a fare il bagno.
Aveva uno sguardo simile al tuo, dottoressa. Ma pieno di lacrime.
Dopo diversi anni, ho saputo che alcune bambine erano state rifiutate dalle famiglie affidatarie proprio per questo motivo.
Io no. Io non sono stata rifiutata.
Io e la mia mamma italiana abbiamo parlato molto a lungo di quello che mi è stato imposto e per anni nella mia testa c'è stata una grande confusione, combattuta fra l'odio e la compassione verso chi, a quella tradizione assurda e crudele, aveva dovuto sottostare fino al punto di divenirne complice. Perché la cosa più assurda di questo rito che risale ai tempi dell'antico Egitto e che come unico scopo si prefigge di preservare le verginità e soprattutto di negare il piacere femminile, è che vede le sue vittime come principali artefici della sua stessa conservazione attraverso i secoli.
Non è una questione religiosa, a subire sono sia le donne musulmane che le donne cattoliche.
La violenza e il sopruso non fanno distinzione di fede, ma colpiscono il genere: quello femminile.
Questa cintura di castità scavata nella carne mi ha dimostrato più volte la sua crudele efficacia: sono fuggita di fronte a un complimento troppo audace, a uno sguardo troppo ardito, a un gesto troppo intimo.
Andrea ha i capelli rossi, ricci e ribelli e gli occhi di un verde cupo e profondo. Ci sfiniamo di baci nei corridoi dell'università e lui non capisce perché ogni volta io corra via, lasciandolo incredulo e frustrato.
Io scappo. Solo questo so fare: scappare e poi gettarmi sul letto e piangere e mordere il cuscino, terrorizzata all'idea che scopra la verità.
Quando dopo l'esame di maturità i miei genitori mi chiesero perché volessi iscrivermi alla facoltà di medicina, non ebbi un solo dubbio: per aiutare le donne come me e le bambine che rischiano di diventare come me.
Sì, dottoressa, voglio diventare un medico, proprio come sei tu.
Ancora non so dove, perché in alcuni momenti sento di appartenere a due nazioni e a due continenti, mentre in altri mi sento straniera perfino a me stessa.
Ma questa sono: sono nata due volte e forse rinascerò ancora e ancora.
Ho due patrie, due mamme, due papà e devo cercare il mio punto di equilibrio e il mio posto nel mondo.
Adesso mi stai guardando negli occhi, dottoressa, e mi dici che “si può ricostruire”. Hai una voce morbida e rassicurante, uno sguardo dolce e accogliente.
Sì, lo so. Si può ricostruire.
Si possono ricostruire i corpi, la carne, i legami, le famiglie.
A volte anche le anime.

Viviana Gabrini

Il racconto è tratto dalla raccolta
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