Babij Jar, di Anatolij Kuznecov

Anatolij Kuznecov Babij Jar

Quanto il male abbia macchiato il mondo intero nel XX secolo è descritto in modo straordinario nel romanzo di Vasilij GrossmanVita e destino. Egli ha colto con grande chiarezza il carattere terribile della grandiosa idea del bene universale in nome del quale sono state commesse le peggiori atrocità, ha colto la forza ipnotica di queste idee grandiose, la loro capacità di rendere ciechi gli uomini, di trasformare le persone in una massa remissiva ed obbediente incapace di pensare in autonomia. Scrive Grossman:

«La prima metà del XX secolo passerà alla storia dell'umanità anche come l'epoca dello sterminio capillare di enormi strati della popolazione europea in nome di teorie sociali e di razza. […] E non furono decine di migliaia né di milioni, bensì moltitudini sterminate i testimoni rassegnati e docili di questa strage degli innocenti. Non solo: quando era loro ordinato, quegli stessi testimoni votavano a favore dello sterminio, acclamando a gran voce il massacro. Tanta succube obbedienza pareva inimmaginabile. Che cosa ne deduciamo? Un nuovo tratto della natura umana? No. Piuttosto un nuovo modo, tremendo, di plagiare gli esseri umani. La violenza estrema dei sistemi totalitari si è mostrata capace di paralizzare i cuori su interi continenti. […] Per sopravvivere l'istinto scende a patti con la coscienza. In suo soccorso sopraggiunge la forza ipnotica di idee grandiose. Che esortano a compiere qualunque sacrificio, a usare qualunque mezzo per raggiungere lo scopo supremo: la grandezza futura della Patria, la felicità del genere umano, di una nazione o di una classe, il progresso mondiale».

Questa lunga citazione di Grossmann ci consente di meglio comprendere il valore del volume  di (Kiev, 1929 – Londra, 1979), dato alle stampe dopo la sua fuga in Occidente agli inizi degli anni Sessanta. La traduzione italiana è stata condotta sullo scritto al quale l'autore lavorò per decenni, intenzionato a farne un'opera narrativa che riportasse solo fatti e documenti autentici e fosse dunque estranea a ogni invenzione letteraria:

«scrivo questo libro […] come se rilasciassi una deposizione sotto giuramento nel più alto e giusto dei tribunali e mi assumo la responsabilità di ogni mia parola. In questo libro è raccontata soltanto la verità TUTTO così COME è stato. […] non vi propongo un comune romanzo. Questo è un documento, un ritratto fedele di ciò che è stato. E immaginatevi che, se foste nati solo un attimo storico prima, questa sarebbe stata la vostra vita, e non una cosa che si legge nei libri. Il destino gioca a suo piacere con noi piccoli microbi che strisciano sul globo terrestre». E significativamente aggiunge: «avreste potuto essere me, nascere a Kiev, a Kurenëvka, e io in questo momento potrei essere voi e leggere questa pagina. Vi invito a immedesimarvi nel mio destino: immaginate di vivere nel mio involucro, e di non averne altri, e avete dodici anni, e al mondo c'è la guerra, e non si sa che cosa succederà».

Per questo motivo lancia un forte monito:

«sulla base della mia esperienza e di quella degli altri, di tutti, sulla base di molti pensieri, ricerche, ansie e calcoli, vi dico: GUAI A CHI OGGI IGNORA LA POLITICA. Non ho detto di amarla. Io la odio. La disprezzo. Non vi esorto ad amarla o rispettarla. Vi dico solo: NON IGNORATELA. Se avete già preso in mano questo libro e siete stati abbastanza pazienti da leggerlo fino a queste righe, mi congratulo con voi e vi prego: per favore, in tal caso non chiudetelo, e leggetelo fino in fondo».

Babij Jar, memoriale dell'epoca sovietica [1976]. Foto di Paolo Sassi, 2003
Babij Jar, memoriale dell'epoca sovietica [1976]. Foto di Paolo Sassi, 2003
Infatti, pochi sanno che Babij Jar, situato nelle vicinanze di Kiev, è un enorme burrone dalle pareti estremamente ripide, sul cui fondo scorre un limpido ruscello. Quando, il 19 settembre 1941, l'esercito sovietico fugge davanti l'avanzata delle forze armate naziste, quel dirupo diventa ben presto la tomba per 70.000 , al cui sterminio avrebbe contribuito peraltro non poco la popolazione del luogo, ferocemente antisemita. Di lì a poco le SS vi metteranno a morte anche rom, nazionalisti ucraini, attivisti sovietici e chiunque si sia reso colpevole di un furto. Kuznecov ci informa che prima della guerra a Kiev si contavano 900 mila abitanti. Alla fine dell'occupazione tedesca «ne restavano 180 mila, cioè molti meno di quelli che giacevano morti solo a Babij Jar. Durante l'occupazione fu ucciso un abitante di Kiev su tre, ma se si aggiungono i morti per fame, quelli che non tornarono dalla Germania e quelli di cui semplicemente non si seppe più nulla, risulta che morì un abitante su due».
L' pagò un prezzo di sangue altissimo nel corso del secondo conflitto mondiale, in cui fu stretta nella morsa russo-tedesca. I morti furono 11 milioni su una popolazione di 40 milioni. Iniziò Stalin negli anni Trenta con la Grande Carestia e le sue Purghe, poi Hitler. Terminata la guerra, fu di nuovo il turno di Stalin di calare una coltre asfittica sul Confine (il termine Ucraina significa confine). Un nome un destino, come ha detto Anne Applebaum nel suo interessantissimo La grande carestia. La guerra di Stalin contro l'Ucraina.

Kuznecov non evoca soltanto i due anni di occupazione nazista di Kiev. Spiega come si siano combattute due barbarie, si siano affrontati due campi di concentramento: «La guerra santa dell'Urss contro Hitler non fu altro che una lotta straziante per il diritto di restare rinchiusi nel proprio campo di concentramento anziché in quello straniero, nutrendo speranze di estenderlo al mondo intero».

Non c'erano differenze di principio, per Kuznecov, fra i due sadismi: «nell'umanesimo tedesco di Hitler c'erano più inventiva e crudeltà fantastica, ma nelle camere a gas e nei forni crematori morivano cittadini di altre nazioni. L'umanesimo socialista non si spinse a immaginare i forni crematori, ma in compenso annientava i propri connazionali». E tutti, in Germania e in Urss, sapevano tutto. Anatolij Kuznecov, è poco più di un ragazzino, all'epoca dei fatti. Figlio di madre ucraina e di padre russo, Anatolij è nato a Kiev e trascorre gli anni della guerra in una casa a poca distanza da Babij Jar. A lui e ai suoi compagni di gioco se c'era una cosa al mondo che proprio non interessava affatto era

«la questione della nostra origine e nazionalità. Frequentavamo tutti la scuola ucraina. La nostra lingua madre era l'ucraino. Solo più tardi cominciai a distinguere chi era ciascuno di noi, e mi resi conto che eravamo degli ibridi: un mezzo polacco, un mezzo ebreo e un mezzo ucraino. Una nostra amica e vicina di casa, che si chiamava Ljalja, si scoprì in seguito che era mezzo finnica. Le volevo molto bene, ma lei si rifiutava di giocare alla guerra. Una femmina, che vuoi pretendere».

Babij Jar, memoriale delle vittime del popolo ebraico
Babij Jar, memoriale delle vittime del popolo ebraico [1991]. Foto di Paolo Sassi, 2003
A fine estate 1941 l'incertezza è grande «non si sapeva dove fossimo, se ancora sotto Stalin, già sotto Hitler, o in una esigua striscia nel mezzo». I tedeschi sono arrivati sulle moto, neri di fuliggine, lanciando messaggi amichevoli. Dopo l'arrivo dei tedeschi, ad Anatolij ed ai suoi amici, non fu più consentito accedere a Babij Jar, Non ci misero molto a capire cosa stesse succedendo laggiù. Sentivano provenire da lì colpi d'arma da fuoco, e alla fine del secondo anno di occupazione videro per alcune settimane, un fumo grasso e pesante che si leva all'orizzonte.

All'indomani della liberazione di Kiev Anatolij ritorna a Babij Jar — ridivenuta accessibile a tutti — per vedere cosa è rimasto. Il burrone è ancora enorme, profondo e largo come una gola di montagna. Sul fondo continua a scorrere un limpido ruscello, che i bambini del circondario conoscevano bene per avervi giocato o fatto il bagno. «Mentre andavamo al burrone, vedemmo un vecchio cencioso che lo attraversava con una sacca in spalla. Dalla sicurezza con cui camminava capimmo che abitava lì nei paraggi e che non era la prima volta che ci veniva. “Nonno” domandai “E' qui che hanno sparato agli ebrei o più avanti?”. Il vecchio si fermò, mi squadrò dalla testa ai piedi e disse: “E di russi quanti ne hanno ammazzati qui, e di ucraini, e di ogni nazione?”».

Kuznecov non ricorda soltanto i due anni di occupazione nazista di Kiev dove nel settembre 1941 i nazisti, aiutati dalla polizia collaborazionista ucraina, trucidarono 33.771 ebrei di Kiev. Kuznecov spiega come si siano affrontate due terribili dittature, come si siano misurati due campi di concentramento. Ciascuna di esse desiderava estendere il dominio su tutto il mondo:

«La guerra santa dell'Urss contro Hitler non fu altro che una lotta straziante per il diritto di restare rinchiusi nel proprio campo di concentramento anziché in quello straniero, nutrendo speranze di estenderlo al mondo intero». Non c'erano differenze di principio, dice Kuznecov, fra i due sadismi: «Nell'umanesimo tedesco di Hitler c'erano più inventiva e crudeltà fantastica, ma nelle camere a gas e nei forni crematori morivano cittadini di altre nazioni. L'umanesimo socialista non si spinse a immaginare i forni crematori, ma in compenso annientava i propri connazionali».

E tutti, in Germania e in Urss, sapevano tutto. Babij Jar di Anatolij KuznecovIl lungo volume di Kuznecov induce a riflessioni sul male che frequentemente irrompe, spesso inaspettatamente, nella storia del secolo scorso o di recente nelle nostre vite, come accaduto nella stessa Ucraina o in Medioriente. Ci ritroviamo catapultati in uno stato di profonda angoscia e smarrimento, tanta è la violenza messa in campo. Un'irruzione, spesso incomprensibile e inattesa, che ci spinge a interrogarci sulle profondità della nostra essenza, facendoci sentire incredibilmente vulnerabili e schiacciati sulle nostre fragilità. Molte volte l'esperienza travolgente del male, nella sua cruda ineffabilità, rende qualsiasi tentativo di descriverlo o di circoscriverlo verbalmente uno sforzo assai arduo o vano. Vorremmo dare voce al nostro sconcerto, cercando le parole che possano lenire, se non spiegare, l'indicibile dolore provocato dagli eccidi nazisti. Questo genere di male – ha osservato recentemente il filosofo Giovanni Scarafile – solleva domande profonde sulla natura stessa dell'esistenza, poiché non può essere facilmente spiegato né razionalizzato [1]. Vengono in mente tante tragedie del secolo scorso accadute senza apparente motivo, molteplici sofferenze senza causa identificabile o a eventi traumatici incomprensibili. Una tentazione comune nella filosofia e nella teologia è di considerare il male come una necessaria ombra del bene, come una sorta di contrappunto che evidenzia e magnifica la presenza del bene. Questo argomento, tuttavia, diventa problematico – prosegue Scarafile – di fronte al male incommensurabile. Come può, infatti, «un male apparentemente senza motivo o spiegazione servire a esaltare il bene? E come può un Dio benevolo, se concepito in tal modo, permettere tali mali? Rispondere a queste domande richiede il ricorso alla razionalità che possediamo, benché limitata e incapace di svelare pienamente i misteri della fede. Questo non implica una rinuncia, ma piuttosto l'adozione di una postura che, pur mantenendo intatto il mistero del male, ci offra una percezione almeno parzialmente comprensibile».

La presenza del male pone notevoli sfide al pensare. Un volume come quello di Kuznecov aiuta ad interrogarci sulle fondamenta stesse della nostra comprensione della responsabilità e dell'essenza dell'etica. Cercare di capire il male, nonostante la sua devastazione apparentemente insensata, è dunque una testimonianza del nostro profondo bisogno di cercare significato. Il vero valore risiede non tanto nel trovare una risposta definitiva ma nell'avere il coraggio di porre la domanda. Nel nostro continuo interrogarci riscopriamo l'umanità dell'animo umano. E in questo sforzo risiede la nostra vera forza, la capacità di restare umani.

Antonio Salvati

Anatolij Kuznecov
Babij Jar
Milano, Adelphi, 2019
454 pagine
€ 24,00

[1] Giovanni Scarafile, «Nel sapersi interrogare sul male la forza della nostra umanità», in Avvenire, 27 ottobre 2023

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