Bazzocchi e il suo Alfabeto, una introduzione a Pasolini

Marco Antonio Bazzocchi
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Marco Antonio Bazzocchi, classe 1961, è uno studioso di fama della letteratura italiana. Ha studiato ed ora insegna – da molti anni – all’università di Bologna. Allievo di Ezio Raimondi [1], appassionato di Leopardi e di Pascoli, sarà proprio attraverso l’interesse per l’opera di quest’ultimo che Bazzocchi si approccerà alla figura di Pasolini, che  svolse la sua tesi di laurea a Bologna (nell’anno accademico 1944-45) proprio con uno studio sulla lirica pascoliana [2]. È da questo momento che data la riflessione di Bazzocchi su Pasolini, che lo porterà – nel 1998 – alla pubblicazione del volume Pier Paolo Pasolini, per i tipi di Bruno Mondadori [3]. Seguiranno poi nell’ordine – solo per rimanere alle tematiche pasoliniane – I burattini filosofi. Pasolini dalla letteratura al cinema [4] ed Esposizioni. Pasolini, Foucault e l’esercizio della verità [5].

Se aggiungiamo che Bazzocchi è membro fin dalla fondazione della rivista internazionale Studi pasoliniani [6], ecco ben dispiegato il motivo per il quale egli è stato tra i relatori di maggiore prestigio del convegno internazionale su Pasolini che l’ottimo Fabien Vitali ha organizzato dal 20 al 22 ottobre scorso a Monaco di Baviera [7]. Pasolini fu una luce, si leggeva nella locandina del Convegno, mentre una bella immagine di Letizia Battaglia faceva da sfondo agli oratori. Marco Antonio Bazzocchi ha avuto l’incarico – nei colloqui di Monaco – di svolgere una relazione dal titolo Pasolini, un pensiero a forma di rosa. È stata la lettura – disvelante e appassionata – di uno dei più importanti componimenti poetici di Pasolini, Poesia in forma di rosa [8], proposto da Bazzocchi con l’intento esplicito di riportare al centro Pasolini (un “periferico”) e la sua poesia, al di là della (forse inevitabile) “consumazione” dell’autore nel corso delle celebrazioni a lui dedicate. Ho approfittato della sua cortesia, in una pausa dei lavori, per porgli alcune delle domande che mi risuonano in testa, connesse alle tante suggestioni prodotte dai temi pasoliniani.

Professor Bazzocchi, lei ha sottolineato – a proposito della riflessione attuale su Pasolini – come, per tantissimi versi, egli sia morto in un “altro mondo”. In effetti, anche raccontarlo al mondo tedesco o germanofono – che ha mostrato un interesse diffuso e non solo recente per la sua figura [9], testimoniato da ultimo da importanti recenti traduzioni di suoi testi e interviste e infine anche da questo Convegno qui a Monaco – ha dei suoi motivi di originalità. Quali sono le ragioni principali per l’interesse del mondo germanico per una figura così “italiana”?

In effetti, in primo luogo (e per quanto ne so), Pasolini non ha avuto grandi frequentazioni con la Germania. Non le ha avute in primo luogo geograficamente. Pasolini è andato a Berlino per la Berlinale, per il festival cinematografici, dove ha portato il Decameron e poi I racconti di Canterbury. Però non mi sembra che nella sua opera ci siano grandi riferimenti alla cultura tedesca, se non a vicende che si svolgono all’epoca del nazismo. Ci sono molti riferimenti al nazismo e al fascismo come fenomeni storico culturali. Però, per esempio, mentre Pasolini ha avuto rapporti con la Francia, dove è stato in contatto con vari intellettuali, rapporti con la Spagna o con l’Inghilterra, la Germania non mi sembra essere stato per lui un paese decisamente presente, se non con alcuni riferimenti; quali ad esempio, fondamentalmente, la filosofia di Friedrich Nietzsche – che lui conosce e di cui si sente la presenza, perlomeno del Nietzsche della prima fase, cioè la nascita della tragedia – come pure il pensiero di Heidegger (che lui cita, seppure non approfonditamente, e di cui probabilmente possedeva una certa conoscenza) e pochi altri riferimenti filosofici. In effetti, è vero quello che lei ha detto, che cioè Pasolini è un autore molto legato all’Italia: per varie ragioni, ma soprattutto è legato all’Italia come mondo, come paesaggio, come cultura (o meglio culture, al plurale), come tradizioni popolari. Soprattutto, Pasolini è legato molto all’Italia del Centro-Sud. Non solo Roma, ma Napoli, per esempio, è una città presentissima in tutta l’opera, soprattutto della seconda parte dell’opera di Pasolini. Perciò – probabilmente –l’attrazione che Pasolini può esercitare su un popolo o su una cultura come quella tedesca è proprio dovuta al fatto che il mondo germanico ha sempre avuto questo interesse per l’Italia come un Paese ricco di elementi antichi. Dal Settecento in poi, dal Nord Europa, si veniva in Italia per vedere le tracce della cultura classica. C’è anche un altro elemento strano, ma che può identificare le ragioni di questo rapporto. La morte di Pasolini è avvenuta in maniera simile a quella del più grande studioso dell’arte tedesca, cioè Johann Joachim Winckelmann. Winckelmann è morto a Trieste, ucciso da un ragazzo. E quindi c’è anche questa strana coincidenza/sovrapposizione della morte di Pasolini con la morte di Winckelmann e col tema di sottofondo dell’omosessualità, che era vissuto – da molti viaggiatori tedeschi che venivano in Italia – come un aspetto dell’interesse per l’Italia, per gli italiani come popolo. Un popolo che aveva probabilmente – agli occhi dei tedeschi – anche delle ragioni di fascino per essere arcaico, primitivo, non ancora civilizzato. Anche questo potrebbe essere un elemento che avvicina. Poi c’è tutta una dimensione intellettualistica, diciamo di pensiero, teorica, che in effetti potrebbe ancora interessare la Germania. Oggi però, soprattutto, bisognerebbe che venisse riscoperto il Pasolini poeta e anche il Pasolini teorico, che di sicuro sono più difficili da avvicinare in un’altra lingua piuttosto che Pasolini cineasta. Perché il Pasolini autore di film ha una dimensione internazionale che è ormai acclarata. Invece credo che il Pasolini teorico, soprattutto le teorie che troviamo in Empirismo eretico [10] – cioè nel libro di saggi più denso di Pasolini – oggi potrebbero interessare la cultura tedesca.

C’è un altro elemento che emerge sempre nei discorsi più frequenti su Pasolini. Pasolini adotta ed utilizza una pluralità enorme di linguaggi, non sempre sovrapposti; mentre le evocazioni di questo centenario a volte sovrappongono il Pasolini scrittore al Pasolini poeta, che evidentemente non sono la stessa cosa, oppure al Pasolini regista, intellettuale, politico… Sono tutti registri diversi, non sempre esattamente connessi. È naturale che vi sia un po’ di confusione, ma forse sarebbe meglio una maggiore nettezza.

Io penso che questi registri non possano rimanere confusi, per il semplice motivo che Pasolini stesso non ha mai voluto tenerli distinti: è l’idea della mescolanza e dell’incrocio di codici espressivi, linguistici e concettuali. Questa idea è sempre presente in Pasolini, fin dall’inizio: egli scrive saggi fin da quando ha vent’anni. Scrive saggi sulla lingua, sulla poesia, sui dialetti. Scrive opere teatrali fin da quando è giovanissimo. Quindi per Pasolini l’idea fondamentale è quella appunto dell’intreccio di due tipologie espressive, formali e linguistiche. Non a caso il suo modello è sempre Dante, sicuramente quello che lui cita più volte.

Una delle domande ricorrenti che ascoltiamo spesso nelle riflessioni intorno al pensiero pasoliniano è: “che cosa penserebbe Pasolini? Che cosa avrebbe detto Pasolini?” Non potrebbe trattarsi di una sorta di senso di colpa postumo? Pasolini fu in parte inascoltato ed in gran parte contestato, da vivente. Mentre la fine tragica di questo veggente, “profeta” del suo tempo, produce in noi – che non siamo più i suoi contemporanei, ma che pure oggi lo ascoltiamo o lo leggiamo –un po’ questo senso di colpa nei suoi confronti.

Non so se quello che è accaduto sia quello che in psicoanalisi si chiama elaborazione del lutto. A me sembra che la storia della società italiana dagli anni ‘70 in poi sia una lunga sequenza di fenomeni tragici. Non dimentichiamo che dopo la morte di Pasolini, solo tre anni dopo, viene rapito e ucciso Aldo Moro. Gli anni ‘70 sono stati appellati – proprio da una regista tedesca, Margarethe von Trotta, gli “anni di piombo” [11]. Fu un periodo storico assai lugubre per l’Italia, dentro al quale Pasolini – con la sua opera e con la sua voce di profeta inascoltato – di sicuro costituisce un elemento sul quale gli italiani ancora non sono riusciti a fare i conti. Lo dimostra anche il fatto che le indagini sulla morte di Pasolini non hanno mai portato davvero da nessuna parte. Sono state riaperte, ci sono ogni tanto nuovi testimoni. Io non sono un complottista, non credo che ci sia dietro una macchinazione scientemente organizzata dai livelli alti della politica. Però potrebbe esserci una concomitanza di cause. Pasolini dava fastidio di sicuro agli uomini della DC, per quello che scriveva, per i pesanti accenni al loro ruolo nell’Italia degli anni ‘70. E può darsi anche che questo disturbo che Pasolini esercitava abbia provocato poi, magari dal basso, una piccola organizzazione criminale che si è messa in testa di punirlo; magari senza volerlo uccidere, ma pensando di dargli una punizione che poi si è trasformato in un massacro. Non credo però che su questo punto si possa fare grande chiarezza. Però quello che lei ha detto è in effetti importante e ricorrente: sapere cosa avrebbe detto oggi Pasolini. Per me si tratta di un esercizio un po’ difficile: aveva previsto molte cose, anche se forse, per alcuni versi, le follie che si sono realizzate dagli anni ‘90 in poi in Italia non sono esattamente e sempre nel verso della sua interpretazione. L’Italia – mi pare – è diventato un paese fascista: non nel senso di un ritorno del fascismo storico, bensì nel senso che, come in molti altri paesi europei, c’è un andare verso un tipo di potere che non è il potere politico, ma è un potere che in qualche modo rende tutti servi nello stesso modo. È quella che Pasolini chiama la mutazione antropologica. Pasolini questo l’aveva capito. Ma non solo lui. Anche altri intellettuali italiani lo avevano in qualche modo sentito nell’aria. Il fatto è che magari gli altri lo dicevano con minore forza. Lui lo dice invece con più veemenza e soprattutto lo scrive sui giornali, che – allora come oggi – erano uno strumento di diffusione molto, molto rapido.

Non pensa che ci sia una sorta di inevitabile contraddizione fra l’essere consapevoli che il mondo di Pasolini non c’è più e cercare così insistentemente delle tracce di lettura e un’analisi dell’oggi nelle cose che lui ha scritto oramai così tanti anni fa?

Il mondo di Pasolini effettivamente non c’è più. Ad esempio, Pasolini non aveva capito – né avrebbe potuto capire –che i dialetti non sarebbero scomparsi come invece stavano scomparendo nella sua epoca. Non a caso l’idea di una cultura dialettale è tornata con forza e molti poeti degli ultimi anni, considerati i migliori poeti italiani, sono poeti che si sono espressi in dialetto. Pasolini aveva capito che la poesia dialettale avrebbe avuto una sua posizione forte nel panorama letterario, ma aveva pensato a una tragica scomparsa dei dialetti, differentemente da quello che invece è successo. Aveva capito benissimo, però, che ci sarebbe stata un’omologazione linguistica dell’Italia e una prevaricazione dei sistemi di comunicazione legati alla televisione. Questo l’aveva compreso molto bene, anche se forse non aveva capito che sarebbe stata così pervasiva: la grande trasformazione dovuta alla televisione, che è stata lo strumento con il quale si sono esercitati i poteri forti sugli italiani dagli anni dagli anni ‘80 in poi. Lo abbiamo sotto gli occhi. Pasolini ha visto in anticipo molte cose, anche se forse non pensava che sarebbero andate così al di là delle intuizioni e delle idee espresse negli ultimissimi anni della sua vita.

Qualcuno, a questo proposito, ha considerato Pasolini come un sismografo. Il sismografo intercetta delle cose profonde che non tutti sono in grado di percepire. Però poi occorre comprendere quanto questi movimenti del profondo proseguano o si arrestino. Questo mi sembra un punto da comprendere bene. Ieri lei diceva ad un certo momento che gli anniversari sono fatti per guardare avanti. Questo anniversario della nascita di Pasolini – sempre però pensando un po’ alla sua morte –sembra fatto per riflettere su qualcosa che ci sta davanti. Di che cosa si tratta?

Io osserverei in primo luogo che dopo Pasolini ci sono stati dei fenomeni letterari artistici molto importanti. Non è finito tutto con la sua scomparsa. Gli anni ‘80 hanno prodotto ancora molte cose. Ci sono stati grandi scrittori, scrittori importanti, che hanno anche lasciato alle spalle Pasolini. I suoi contemporanei dovevano sempre fare i conti con lui, era una lotta continua. Le generazioni successive hanno potuto evitare questa tenzone. Probabilmente, uno degli scrittori più interessanti che ha avuto l’Italia negli anni ‘80 è stato Gianni Celati, un autore che in qualche modo si è lasciato alle spalle Pasolini, pur avendo presente di sicuro certe cose che Pasolini aveva fatto. E poi c’è stata una grande deviazione sulle culture giovanili, di cui Pasolini non aveva fatto in tempo a vedere la nascita. Le culture giovanili, cioè una letteratura espressa all’interno del mondo giovanile negli anni ‘80, sono uno dei fenomeni più interessanti dell’Italia di quegli anni, in parte anche degli anni ‘90. Pasolini però aveva compreso che il sistema editoriale italiano avrebbe dominato, come domina tuttora, su quella che è la diffusione delle opere letterarie. Parliamo solo di letteratura, cioè del fatto che il sistema editoriale italiano è inquinato da dei parametri che sono quelli che vengono usati per proporre al pubblico delle opere considerate importanti. E questo crea poche vie di uscita. Ci sono delle eccezioni, ma sono eccezioni rare, perché il sistema è fondato su un mercato. Il mercato deve vendere e quindi propone al pubblico quello che il pubblico vuole. In un certo senso, il poeta su commissione.

Marco Antonio Bazzocchi Alfabeto Pasolinil centenario pasoliniano è stato occasione per molte disparate pubblicazioni di tanto valore diverso e di tanta distinta consistenza. Anche lei ha all’attivo un’opera che non è del tutto una nuova pubblicazione, ma la rinnovazione di un precedente lavoro del 1998. Mi ha molto incuriosito questo Alfabeto Pasolini, che mi è piaciuto collegare ad un altro libro interessante, quello di Dario Pontuale dedicato a La Roma di Pasolini. Dizionario urbano [12]. Si tratta – come lei ha detto – di una guida particolare. Infatti, «[l]’opera di Pasolini è un arcipelago di poesie, racconti, romanzi, saggi e film così vasto che per muoversi al suo interno sono necessarie almeno una mappa e una bussola. Il dizionario proposto in questo libro le offre entrambe: la mappa, in quanto passa in rassegna i lemmi fondamentali da cui è formato; la bussola, perché fornisce alcune indicazioni preliminari sul significato delle singole opere. Pasolini, infatti, non può essere rinchiuso nei confini di un’opera o di un genere, ma è un autore che continuamente li attraversa, anzi li sovverte».

La prima edizione era nata per una collana diretta da Marco Belpoliti per Bruno Mondadori, della quale sono usciti parecchi volumi. Ogni scrittore veniva esaminato secondo un sistema di concetti o di idee o di immagini prese dalla sua opera, che costituivano proprio un dizionario. Così, quando mi è stato proposto da Carocci di ripubblicarlo, io ho accettato a patto che mi fossero consentite delle modifiche. Quindi, quello che oggi è l’Alfabeto Pasolini non è lo stesso libro di vent’anni prima. È rimasto l’impianto del libro – direi per un 65-70% – ma per il resto ho compiuto importanti cambiamenti, dovuti al fatto che in vent’anni la mia idea di Pasolini si era modificata. Molte cose le ho tolte perché ormai non avevano più un peso forte, altre le ho aggiunte, altre le ho leggermente riviste. Quindi è un libro che, come dico nell’introduzione, è nato due volte; non è un libro fotocopia del libro precedente, ma è nato due volte. L’idea è quella appunto di percorrere un’opera così ampia come quella di Pasolini, che ho paragona appunto a un arcipelago, utilizzando una specie di mappa per orientarsi. Quindi è un libro che serve ad orientarsi nel mondo di Pasolini. Non vuole essere esaustivo, né un libro di critica, ma vuole essere un testo che aiuta i lettori che vogliono conoscere, entrare nell’opera di Pasolini con una mappa. Capire qual è il sistema di base sul quale Pasolini ha costruito la sua opera, quali siano i nuclei fondamentali e poi magari partire per un altro percorso. Mappa e bussola insieme.

Non ha anche lei l’impressione che Pasolini – a volte – sia più citato che letto?

Questo è vero. Lo abbiamo detto anche qui in questo Convegno: molte volte è citato male ed è poco letto, direi soprattutto il Pasolini poeta, che è forse il Pasolini più “fondamentale”. Il cinema ha un po’ “schiacciato” molto di quello che lui aveva scritto, e lui ne era consapevole. Pasolini è diventato famoso e ricco grazie al cinema e ma il cinema lo ha trasformato “letteralmente”. E lui lo dice; ne è – amaramente –consapevole.

Paolo Sassi

[1] Andrea Battistini, «Raimondi Ezio», ad vocem, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Treccani 2016, vol. 86.
[2] Cfr. – a cura di Marco Antonio Bazzocchi e Ezio Raimondi – Pier Paolo Pasolini, Antologia della lirica pascoliana, Torino, Einaudi, 1993.
[3] Marco Antonio Bazzocchi, Pier Paolo Pasolini, Milano, Bruno Mondadori, 1998.
[4] Marco Antonio Bazzocchi, I burattini filosofi. Pasolini dalla letteratura al cinema, Milano, Bruno Mondadori, 2007.
[5] Marco Antonio Bazzocchi, Esposizioni. Pasolini, Foucault e l’esercizio della verità, Bologna, il Mulino, 2017.
[6] La rivista è pubblicata annualmente – a partire dal 2007 – per i tipi dell’editore Fabrizio Serra di Pisa; http://www.libraweb.net/sommari.php?chiave=26.
[7] Vedi in proposito – su questa rivista – il mio articolo In Germania, Pasolini fu una luce dialettica, 2 novembre 2022.
[8] Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964. Una lettura ed analisi della poesia di Pasolini da parte di Bazzocchi – in occasione del quarantesimo anniversario della morte – già in https://www.doppiozero.com/poesia-in-forma-di-rosa, 14 novembre 2015.
[9] Seppure non recentissima, si può fare riferimento all’intervista di Antonio Lucci a Peter Kammarer, «Pasolini e la Germania», in Lo sguardo. Rivista di filosofia, 2015, p. 89-96. Cfr. anche Benedetta Bronzini, «Pier Paolo Pasolini e la Germania», in Il Portolano, 2022, p. 20-23. Sulla convergenza delle analisi di Herbert Marcuse con alcune tesi di Pasolini, cfr. Luca Zenobi, Tutti i vestiti della verità. Letteratura e culture tedesche tra Settecento e Novecento, Modena, Mucchi, 2020.
[10] Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Milano, Garzanti, 1972.
[11] Si tratta del celebre film della regista tedesca Die bleierne Zeit –Anni di piombo, appunto che ottenne il Leone d’oro alla Mostra di Venezia del 1981.
[12] Dario Pontuale, La Roma di Pasolini. Dizionario urbano, Roma, Nova Delphi, 2019.

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