Barzellette di e con Ascanio Celestini

history 5 minuti di lettura

Al teatro Carcano di Milano c’è in scena Ascanio Celestini con il suo spettacolo Barzellette. È accompagnato dalle musiche dal vivo di Gianluca Casadei, pronto a impreziosire con la sua fisarmonica le parole di un monologo a volte surreale, a tratti politico, a volte amaro, divertente… ma sempre poetico.

Ascanio Celestini sale sul palco per raccontare barzellette, che strappano risate piene a un pubblico convinto, che si fa condurre per mano. Ma queste barzellette sono solo il pretesto per gettare uno sguardo sul mondo, uno sguardo disincantato, feroce, delicato, e per fortuna politicamente scorretto, sulle cose e su noi stessi.
Circondato da una scenografia essenziale, come è ormai consueto per Celestini, l’autore usa Barzellette come pretesto, come mezzo per parlare di vita e di morte. E che Ascanio Celestini sia un raffinato affabulatore lo dimostrano anche i molteplici premi letterari vinti, tra cui è opportuno ricordare il premio Bagutta.

Le barzellette vanno da quelle classiche sui carabinieri, a quelle sugli ebrei, e tanto altro ancora.

Sui carabinieri.
Sapete quante barzellette ci sono sui carabinieri?
(Pausa).
Solo tre.
Le altre sono tutte verità.

Sugli ebrei
Due ebrei escono da Auschwitz ridendo rumorosamente.
Si battono le mani sulle spalle.
Si piegano in due.
Dio li vede e chiede perché stiano ridendo.
I due ebrei continuano a ridere.
Dio insiste.
Allora uno dei due si rivolge a dio e dice.
“Tu non puoi capire. Non c’eri”.

Questi sono solo due degli esempi di uno spettacolo che strappa il sorriso, la risata crassa, quella amara. Uno spettacolo che va dritto al cuore e alla mente.
È uno spettacolo che si prende gioco di noi, quello di Celestini, che ci inganna, perché con la finzione del divertimento sa parlare delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, che si salvarono da Auschwitz perché un’addetta alla sorveglianza del campo le mise in guardia.
Se vi diranno chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, state ferme e non rispondete.
Loro stettero ferme. Non dissero nulla. Così si salvarono.

Sì! Ascanio Celestini per fortuna non è stato di parola. Non sono solo barzellette le sue.
Durante lo spettacolo ci fa ridere, ma nello stesso ci riporta a piazza Fontana, alla questura di Milano dove fu suicidato l’anarchico Giuseppe Pinelli. Ci riporta a tempi bui Ascanio Celestini. Lo fa sempre con parole pacate, mai gridate, ma che per questo colpiscono ancora di più.

Abbiamo provato a chiedere ad Ascanio Celestini qualcosa di più sulla sua arte e sul suo mestiere d’artista. Ecco che cosa ci ha risposto nell’intervista che ci ha concesso.
Io non vorrei raccontare una storia che altri non hanno raccontato. Al contrario mi piace l’idea che posso raccontare una storia raccontabile. Non è tanto la storia in sé quanto le parole giuste per raccontarla. Questo a me interessa.
Lei ha studiato antropologia. Lei è un attore o sta continuando un lavoro da antropologo?
Certamente io utilizzo gli strumenti dell’antropologia per costruire le storie. Po lo faccio in maniera libera. Nel senso che la mia finalità è prendere queste storie e cercare di capire in quale maniera si relazionano con il mondo che mi sta attorno, che sta attorno a queste storie.
È corretto dire che lei si colloca nel solco del teatro di narrazione?
Quello che mi affascina della narrazione è che ci sia un finale. Io vado in scena sapendo che la storia che sto raccontando ha un finale, e questo finale è un po’ la prospettiva dalla quale lavoro. Probabilmente è la prospettiva da cui si muove anche lo spettatore che ascolta la storia.
Quindi teatro di narrazione, ma anche tradizione del Pasquino Romano?
Probabilmente sì. Ma non per aggiungere qualcosa alle storie delle pasquinate. Forse solo perché è un meccanismo che funziona.
Arriviamo a Barzellette. Perché sceglie questa forma espressiva così fulminea? È una forma letteraria? È una forma poetica? Che cosa è la barzelletta?
È una forma letteraria. La barzelletta è una specie di romanzo brevissimo.
Ridere senza pensare è difficile.
La barzelletta è una maniera per rovesciare quello che vediamo quotidianamente. Ci fa ridere qualcosa che conosciamo, ma non conosciamo in quella maniera lì.
È un po’ come entrare nella stessa casa, però non dalla porta ma dalla finestra.
E lo spettacolo Barzellette è un racconto che fa ridere.
Lei ha sostenuto spesso che nelle barzellette si rispecchiano le nostre miserie e le nostre virtù. Le possiamo capire perché abbiamo quelle miserie e quelle virtù dentro di noi. È così?
Perfetto.
In una delle sue interviste ha anche detto “Dobbiamo fare manutenzione della nostra umanità”. Che cosa intendeva?
È una cosa che ho detto rispetto alla nostra relazione che abbiamo con gli stranieri più poveri.
Dovremmo fare manutenzione della nostra umanità pensando al fatto che è abbastanza facile essere umani quando i nostri vicini di casa sono autonomi. Quando invece queste persone accanto a noi non lo sono, e hanno bisogno di mangiare bere e dormire ed essere riscaldate, diventa tutto più complicato. Per cui fare manutenzione della propria umanità significa pensare che noi siamo comunque più forti di quelli che incontriamo uscendo dal portone di casa.
Quindi un’accoglienza rispetto agli strati più poveri, siano essi…
Sì, sì. non solo i più poveri. Proprio i più deboli.
Di qualsiasi razza, etnia, senza distinzione di sesso, di etnia, di genere…
Sì perché se facciamo distinzioni facciamo raccolta di farfalle.

Allora. Se non volete andare a caccia di farfalle. Se volete ridere e pensare, barzellette è lo spettacolo che fa per voi.

Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

Teatro Carcano – Milano
fino al 26 gennaio

BARZELLETTE
di e con Ascanio Celestini
Musiche eseguite dal vivo di Gianluca Casadei
Foto Musacchio, Ianniello, Pasqualini
Produzione Mismaonda e Fabbrica srl

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article