Barriere. L’incapacità di uscire da se stessi

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Pellicola composita, a tratti un po’ verbosa, Barriere è un film che tocca temi molteplici: dalla condizione dei neri nell’America di fine anni cinquanta, al rapporto conflittuale tra un padre autoritario e i suoi due figli (il trentaquattrenne Lyons, chitarrista jazz avuto dal primo matrimonio, e l’adolescente Cory, promessa del football che vive in casa col protagonista e la sua seconda moglie Rose), dalla difficoltà di rimettersi in carreggiata dopo un errore di gioventù, all’incapacità di uscire da se stessi e dai propri rigidi schemi per poter capire chi ci sta attorno. Le “barriere” evocate dal titolo, allora, sono quelle che separano i bianchi dai neri e quelle che dividono i padri dai figli; quelle che ognuno di noi erige per lasciarsi alle spalle una brutta pagina della propria vita e quelle che si tirano su per tenere legati a sé i propri affetti ed evitare che ci abbandonino (come viene esplicitamente suggerito in una battuta del film).

denzel washington e jovan adepo nel film Barriere

Ma sono, soprattutto, quelle che il protagonista, Troy Maxson, costruisce attorno a sé e che diventano un muro invalicabile per Cory ed un ostacolo insormontabile per Rose. Troy è un padre da minimo sindacale, che dà al figlio cibo, vestiti ed un tetto sopra la testa, ma mai una parola d’incoraggiamento, mai quell’affetto e quella considerazione di cui ha bisogno per diventare adulto. È un marito che consegna alla propria moglie la paga settimanale, che cerca di essere un compagno di vita presente e affettuoso, ma non è capace di ascoltarla, di capire cosa voglia veramente, quali sono le rinunce che è stata costretta a fare per investire diciotto anni della propria vita nel progetto famigliare.
Troy, a sua volta vittima di un padre autoritario, sente la vita come una trappola sempre sul punto di scattare, lo strikeout che ti elimina dalla partita. È pervaso da un prevaricante senso di responsabilità e riduce i rapporti famigliari ad obblighi reciproci (“devi accettare il bello e il brutto della vita”), ad una sorta di contratto che deve essere assolto, di dovere che deve essere adempiuto. Ed in questo sta la profonda diversità di visioni tra lui e i suoi due figli: Lyons, che dice di aver bisogno della musica per avere una ragione per alzarsi al mattino e cerca un po’ di colore nel grigiore quotidiano rifiutando il rigido pragmatismo del padre; Cory, che vuol darsi una possibilità per diventare qualcuno (emulando il padre come campione nello sport) e non si accontenta di un mestiere che non gli consenta di andare al di là della mera sopravvivenza.
A livello di scrittura, per la quale peraltro il film ha ricevuto una nomination all’Oscar come miglior sceneggiatura non originale, Barriere pare risentire, sulle prime, dell’accumulo di situazioni descritte; sembra a tratti troppo denso e si ha l’impressione che fatichi a trovare una direzione tra i vari argomenti messi sul piatto. Il film però, tratto da una pièce di August Wilson, The Pittsburgh Cycle, che firma anche la sceneggiatura, prende forma in modo più netto e deciso dopo le prime battute e comincia a funzionare, a livello di messa in scena, come un congegno ben oliato. Lo spazio scenico preponderante, il cortile nel retro della casa di Troy, diventa il suo luogo di elezione; il posto in cui si svolgono le vicende salienti e si sviluppano i ragionamenti di fondo del film tra le storie, spesso un po’ troppo romanzate, raccontate da Troy ed una bottiglia di gin che gira tra i presenti: le barriere, ancora una volta soltanto metaforiche, separano allora il mondo di fuori dal ristretto microcosmo di un proletariato impoverito e ghettizzato a causa del colore della pelle. Tra i momenti più o meno intensi vissuti nel cortile, uno dei più delicati per il protagonista è quello sottolineato dall’unica volta in cui è usata nel film la macchina a mano, che segue il protagonista (a sottolinearne il turbamento interiore con i suoi movimenti instabili e un po’ increspati) nel frangente più difficile del suo rapporto con Rose.
Ma il film, più che per la scrittura (o per la regia, pulita e senza particolari sussulti, dello stesso Denzel Washington), funziona per lo straordinario cast e la singolare sinergia che si crea tra gli interpreti. Tutti si muovono con perfetto tempismo e misurata gestualità; con gusto tipicamente teatrale, dato che l’opera peraltro, come si è detto, è tratta da un testo teatrale. Nonostante un ottimo e istrionico Denzel Washington, spicca su tutte l’interpretazione di Viola Davis, vincitrice della statuetta dell’Academy quale migliore attrice non protagonista e già candidata all’Oscar nel 2012 per The help e nel 2009 per Il dubbio.
Non propriamente scarno e asciutto (l’inquadratura con cui si chiude il film sembra evocare una sorta di pacificazione “per volere divino” propiziata da un “innocente” che lascia un sapore dolciastro in bocca durante i titoli di coda), Barriere è per altro verso uno straordinario film di attori che si destreggia con equilibrio tra i vari stimoli e suggestioni che pone sullo schermo e sa rimanere in bilico tra denuncia sociale, tensioni famigliari e profonda umanità senza mai scadere nel banale.
Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:
Titolo originale: Fences
Genere: Drammatico
Origine/Anno: USA/2016
Regia:  Denzel Washington
Sceneggiatura: August Wilson
Interpreti: Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Jovan Adepo, Stephen Henderson
Montaggio: Hughes Winborne
Fotografia: Charlotte Bruus Christensen
Scenografia: David Gropman
Costumi: Sharen Davis

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