Balordi.

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Non è che si avevano tanti soldi e non si avevano tanti soldi perchè non si trovava lavoro. Facevamo il giro delle zone industriali dei paesi, entravamo in ogni ditta e chiedevamo il tozzo di pane. Non ci prendevano quasi mai, neanche se a cercare si andava da soli. Quando capitava era lavoro infame, pesante, pericoloso, in nero. I padroni ci dicevano :” Uei, fiò; se ve suced qualche bruta roba mi vori savè nient“. Capito? “Se vi fate male, cazzi vostri, io non c’entro niente!”. E allora capitava che ti tagliavi con la lamiera, quei brutti tagli fondi dai quali il sangue sgorgava a fiotti e che quando bagnavi sotto l’ acqua il dolore ti picchiava in testa e ti sentivi svenire, ma andavi al Pronto Soccorso con in bocca la tua brava bugia ben costruita. Non la bevevano mai, ma in fondo a loro, ai medici, agli infermieri, che gliene importava? Ti cucivano, ti bendavano, ti facevano l’ antitetanica e ti lasciavano andare…e sotto un altro.

Alla radio e in tivù dicevano sempre delle B.R. e le rapine di “autofinanziamento”. Autofinanziamento a noi faceva un po’ ridere…anche se capivamo che lo scopo non era quello di arricchirsi. Tutte le rapine sono per autofinanziarsi. Io prendo i tuoi soldi e me li tengo. Mi sono autofinanziato. Così quando c’era il mercato del giovedì e della domenica ci autofinanziavamo rubando di tutto. Dalla frutta ai jeans. Sfrecciavamo davanti alle bancarelle e afferravamo al volo tutto quello che era alla portata delle nostre mani. Eravamo sempre una decina, eravamo agili, velocissimi, eravamo ragazzi. Al mio paese c’era un posto vicino alla ferrovia che si chiamava “I Cubi”.
I Cubi erano parallelepipedi di cemento appoggiati uno sopra l’ altro ed erano quelli che erano serviti per costruire il vecchio ponte sul fiume. Adesso c’era quello nuovo ed i cubi dismessi erano diventati il nostro villaggio. Erano tutti scritti e disegnati con lo spray. Noi ci andavamo la sera per fumare qualche spinello e ascoltare le storie dei ragazzi più grandi. C’erano tanti gruppi, tante compagnie. Sentivi parlare di musica, di politica e noi ascoltavamo sempre tutto… stavamo bene, ci si rispettava. Una volta, d’ estate, decidemmo di passare li la notte. Eravamo in cinque e non c’era nessun altro all’ infuori di noi perchè I Cubi era un ritrovo, come fosse un bar e i bar alla notte chiudono. Faceva così caldo che non facemmo neanche il fuoco. La luna illuminava tutto così forte che sembrava di aver acceso una specie di abat jour con una luce strana. Per arrivare ai Cubi c’erano due modi: o attraversavi a piedi la ferrovia o ci arrivavi dalla stradina di terra battuta disegnata dai camion quando fecero i lavori per il ponte nuovo. Tutti noi ci arrivavamo dalla ferrovia perchè dal paese ci mettevamo pochi minuti. Quelli che usavano la stradina la prendevano molto più lontano, da uno svincolo della provinciale, ed erano sempre poliziotti o carabinieri che ci venivano a controllare. Proprio quella notte ci svegliò il rumore di un motore che procedeva piano. Ci scorgemmo da uno dei Cubi e vedemmo arrivare un auto che procedeva a fari spenti. Capimmo subito che era una macchina di lusso anche se non avremmo saputo dire sul momento se fosse stata una Mercedes, una BMW o che altro. Ad un centinaio di metri da noi si fermò. Scesero due uomini, si guardarono attorno. Aprirono il baule della macchina e tirarono fuori due taniche. Ne presero una a testa, ne versarono il contenuto sulla macchina e quando ebbero finito uno di loro accese qualcosa, non so se un fiammifero o un accendino e gli diedero fuoco. Quasi immediatamente alla vampata li perdemmo di vista, ma sentimmo i ciotoli della ferrovia che si muovevano sotto passi frettolosi. Se ne erano andati per la stessa via che utilizzavamo noi, noi tutti. Guardammo quell’auto consumarsi lentamente sotto le fiamme e non ci venne in mente neppure per un istante di andarcene via, di scappare lontano da quello che sicuramente era un misfatto. Quando le fiamme furono estinte andammo a curiosare. Era una Jaguar, caspita, una Jaguar. Mio padre aveva una Prinz. I padri degli altri miei amici manco ce l’avevano l’ auto. Cosa poteva avere di diverso una Jaguar da una Prinz? Pensavo. Non hanno tutte e due un motore, dei sedili e dei finestrini da dove guardare la strada che di dietro si lascia e davanti quella che ancora si ha da fare? Boh..Anni dopo capii che tra una Jaguar e una Prinz c’è una distanza più grande e profonda di quella estetica o meccanica.

Quel periodo continuò così, fino all’ inverno. Ormai il lavoro manco lo cercavamo più. Bighellonavamo tutto il giorno vivendo di furti. I nostri genitori, sempre con l’ acqua alla gola, presi da mille problemi, non ci dicevano nulla se non di impegnarci a trovare qualcosa da fare. E noi qualcosa lo facevamo. I soldi che ricavavamo dai furti ci bastavano per star tranquilli fino ai prossimi e così via. Col passare dei mesi però, ci venne in mente che con qualche arma in mano saremmo stati convincenti a tal punto che non ci sarebbe più stato bisogno di piedi di porco e di scavalcare di corsa muri e cancelli inseguiti da cani da guardia. Il “livello” si alzava, ma il rischio di farsi beccare era inversamente proporzionale; con in mano una pistola rischi più anni di gabbio,ma sei molto più veloce che se ti dai allo scasso, tanto noi mica si voleva ammazzare qualcuno… Bisognava solo contattare le persone giuste. Andammo dal Jordan. Il Jordan era un elemento che si metteva a pulire le serrande dei negozi in pieno inverno con addosso zoccoli, calzoncini corti e canottiera, ma che era rispettato da tutti perchè ai tempi della guerra fu un partigiano valoroso. Poi andò fuori di testa per una donna e si fece spolpare fino a restare in bolletta.Il Jordan conosceva tutto di tutti. La gente gli lasciava in custodia, dietro un piccolo compenso, la merce che scottava, che non si poteva mettere in banca e non era prudente avere in casa. Nessuno si avvicinava alla cantina della casa del Jordan con brutte intenzioni perchè Jordan l’ avrebbe ammazzato e fatto a pezzi da buttare nel fiume. Noi non avevamo mai visto Jordan da vicino. Quando ci fece entrare in casa restammo di sasso. Nella camera dove dormiva aveva messo in scena una specie di rappresentazione teatrale molto verosimile di Piazzale Loreto con tanto di fantocci che riproducevano le fattezze dei gerarchi fascisti appesi per i piedi. Sotto le forche il suo letto. Cosicchè: “Alla mattina mi sveglio sempre con un sorriso”..Questo era Jordan, dalla pelle scurita dal freddo, ma anche dal sole e quei solchi sul viso di chi ha tanto faticato e sofferto. “Venite domani per sapere se ci sono; dopodomani per sapere quanto costano; fra tre giorni con i soldi, fra quattro per ritirare”. A nessuno sfiorò l’idea di dire al Jordan che avrebbe ricevuto i soldi non prima, ma all’ atto di ricevere i ferri perchè quello era capace di ammazzarti li sul posto. E poi di Jordan non ci si poteva non fidare. Dopo quattro giorni avevamo due pistole e una scatola di proiettili. Dopo otto mesi avevamo cinque pistole, dieci scatole di proiettili, cinque moto e avevamo abbondanato le nostre famiglie intortandole con scuse più o meno plausibili e ci eravamo trasferiti in un altra provincia. Non eravamo nessuno, non volevamo competere con nessun altro, non davamo fastidio. Ci facevamo gli affari nostri, cose piccole, di ordinaria delinquenza. Sventagliavamo in faccia a qualche riccone con puttana al seguito una bella e fredda calibro 9 e quello ci mollava soldi, orologi e ori nel giro di 10 secondi. Talvolta anche l’auto che poi noi consegnavamo ad un nostro compare. Lui la smontava pezzo per pezzo e la rivendeva così, ai meccanici che volevano risparmiare.Ci andava bene, sempre tutto pulito. Eravamo accorti. Dei balordi, ma piuttosto furbi. Nella nuova provincia ci trovavamo a nostro agio. Tanta campagna, tanti canali, tanta nebbia. Gente chiusa, riservata, per nulla espansiva, omertosa. L’ ambiente perfetto per agire indisturbati, senza rotture di coglioni o sbirraglia che sente il tuo tanfo e ti gira appresso. Eravamo lontani anni luce da quei ragazzini che giravano le zone industriali alla ricerca di qualche ora di lavoro pericoloso e malpagato; anche se in realtà di anni ne erano passati due o tre…

Adesso la storia della Jaguar e della Prinz mi era più chiara. Se lavori solo col sudore della tua fronte e con la fatica delle tue mani una Jaguar non la potrai mai avere. Per averla devi essere un figlio di puttana, uno che per forza o sfrutta qualcun altro o viene da una famiglia che l’ha fatto prima di lui. Se hai una Prinz puoi essere solo una persona onesta, che sputa sangue per arrivare alla fine del mese e che non avanza il becco di un quattrino. Non è questione di motori o di carrozzerie…. Venne proprio da me l’idea di “rapare” una banca. Uno dei simboli di potere e di diseguaglianza sociale più evidente. Unire l’utile al dilettevole. La banca l’avevamo a venti chilometri. In un paesino che per non sfiorare il ridicolo non dovrebbe essere neanche sulle cartine stradali. Così una brutta mattina alla banca ci andammo, in cinque su tre moto. Tre restano con la moto accesa due entrano, fanno il prelievo, escono e saltano su due moto a caso mentre l’uomo sull’ altra si carica in spalla lo zaino. La canna sulla schiena è ghiacciata. Avrei dovuto mettere la maglia della salute ed appoggiare il ferro li e non sulla pelle nuda. Intanto aspettiamo.Aspettiamo che arrivi l’ impiegato, il direttore o chiunque altro possa aprire quella porta e farci entrare. Sono le nove di mattina e non c’è in giro un anima; tranne una volante dei C.C che per forza è li per caso e vede tre moto accese e due tizi che stanno minacciando con una pistola il classico ragionierino occhialuto neo diplomato. Sento un casino infernale, non ci capisco niente, mi fischiano le orecchie e mi brucia una gamba e ho una pozza di sangue sotto il piede destro e quando mi giro verso il compà il mio sguardo è all’ altezza della cerniera dei suoi jeans, sto cadendo senza accorgemene…….e così mi addormento.

Venticinque anni per tentata rapina, banda armata, concorso in omicidio ed un altra decina di imputazioni per altri reati .Gli stessi anni che aveva quel povero cristo di appuntato quando è caduto sotto i Nostri colpi. Quattro fori di proiettile in una coscia, due estratti, uno troppo vicino all’ arteria femorale per tentarne la rimozione, un altro ancora appoggiato alla vena iliaca, troppo difficile andare a prenderlo. Le gabbie si aprono e scendo allo spaccio dove c’è il bar. Dietro il bancone c’è Robi. Robi sta finendo la sua pena, io sono a metà. Per il giorno che se ne andrà abbiamo organizzato una piccola festicciola. Mi mancherà o forse ache no, non lo so ancora……. ci sarà tempo per capirlo. Comunque avrò finalmente la risposta che non mi ha mai voluto dare in tutti questi anni, ma che si promise di svelarmi il giorno in cui avrebbe abbandonato queste mura….e cioè “Chi erano”, cosa faceva li, ai cubi, quella notte assieme ad un altro e perchè incendiarono quella bella Jaguar(?).

Matteo Rukavina

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