Azzurra Muzzonigro di Sex and the City: questione di genere e urbanistica

Azzurra Muzzonigro

In questa torrida estate in cui i barzellettieri di regime provano a negare l'evidenza di un cambiamento climatico in atto, abbiamo affrontato un altro tema caldo, la questione di genere presentata però in un modo inusuale. Infatti grazie alla complicità dell'architetto e urbanista Azzurra Muzzonigro abbiamo esplorato le connessioni tra organizzazione urbanistica e vita quotidiana delle donne.
Azzurra Muzzonigro ha guidato me e Pasquale nella visita alla mostra Home Sweet Home alla Triennale di . Lì era presente insieme alla storica dell'architettura Florencia Andreola, con l'associazione di promozione sociale (Aps) Sex and the City da loro fondata nel 2022.
Azzurra fin dalle prime battute ha parlato al plurale, illustrando alcuni aspetti della ricerca condotta da Sex and the City.
«Noi lo scorso anno avevamo fatto una ricerca: L'Atlante di genere di Milano. Adesso abbiamo vinto un altro bando col Comune di Bologna, un bando della Regione Emilia Romagna, per fare un pezzo dell'atlante di genere su Bologna, che è una versione ridotta di quello che abbiamo fatto per Milano. Lo scorso anno abbiamo pubblicato questo Milano – Atlante di genere che è una osservazione di Milano dal punto di vista di ciò che offre, le risposte che dà alla vita quotidiana di donne e minoranze di genere.  Abbiamo usato una serie di mappature che abbiamo poi presentato alla giunta milanese dicendo “carissimo sindaco, cari assessori, bisogna fare qualcosa al riguardo”».

Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola
Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola. Foto Donata Zanotti

Qual è stato il risultato più importante della mappatura? Sul quale bisogna intervenire di più?
Ci sono tanti aspetti. C'è un aspetto che riguarda l'insicurezza. La tesi che supportiamo non è soltanto il modello securitario. Anche perché l'80% dei femminicidi avviene in casa. Quindi sull'insicurezza nello spazio pubblico bisogna intervenire con altri tipi di politiche, che è sostanzialmente portare le donne fuori di casa. Perché sono i corpi delle donne nello spazio pubblico a rendere lo spazio pubblico meno insicuro.

Sto sorridendo perché lo stesso discorso è valido per la disabilità. Se non porto i corpi disabili fuori dale case… Faccio una provocazione. Oggi sono arrivato a Cadorna e ho trovato l'ascensore rotto e ho fatto la strada in motoretta. Quindi per vivere la città nel quotidiano mi è necessaria molta creatività. Anche essendo donna devi essere molto creativa capendo percorsi, orari che diano sicurezza e non mettano a rischio?  Essere donna in una città come Milano, iperliberista, consumista, è una disabilità?
Bella domanda. Diciamo che non è lo stesso che camminare in città essendo un uomo abile, benestante, libero da carichi di cura. Già dal questionario dello scorso anno, ma ancora di più con quello di quest'anno, erano emersi dati che mostravano come la percezione dell'insicurezza degli uomini è praticamente pari a zero, è l'8%. Quella delle donne è estremamente più alta, soprattutto di notte. Il grafico di questa percezione diventa una croce. Di notte le donne hanno molta più paura degli uomini, ma proprio molta di più. E questo risponde anche ai dati nazionali dell'Istat che dicono che il 36% delle donne in Italia di sera non esce perché ha paura. Questo non significa che c'è una correlazione con i dati dei crimini che realmente avvengono sulle donne nello spazio pubblico. Non è che se loro escono di casa poi succede loro realmente qualcosa nella grande maggioranza dei casi. Ma il fatto di aver paura non le porta fuori casa. Quindi in questo senso diciamo che la paura è una costruzione sociale della vulnerabilità delle donne. Questo oltre al fatto che in alcuni casi non si denuncia e quindi c'è un sommerso di dati.

I dati sono stimolanti. Io ho una giovane nipote di vent'anni. C'è una differenza nei dati che avete raccolto sulle fasce generazionali?
Sì, nel senso che c'è un'impennata sulle giovani ragazze.

Hanno più paura le giovani?
Sì. Per cui il nuovo progetto che stiamo preparando si concentra su una fascia di età tra i 18 e i 35 anni. Poi chiaramente è esteso a tutte. Però l'attenzione è su quella fascia perché ricerche precedenti hanno dimostrato che c'è maggiore incidenza dei dati su quella fascia.

Azzurra Muzzonigro
Azzurra Muzzonigro. Foto Francesco Lorusso 2023

Nel senso che c'è più paura?
C'è più più paura. Noi con il nuovo questionario che stiamo preparando e per cui stiamo mettendo a punto il campione a cui sottoporlo, facciamo anche domande del tipo “hai mai subito violenza nello spazio pubblico negli ultimi cinque anni?” Considerando tutte le gradazioni, dal cat calling allo stupro. Questi dati sono più concentrati sulle ragazze. Le donne più mature hanno meno paura. Secondo la nostra interpretazione è perché magari andando avanti negli anni e accumulando feedback positivi hai meno paura. Nel senso che non è che ti succeda granché camminando per strada.

Forse c'è anche un elemento culturale. Andando in là con l'età una donna non si sente più oggetto del desiderio?
Potrebbe essere senz'altro.
C'è un altro progetto importante a cui abbiamo lavorato quest'anno, che abbiamo presentato alla giunta Milanese. In particolare con l'assessora alla partecipazione Gaia Romani abbiamo messo in piedi il progetto Herwalk, lei cammina. Consiste nel creare un gruppo di donne in un dato quartiere. In questo caso l'abbiamo fatto a Niguarda con la Cittadella degli archivi, lavorando con una ventina di donne, numero tale da rendere campione statisticamente rilevante. Le donne del gruppo indicano i luoghi che nella loro nella loro vita quotidiana, nei loro percorsi sono particolarmente critici da tanti punti di vista, sia per l'insicurezza che per la mobilità, ad esempio il passeggino che non passa, segnalando anche l'assenza dei servizi, le criticità della città, dell'urbanistica. Poi si costruisce un percorso camminiamo insieme con queste donne e le amministratrici pubbliche. Camminare insieme consente sia di rilevare le criticità ma anche provare ad individuare delle possibili proposte insieme. In seguito ci ritroviamo e ripercorrendo il percorso, rileviamo criticità e costruiamo proposte. Su questo abbiamo stilato un report che è stato presentato la settimana scorsa alla cittadinanza.

Con l'obiettivo finale?

Con l'obiettivo finale di avere un documento rispetto al quale l'amministrazione pubblica si esprima. E dica “voi mi avete indicato queste criticità, queste proposte. Io questo lo posso fare, questo no”. È un processo partecipativo. L'obiettivo è quello di dare voce alle donne nella pianificazione urbana. Di raggiungere quei target che solitamente non si esprimono. Quindi per quello l'importanza del campione. Diciamo che nell'idea dell'assessora lei vorrebbe che si facesse almeno una camminata per ogni municipio. Cioè vorrebbe piano piano far sì che fosse uno strumento che viene diciamo inglobato dall'amministrazione pubblica in maniera strutturata.

In Piazzale Selinunte l'avete già fatto?
Il municipio sette ci ha contattato. Abbiamo iniziato a trattare però dobbiamo ancora realizzarlo.

 Azzurra come arriva a tutto questo?
Io ci arrivo per varie cose della vita. Nel senso che noi questo progetto dell'Atlante l'abbiamo iniziato rispondendo a un bando dell'Urban Center nel novembre 2019. Quindi io e Florencia, che ci eravamo conosciute da poco, abbiamo deciso di partecipare, proponendo il tema dell'urbanistica connesso alle questioni di genere. Come siamo arrivati a questo tema si perde nella leggenda. Ognuna di noi c'è arrivata per strade diverse. Io personalmente anche attraverso i movimenti, per cui dalla Murga a Non una di meno. Sono architetto e ricercatrice urbana.

Hai fatto una sintesi.
Sì, ritenendo urgente oggi sovrapporre gli studi di genere alla pianificazione urbana.

Tu insegni anche all'Università?
Insegno in Domus Accademy e in Naba, urbanistica e urban design.

Se ti dovessi dire che domani mattina hai la possibilità di mettere mano a una grande città qual è la prima operazione che faresti? Fare, non pensare, per migliorare la città e la vivibilità di quelli che ci abitano?
Faccio fatica a dire una cosa sola perché ce ne sono tante. Per esempio una cosa che sarebbe urgente fare è mettere mano agli asili nido, per esempio. Perché a Milano quest'anno 3.800 bambini sono rimasti fuori dalle liste degli asili nido pubblici. I consultori, per esempio. I consultori sono un terzo di quello che dovrebbero essere. Sono tutte tematiche chiaramente urbanistiche ma anche politiche.

Parlando sottolinei l'assenza di consultori e asili. Non pensi che Milano viva prevalentemente di ottima stampa. Ma che a parte l'ottima stampa che è la copertina del libro, il libro sia un po ammuffito?
Ma da che punto di vista?

Anche dal tuo punto di vista.
Lo scollamento tra la narrazione e la realtà?

Esatto. Temo che su Milano ci sia una narrazione molto bella e molto interessante per delle campagne di comunicazione fatte bene. Ma che poi la sostanza sia molto diversa. Tant'è che al Politecnico si sono accampati gli studenti universitari che protestano contro il caro affitti.
Tant'è che sono in Triennale che discutono sullo sfruttamento dei lavoratori dell'architettura, dell'arte.

Tant'è che una volta sono venuto in Triennale a vedere uno spettacolo e non sono potuto entrare in bagno. C'era un senza tetto che si stava pulendo, facendo la doccia. È inaccettabile che un uomo sia costretto a usare il bagno di un museo per riuscire a pulirsi.
Chiaramente mi fai una domanda molto ricca di implicazioni. Non è semplicissimo rispondere. Dal punto di vista della ricerca che abbiamo fatto credo che Milano dal punto di vista di genere, seppure inconsapevolmente, sia più avanti di altre città italiane. Semplicemente a partire da questo dato, cioè dal fatto che le donne a Milano lavorano molto di più che nel resto d'Italia. Ma la media è anche superiore alle medie europee dove lavorano tantissimo. Il fatto che le donne lavorino tanto a Milano ha a cascata una serie di conseguenze. Per cui sono più autonome, meno quindi soggette a tutta una serie di situazioni spiacevoli anche di violenza. Perché sei autonoma. Quindi questo dato è importante per inquadrare la ricerca. Per esempio sarebbe estremamente interessante fare la stessa osservazione per esempio al Sud Italia. A Palermo è lo stesso? Parliamo di numeri.

I numeri al Sud sono completamente diversi sul tema del lavoro femminile.
Beh, quello è un argomento ombrello sotto al quale a cascata dipendono tutta una serie di altri fattori. Per esempio gli asili nido. Quindi sì, è vero che c'è questa narrazione di Milano. Sono d'accordo con gli argomenti di Lucia Tozzi [Argomenti esposti in L'invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane,  Cronopio, ndr.].

Vivendo la città anche come soggetto con disabilità mi rendo conto che la narrazione non corrisponde alla realtà.
Ma poi c'è anche per esempio un altro tema, che adesso esula dal nucleo della nostra ricerca. C'è il tema enorme della casa. Quello è il tema scottante di Milano.

Guarda il Quadrilatero. Il dato interessante del Quadrilatero che emerge da una ricerca dell'università Bicocca è che Aler ha fatto una serie di investimenti fallimentari e adesso deve ripagare gli interessi alle banche. Quindi i soldi che riscuote con gli affitti li utilizza per pagare i debiti. Così lascia degradare il proprio patrimonio immobiliare.
C'è una situazione disastrosa dal punto di vista della casa.
La mostra Home Sweet Home che visitiamo adesso, è stata curata da Nina Bassoli. È un'indagine sullo spazio domestico. Lei ha invitato dieci tra gruppi di architettura, centri di ricerca, collettivi, e cinque storiche di architettura a dare una lettura trasversale. Si tratta di dieci installazioni che fanno delle affermazioni sul contemporaneo, sullo spazio domestico letto da dieci punti di vista. Ci sono poi cinque affondi storici negli archivi di Triennale che utilizzano cinque lenti di lettura differenti.
Il nostro contributo è stato un'installazione storica ed una sul contemporaneo. È una lettura dello spazio domestico da una prospettiva di genere. Poi ci sono altri interventi invece che legano lo spazio domestico all'intreccio con la natura, all'intreccio con il tempo libero.
I vari interventi si mischiano. C'è una prima sezione che si occupa in senso lato di cura, una seconda che si occupa di natura, e poi si passa invece alla scala più urbana, quindi agli interventi di Lakaton Vassall per esempio con il Grand Ensamble a Bordeaux.
Nell'introduzione ci sono oggetti che vengono dal Museo del Design e che Nina ha selezionato per raccontare lo spazio domestico. È importante dire che questa mostra è stata organizzata in occasione dei cento anni di Triennale. Questa è la ragione per cui la curatrice ha scelto di indagare gli archivi e leggere i centoanni di storia di Triennale da vari punti di vista.

Lacation Vassal
Lacation Vassal – Trasformazione di 530 appartamenti all'interno della Cité du Grand Parc, Bordeaux, 2016
Progetto: Anne Lacaton & Jean Philippe Vassal con Frédéric Druot e Christophe Hutin Foto: Philippe Ruaul

Guidando con attenzione la motoretta negli spazi ampi della mostra io e Pasquale ci siamo avvicinati a un grande tavolo, dove erano in bella mostra delle ceramiche. Raccontavano di come vita e lavoro si intreccino, facendo emerge il tema della convivialità, della dimensione collettiva. Poco più in là invece c'era il lavoro del CCA, il Canadian Centre for Architecture, che ha sviluppato un'indagine su come stanno cambiando le famiglie e come risponde l'architettura alle mutate necessità abitative.

«La cosa impressionante è che in Svezia» ha commentato l'urbanista «il 60% dei nuclei familiari è composto da una persona. In forma minore riscontriamo questi dati anche da noi».

Continuando la visita abbiamo visionato il lavoro di un collettivo di Barcellona. che ha fatto una riflessione su come le cucine siano uno dei luoghi che maggiormente rappresentano il lavoro di cura domestico delle donne. Proprio per questo hanno portato le cucine fuori dalle case, nello spazio pubblico. Trasformandole da luogo di lavoro per le donne a luogo di aggregazione sociale per gruppi di persone.
A questo punto che abbiamo iniziato con le domande a cui Azzurra non si è sottratta dandoci chiarimenti puntuali.

Hanno provato a mettere le cucine per strada, per aggregare le persone?
Sì. Loro fanno una ricerca anche storica che si chiama Kitchen Houses. E provano a immaginare, facendo anche degli esperimenti abitativi, che cosa succede a togliere la cucina, luogo di lavoro delle donne, dalle case.

Loro fisicamente hanno preso delle le cucine e hanno detto alle persone cucinate qua?
Sì. Nel senso che i moduli che potete vedere loro li installano anche a Barcellona, in vari punti della città per favorire l'aggregazione sociale attorno al cibo. Questo invece è il nostro tavolo storico in cui interroghiamo l'archivio di Triennale da una prospettiva di genere. Il modo in cui lo raccontiamo è facendo emergere una chiarissima divisione di genere nel modo in cui la Triennale ha deciso di rappresentarsi nella storia. Ciò che emerge è che gli uomini in qualche maniera sono stati i dominatori della scena pubblica. Sono stati coloro che hanno inaugurato mostre, progettato design, parlato alle conferenze e assistito alle conferenze, quindi proprio dominatori della scena pubblica.

L'altro giorno ho trovato un'espressione che mi ha colpito molto gender apartheid riferendosi alla situazione in Iran. Mi sembra che tu stia affermando che anche la nostra cultura in qualche modo sia attraversata dal gender apartheid. Mi viene in mente una famosa fotografia degli anni Trenta che ritrae un centinaio di fisici, ma in mezzo c'era soltanto una donna, Madame Curie.
Guarda c'era una foto che in realtà non abbiamo qui riportato ma che era già a sua volta impressionante, in cui c'era una donna che faceva da leggio. Portava un quaderno e rimaneva in piedi per far sì che l'uomo firmasse, la donna leggio.
Quello che dici risuona. Nel senso che l'operazione che abbiamo cercato di fare è quella di rendere evidente. Noi non abbiamo manipolato, abbiamo soltanto selezionato delle fotografie che rendessero manifesto un dato di fatto. Perché è inoppugnabile che osservando questi scatti ci sono solo corpi maschili nella sfera pubblica, nell'ambito della riconoscibilità, del riconoscimento pubblico. D'altro canto nell'altro tavolo emerge come le donne siano sempre state rappresentate nei cento anni di storia di Triennale come complementi d'arredo, cioè figure atte in qualche maniera a mostrare le qualità degli arredi progettati dagli uomini per alleviare il loro lavoro domestico, nella migliore delle ipotesi. Lavoro che tuttavia restava saldamente ancorato sulle loro spalle, non è mai stato messo in discussione che se ne dovessero occupare loro. Quindi sono parte dell'arredo oppure elementi che abbelliscono dei design comunque progettati dagli uomini.

Triennale di Milano, Sex and the City
Triennale di Milano. Mostra Home Sweet Home, Sex and the City. Foto Melania Dalle Grave-DSL Studio

Grande danno anche per il maschile. Costringe me uomo a relazionarmi con un modello femminile che è totalmente falsato, culturalmente determinato. Mi costringe a non avere un immaginario, una relazione con altri tipi di femminile. Questo è un danno non soltanto per le donne, ma anche per me come uomo. Con quale femminile mi posso relazionare che non sia una costruzione semplicemente culturale? Tutte le relazioni sono costruzioni culturali per carità. Però se io voglio drenare, voglio ripulire la relazione, devo anche relazionarmi con una figura che sia non soltanto un portato culturale. Credo che lo stesso valga per il femminile. Il problema è che se non hai una presa di coscienza ti relazioni con un modello maschile che è esclusivamente ideologico e culturale.
Posso farvi vedere l'installazione sul contemporaneo che credo dia una risposta dal nostro punto di vista proprio a questo assunto. In questa dell'installazione abbiamo deciso di utilizzare lo spazio a nostra disposizione, intanto trasformando questa parte di Triennale in una lavanderia. Quindi appendendo dei panni ad asciugare. Cosa che serve intanto per dire che il personale è pubblico ed è politico. E poi anche che la casa senz'altro può essere un rifugio affettivo ma è in primo luogo un luogo di lavoro per le donne. Questo dal punto di vista della lavanderia. Poi ci sono altri due elementi in mostra. Una serie fotografica dal titolo Caro bastava chiedere fatta da Donata Zanotti, che rappresenta delle figure maschili che indossano dei grembiuli con delle frasi che noi abbiamo costruito in laboratorio, uno fatto con un collettivo transfemminista che si chiama Liber Tutt di San Donato Milanese, e l'altro con gli studenti del Liceo Biancardi di Grosseto in collaborazione con l'associazione Maschile Plurale.
Abbiamo costruito queste frasi, poi cucite su grembiuli indossati da uomini, nello spazio pubblico, che sostanzialmente ribaltano degli stereotipi culturalmente consolidati nella nostra società, e che legano la figura femminile allo spazio domestico. Quindi frasi tipo Mia moglie è l'angelo del focolare, diventa Mio marito e l'angelo del focolare compaiono su grembiuli indossati da uomini nello spazio pubblico. Oppure Caro è pronta la cena diventa Cara è pronta la cena. Oppure È naturale che il bambino nei primi mesi stia con il papa o anche Una casa senza un uomo è una casa a metà. Bello come sei, ancora non ti sei sposato?
La comprensione del significato del titolo della mostra Caro bastava chiedere se vuoi è meno immediato. Però rende abbastanza bene l'idea del rapporto di forza che c'è nelle case. Nel senso che quando magari vien fatto notare qualcosa, tipo Ma la spesa non la potevi fare oppure Non hai fatto questo l'uomo risponde Bastava chiedere. Ma perché non ci potevi pensare tu scusa?
Questo per rispondere un po' alla cosa che dicevi.
Noi comunque pensiamo che ci sia una parte fondamentale di lavoro che debba essere fatto dagli uomini sul concetto di mascolinità. Per questo abbiamo lavorato insieme a Maschile Plurale che è un'associazione di uomini appunto che lavora proprio su questi temi, cioè su come riconfigurare il concetto di mascolinità nella società contemporanea, su come si fa a essere uomini senza incarnare il concetto tossico di sopraffazione che la mascolinità implica. Questo è un po' quello che abbiamo tentato di fare. È ciò che queste fotografie tendono a far vedere, come siano profondamente radicati nella nostra cultura questi stereotipi. Abbiamo cercato di non essere giudicanti nel farlo, anzi provando a raggiungere le persone creando una tensione narrativa in maniera che si potessero identificare.

Avete seguito un filo conduttore molto stimolante che usa l'arma dell'ironia.
L'ultimo pezzo invece della mostra è questo video che ha realizzato Myra, un collettivo di video artiste, in cui sostanzialmente vengono isolati i gesti quotidiani della cura nella casa in maniera condivisa. Quindi vuole stimolare a immaginare come sarebbero le nostre case se appunto non ci fosse una mamma moglie casalinga non pagata che deve far tutto e invece ognuno facesse qualcosa, in un concetto di famiglia allargata non necessariamente biologica, nucleare. Per cui non necessariamente composta da madre, padre e figli. Ma in una prospettiva appunto in cui le pareti domestiche si allarghino per ospitare un concetto di famiglia più esteso.

Azzurra Muzzonigro e Gianfranco Falcone
Azzurra Muzzonigro e Gianfranco Falcone alla Triennale. Foto Mentinfuga 2023

Se solo si realizzassero l'1% di tutto quello che mi stai dicendo, sarebbe una rivoluzione.
In sostanza ciò a cui allude questo video sono modelli di abitare condiviso. Quindi modelli di abitare in cui sotto uno stesso tetto convivono più nuclei che condividano degli spazi per la socialità, il mangiare, lo stendere le lenzuola insieme, affinchè quei gesti vengano condivisi.

Sarebbe anche una risposta a tutta una serie di altre problematiche. La risposta alla disabilità mentale, alla disabilità fisica.
Ma anche alla stessa questione della violenza che si origina e si radica nel concetto di privacy.

Nel concetto di solitudine anche.
Solitudine e privacy.

Il concetto di solitudine è uno di quelli che iene viene analizzato ultimamente e sta emergendo anche come dimensione psichiatrica. C'è poi tutto il tema della solitudine degli anziani. Ci sono 400.000 anziani nelle R.S.A. che oggi vengono quotidianamente legati.
Non faccio fatica a crederlo. Questo elemento dialoga anche con la ricerca che abbiamo visto prima del CCA, su come i nuclei famigliari si stiano riducendo sempre di più, cosa che succede anche in Italia. È un problema che la nostra generazione deve risolvere, cosa che quella precedente non è riuscita a fare.
Dobbiamo prendere coscienza che quando diventeremo vecchi non ci saranno dei figli o dei nipoti che si prenderanno cura di noi. Quindi ci dobbiamo organizzare. Dobbiamo assolutamente trovare una soluzione al tema anche della solitudine degli anziani.

Non è un problema soltanto culturale. È un problema reale. Sono in carrozzina e vivo con mia madre. Ma quando lei sarà morta sarò da solo in una casa che non potrò gestire fisicamente. Gianfranco diventa metafora di tutta una serie di situazioni simili.
Per esempio Gianfranco che ha tutta una serie di doti può metterle in comune con altri. Quindi farti aiutare in cose in cui non riesci e a tua volta puoi dare una mano su altre.

Questo è un aspetto interessante. Pur avendo dei limiti tu puoi sempre essere risorsa in alcuni contesti per altre persone.
Questo poi si collega alla ricerca più ampia che noi facciamo adesso anche sullo spazio domestico, e che indaga forme di abitare collettivo e collaborativo. Questo per chiudere il cerchio.

È un'impresa non indifferente quella che state affrontando. Non è soltanto un'impresa di architettura.
Eh no. Per quello è necessario parlare con più linguaggi. Per esempio anche questa cosa dei grembiuli serve per lavorare sulla viralità del messaggio. Per cui ognuno si fa la foto davanti ai poster e la mette sui social. I linguaggi sono tanti, e ognuno deve fare il suo pezzetto per cambiare la mentalità.

Dopo la sezione curata da Azzurra e Floriana con Sex and the City ci siamo avviati verso la parte della mostra intitolata Casa Ludens, curata da Gaia Piccarolo, che indagava il rapporto tra lo spazio domestico e il tempo libero, sempre nei cento anni di Triennale. Esplorando in che modo hanno convissuto negli anni la necessità da una parte del benessere fisico, con palestre dentro le case, oppure sale da bagno, oppure varie forme di relax, tende, sedie a sdraio. C'era anche un focus sulla televisione, e quindi guardando anche al rapporto con la tecnologia. A questo punto riprendiamo con il nostro dialogo.

Quanto tempo ci avete messo a preparare questa mostra?
Beh, ad allestirla poco, una settimana. Però a progettarla, verificarla, circa quattro mesi.

Ti stai muovendo molto a livello culturale. Hai qualche progetto concreto, un progetto di casa ideale, di villa, di luogo di lavoro, che andrai a costruire.
Noi ci occupiamo più di ricerca urbana. Non siamo proprio progettisti in senso stretto, nel senso che quello che vedo più probabile è magari provare a mettere in piedi un progetto, magari con il Comune di Milano, con altre istituzioni, altri comuni, che favorisca questo tipo di progettualità. Ad esempio un bando di concorso per costruire delle case collettive, per esempio.

Continuando a conversare tra una sezione e l'altra della mostra abbiamo raggiunto il nuovo spazio espositivo dal titolo Casa Natura, che analizzava il modo in cui la natura è stata inglobata nelle case, sia come elementi naturali, piante, sia come elementi d'arredo. Quindi la necessità dell'uomo di trasformarla per esempio in tappezzerie o in piccoli oggetti, in modo di stabilire un rapporto con il naturale.
Quindi siamo arrivati a Matilde Cassani, che è partita da una riflessione iniziata in pandemia sul rapporto tra interno ed esterno, notando come i nostri balconi siano diventati l'estensione delle nostre case. Passando da una suggestione all'altra siamo arrivati a Dogma, studio che ha effettuato una ricerca sulle Long House, case dalla forma stretta e allungata che si sviluppano in senso longitudinale, e uniscono sotto uno stesso tetto più nuclei familiari. È una tipologia apparsa in varie parti del mondo.

Matilde Cassani Studio
Matilde Cassani Studio, Render dell'installazione site – specific
La gabbia degli orsi. Un diorama per esseri umani – Home Sweet Home, Triennale Milano, 2023

Effettivamente questo sistema di cohousing, da qualunque parte arrivi, risolverebbe tutta una serie di problemi.
Questa cosa qua la dobbiamo portare a casa. Perché veramente non se ne può più.

Se non portiamo a casa l'autodistruzione porteremo a casa le case lunghe.
Dobbiamo portare a casa l'abitare collaborativo. Siamo quattro gatti e siamo tutti soli.

Single di tutto il mondo unitevi.
Adesso ci spostiamo in una sezizone sulle finestre intese come dispositivo di controllo dell'ambiente, sia per le temperature che come dispositivo sociale di separazione tra dentro e fuori, privato e pubblico.

Triennale di Milano. Mostra Home Sweet Hom
Triennale di Milano. Mostra Home Sweet Home. Foto Melania Dalle Grave-DSL Studio

Adesso dove ci porti?
Siamo alla parte della mostra che riguarda l'intervento effettuato a Bordeaux sul Grand Ensamble. È un progetto stupendo. Perché invece di abbattere questi casermoni popolari, gli hanno ridato qualità aggiungendo un balcone ad ogni appartamento. Inoltre viene aggiunto uno strato davanti alla facciata, che dà una ampiezza maggiore alle singole case. Quindi si può restituire qualità, migliorare l'abitare senza necessità di demolire e ricostruire. Le grandi serre davanti agli appartamenti danno proprio uno spazio in più. Questo vuole essere un po' il manifesto di chiusura della mostra andando sulla scala urbana. Il messaggio che vuole lasciare è Trasformiamo lo spazio urbano senza demolire.

Commento che è un po' come è stato fatto per le Vele a Napoli, a Scampia. Cinque sono state abbattute, due le hanno conservate. Per trasformare le periferie in luoghi non da rifuggire ma in cui poter accedere e vivere al di là del genere. Perché anche le periferie possono essere luoghi sicuri.

Gianfranco Falcone

La musica di sottofondo è stata creata da GianLuigi Bozzi

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