Bad Religion. True North. Un altro attacco al sistema con il punk intellettuale e melodico

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Punk ad oltranza. Sedici canzoni densamente brevi. Dopo sedici album in studio, nessun cedimento. La critica anglosassone, salvo poche eccezioni, ha accolto abbastanza bene True North, l’ultimo nato in casa Bad Religion. E quella italiana non si è tirata indietro.

Non è un capolavoro come alcuni dischi (Suffer, No control) del periodo d’oro (1988-1993) quando furono creatori di «un ispiratissimo hardcore melodico, impeccabile dal punto di vista strumentale e caratterizzato da liriche politico-sociali di rara intelligenza e efficacia» [1]. Dopo trentatré anni la band di Los Angeles ha diverse cosa da dirci in musica e in prosa soprattutto in tempi di crisi e di inasprimento delle differenze sociali, quando la loro pretesta e le loro denunce restano dirette e crude come tradizione dei Bad Religion.
Hei mondo crudele, lo sai che mi stai ammazzando?”, canta inesorabile Greg Graffin nel ritornello di Hello Cruel World.
Senza risparmio di energia e ad un ritmo a frequenza altissima in Robin Hood in Reverse troviamo quell’apertura melodica, grazie all’innesto  dei cori, in cui sono maestri e perciò possono dare lezioni a chiunque. E tutto ciò mentre si rivoltano per una recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti per cui le multinazionali, di fronte alla legge, possono equipararsi agli individui.

Come dicevamo si raccolgono molti commenti positivi come quello di Moltisanti che pur non considerando True North tra i migliori resta un perfetto esempio di punk melodico con suoni di qualità e che fluiscono con facilità soprattutto, secondo il nostro, quando le tracce non vanno molto oltre il minuto. Il limite lo individua in «certi riff o da certe accordature metal-oriented (“Crisis Time”) nelle tracce più strutturate». Resta il fatto che «sanno essere tristi e allegri, impegnati e casinisti, nel giro di un paio di canzoni e sanno trasmettere tutte le sensazioni che un disco etimologicamente punk dovrebbe saper trasmettere» [2].
Anche per Valentini il nuovo disco è nella tradizione della band, senza novità particolari rispetto alla loro straordinaria carriera ma comunque ci consegnano un buon lavoro fatto di brani «urgenti, energici, esuberanti… con testi degni di un saggio di Noam Chomsky». Qualche nota dolente la si incontra all’ascolto di Hello Cruel World, Dharma and the Bomb e The Island [3].
Non sembrano esserci particolari stonature per la Mollica. Anzi la «ballata sentimentale contro l’ingiustizia declinata in versi punk» Hello Cruel World è una delle migliori canzoni dell’album insieme a True North, Past is Dead e Vanity.
L’insieme di testi intellettualmente profondi e impegnati, di melodie che lasciano il segno, di assoli, degli «immancabili» cori a tre voci e del «rendering sonoro netto e pulito» grazie alla presenza di Joe Barresi (manager discografico di Tool, Kyuss, Queens Of The Stone Age e Tomahawk) rendono un risultato esaltante [4].
Ruggeri non ha dubbi che i Bad Religion siano tornati in gran spolvero con il loro hardcore melodico per riprendere la loro missione evangelizzando con «testi di analisi sociale intelligentissimi». True North è una rappresentazione della loro carriera anche con qualche momento calante. RobinHood in Reverse, Endless Greed, Vanity i migliori esempi de «i Ramones dell’hardcore melodico» [5].
Non vi curate di noi e ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: punk-rock
Bad Religion
True North
etichetta: Epitaph Records
data di pubblicazione: 22 gennaio 2013
brani: 16
durata: 36:57
cd: singolo

 

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