Bancale. Frontiera. Un esordio possente tra blues e liriche d’avanguardia

bancale frontiera
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Ancora un’opera di spessore. Ancora intrecci poderosi con la lirica sia essa di derivazione letteraria sia scritta per le canzoni. Piaccia o meno un’onestà intellettuale disarmante in questo esordio. Sono i Bancale da Bergamo e l’opera si intitola Frontiera.

Alessandro Adelio Rossi alle chitarre, Luca Vittorio Barachetti voce  e parole e Fabrizio Colombi ai tamburi, legni e lamiere. L’anno di nascita del gruppo è il 2006, data dell’incontro tra Barachetti e Rossi mentre Colombi arriverà qualche tempo dopo. Il primo lavoro ufficiale è l’ep del 2009. Tempi ben diversi rispetto alle uscite che nascono su progetti commerciali o su programmi televisivi.

Le eredità letterarie dichiarate sono Cesare Pavese, Breece D’J Pancake, Genna e Pier Paolo Pasolini. Quelle che si ritrovano mettendo il naso nelle recensioni: Bachi Da Pietra, Massimo Volume, Le Luci Della Centrale Elettrica, Agalloch, Officine Schwartz, Codeine, Sunn O))), Afterhours.

Il primo e distratto ascolto evidenziava le lamiere e, forse per gli echi delle battaglie della FIOM, l’immaginario correva alla fabbrica. Ci sarei ritornato.

Eccomi a raccontare come si presenta tra la critica Frontiera. Non c’è il mio immaginario ma una buona accoglienza che in più di un caso è adesione totale.

La prima di queste è quella di Valtorta. L’autore sembra spiegarci come il connubio tra testi che narrano di di <<vite angosciate, di animali, di esseri umani e di morte>> e suoni <<secchi, metallici>> per canzoni con una <<monotonia cadenzata>> lasciano il segno. L’unica citazione è per Randagio forse perché rappresentativa dell’album e per il riferimento al cantato di Luca Barachetti [1].

Su livelli simili il commento di Veronese che può confermare quanto di buono si era sentito con l’ep. Sono riusciti ad ampliare i confini precedenti: <<le lamiere di Fabrizio Colombi risuonano del rumorismo di Corpo, la chitarra di Alessandro Rossi conosce vibrazioni slowcore in Lago nel tempo, l’ugola e i test di Luca Barachetti vanno a parare anche nell’antimafia di Catrame […]>>. E se a questo vi aggiungiamo gli agganci letterari si comprende del perché del giudizio [2].

Nemmeno Hofer si risparmia nelle lodi per Frontiera che per la sua carica innovativa potrebbe non avere un grande pubblico. I componenti del gruppo nei loro sviluppi sonori producono un risultato di grande spessore e come in Randagio, la scrittura di Barachetti elimina ogni orpello e <<il linguaggio viene piegato senza sforzi alle urgenze espressive del brano>>.

E’ Cavalli l’unione perfetta tra parola e musica <<un autentico capolavoro che trova il suo apice nel dialogo differito fra Pasolini (estratto da La terra di lavoro) e il sound abrasivo della chitarra>>.

Qualche perplessità la si incontra nel mezzo del cammino quando qualche rimando di troppo ai Bachi da Pietra fa scemare l’originalità e perdere il filo del discorso [3].

Con un evidente contributo di Xabier Iriondo questo disco, secondo Solventi, è una bella conferma dell’ep rispetto al quale si <<alza la temperatura dell’ossessione blues fino al delirio controllato del post […] accogliendo turbamenti slow-core […] aprendosi poi a suggestive ancorché livide palpitazioni folk>>.

In questo disco in cui si sente la morte come evento dominante <<ingranaggio e carburante di vita>> i momenti migliori sono Megattera, Calolzio, <<la struggente inquietudine>> di Suonatore cielo e <<la torbida trepidazione della title-track>> [4].

Rigamonti non fa distinguo tra i brani, l’opera va ascoltata tutta perché <<il mood che governa le canzoni è pressoché uguale e costante>>. E’ un disco controverso, non c’è un’interpretazione definitiva da assegnare, la sensibilità dell’ascoltatore lo collocherà su piani diversi. Non è facile quest’album di alternative rock <<più recitato che suonato tipico delle Luci Della Centrale Elettrica, mischiato tuttavia ad una sorta di effetto ambientale desolante ed oscuro tipico degli Agalloch, nonché un senso apocalittico-destrutturante che appartiene al drone dei Sunn O)))>> [5].

E di mood costante parla anche Nunziata con un disco che comunque <<declina partiture sempre diverse tra di loro>> e con un giudizio finale meno neutro e che lascia buone speranze per il futuro del gruppo.
I collegamenti ai Bachi da Pietra si odono a cominciare da Catrame, ma i Bancale mostrano sempre personalità <<evitando di scivolare nel baratro di un eccessivo ermetismo sonico/lirico>> Le citazioni sono per Lago del tempo, Corpo <<brano che evidenzia il versante più rumorista>>, Cavalli e Suonatore Cielo <<dedicata agli affogati>> [6].

Per Zinno Frontiera è difficile da collocare anche se poi i Bancale li inserisce tra coloro che provano a <<pescare la poesia dalla tradizione cantautorale, il sapore del cupo dalla scena new wave e ricoprendo il tutto di un’atmosfera avant-garde predominante>>. In un album dove la lirica la fa da padrona, con testi spesso recitati, quasi ad evidenziarli, i brani migliori risultano Calolzio, Cavalli e Suonatore cielo che <<guadagna musicalità come se dopo tanta tristezza un sussurro riportasse speranza alla vita e forse su nuovi binari il futuro dei Bancale (un po’ come la poesia “S’io fossi foco” di Cecco Angiolieri)>> [7]. Non vi curate di noi e ascoltate!

Ciro Ardiglione

genere: avant blues
Bancale
Frontiera
etichetta: Ribéss-Fumaio/Palustre
data di pubblicazione: 2011
brani: 10
durata: 46:03
cd: singolo

[1] Luca Valtorta, “In questo mondo di cani i Bancale si fanno notare”, Il Venerdì di Repubblica, 10 giugno 2011, pag. 133
[2] Enrico Veronese, BLOW UP., aprile 2011, pag. 71
[3] Martin Hofer, www.hatetv.it, 18 marzo 2011
[4] Stefano Solventi, www.sentireascoltare.com, 8 aprile 2011
[5] Fabio Rigamonti, www.spaziorock.it, 10 aprile 11
[6] Francesco Nunziata, www.ondarock.it, 17 marzo 2011
[7] Marcello Zinno, www.rockaction.it, 20 maggio 2011

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