Belgio. Una separazione sempre più probabile

Belgio
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Il Belgio è ancora inabissato in una profonda crisi politica. Di recente, rispondendo ad una domanda su come si possa uscirne, De Wever, leader della Nuova alleanza fiamminga (Nva), ha  dichiarato: <<il futuro è come scrutare una sfera di cristallo al buio>> [1].
I rappresentanti  dei partiti non sono riusciti a trovare un accordo, lasciando di fatto il paese senza governo dalle elezioni del giugno 2010. Circostanza che non si è mai  verificata  in nessun paese al mondo, Iraq compreso. In queste ultime settimane, in più di un’occasione, ci sono state proteste e iniziative, molto civili, per chiedere una soluzione.

Belgio, Bruxelles, Natale 2010. Foto Marco Leonardi

Il re Alberto II da parte sua prosegue nel giro di consultazioni nel tentativo, non solo  di formare finalmente l’esecutivo, ma anche o soprattutto per un progetto di riforme che impedisca allo spettro della separazione della nazione in due o più parti,. Il sovrano intanto ha prolungato fino al primo marzo l’incarico al Ministro dell’Economia Didier Reynders di mediare tra i partiti per formare il governo. Il suo predecessore, Johann Vande Lanotte, aveva gettato la spugna, come era accaduto tra l’altro in altre occasioni  a chi aveva tentato l’impresa constatando che non c’era sufficiente volontà di continuare i negoziati.
Reynders ha costituito due gruppi di intervento, uno sarà impegnato sul lavoro e l’altro sulla legge finanziaria. Quest’ultima fortemente voluta dal sovrano stesso che aveva già chiesto al premier ad interim, Yves Leterme, di svolgere gli affari correnti e di preparare qundi la legge. A vari livelli è salita vertiginosamente la preoccupazione sul debito pubblico,intorno al 100% del Pil. Questo dato, in costante crescita da anni, unito alla crisi politica, ha determinato il peggior risultato per i suoi Cds (credit default swap o assicurazione contro il fallimento) tra tutti i rischi sovrani nel quarto trimestre 2010. Continua a crescere poi anche il divario tra i titoli di Stato tedeschi e quelli di Bruxelles.
Bruxelles, Belgio, Natale 2010
Belgio, Bruxelles, Natale 2010. Foto Marco Leonardi

L’agenzia Credit Market Analysis, che analizza trimestralmente il rischio di bancarotta dei Paesi, ha inserito il Belgio in sedicesima posizione  (dalla cinquantatreesima di nove mesi prima) [2].
La speculazione potrebbe far tracimare la crisi anche sul versante economico-finanziario nonostante il 2010 si sia chiuso con una crescita del Pil del 2%, un dato superiore alla media europea. La crescita record del tasso di risparmio è indice, però, delle preoccupazioni delle persone relativamente al lavoro e ai redditi futuri.
Il deficit troverebbe ulteriori appesantimenti in caso venissero adottati provvedimenti  e riforme con trasferimenti di fondi e poteri impositivi alle autorità locali, più o meno consistenti, e soprattutto poco trasparenti. Il 50% di cui parla l’area separatista fiamminga è una soluzione da soppesare anche per questi risvolti.
Fino ad oggi la situazione si è potuta sostenere  forse perché l’amministrazione politica del paese si sviluppa in un sistema che presente  ben sette livelli: il governo federale, le tre amministrazioni linguistiche (francofona, fiamminga e germanofona) e le tre regioni (Bruxelles, Fiandre e Vallonia), e un decina di province in cui sono suddivise le regioni. Con questo livello di capillarità amministrativa la gestione della cosa pubblica è ancora sostenibile,nonostante la crisi finanziaria, e con  lo spaventoso debito pubblico del paese non può far certo saltare il banco.

Belgio, Vallonia, La Louvière, agosto 2008. Foto Pasquale Esposito

Tornando all’iniziativa politica di Reynders, non è trapelato ancora nulla dagli incontri che l’incaricato ha avuto ieri con Bart De Wever e con Elio Di Rupo (del Partito socialista), se non che ci saranno altre riunioni, riguardanti altri due gruppi, relativamente al clima  (affidato ai Verdi) e alla sanità. Sono della partita anche i cristiano-democratici (CD&V), i socialdemocratici (SP.a) e i Verdi (Groen!), da parte fiamminga, e i cristiano-democratici (CDH) e i Verdi (Ecolo), da parte francofona.
I fiamminghi spingono per una riforma profonda dello Stato federale con  la finalità di aumentare l’autonomia delle regioni e delle comunità linguistiche. Soluzioni rifiutate dai valloni, convinti che l’obbiettivo finale sia la fine dello stato belga. Motivo di scontro poi è anche lo status della capitale e della sua regione dove i fiamminghi e i valloni hanno uguale cittadinanza (mentre nel resto del paese sono rigidamente divise)
Nella complessità della suddivisione del paese, le componenti economiche non sono marginali. Le ricche Fiandre vorrebbero avere il pieno controllo delle entrate, e quindi della spesa sul territorio, senza pensare alle aree meno sviluppate, quasi tutte nella Vallonia. Queste,  a loro volta, potrebbero trarre nuovi stimoli dall’autonomia totale per riprendersi il loro futuro. In presenza di economie vacillanti e di flussi migratori continui è facile spingere molte parti della popolazione verso soluzioni di chiusura e di barriere, governate da populismo di vario genere, per difendere il proprio interesse.

La crisi economica e la globalizzazione, con il suo trasferimento di poteri a favore delle istituzioni transnazionali e soprattutto a favore dei grandi gruppi finanziari ed economici , con le élites che le rappresentano , lascia pensare ad un processo ineluttabile di separazioni e divisioni, anche violente. Queste continueranno ad espandersi proprio perché favorite e funzionali al  controllo e agli interessi del potere economico. È segnatamente più semplice imporre modelli a comunità, sempre più piccole e sempre più incentrate su differenze linguistiche e culturali, anche corrompendo le coscienze avendo disponibili sempre maggiori risorse finanziarie.
La stessa Europa che ha la sua capitale a Bruxelles e che è solo poco più che un’entità monetario-finanziaria non sembra preoccuparsi molto di quello che sta accadendo sembra confermare che questo è il futuro.

Pasquale Esposito

[1] Ian Buruma, “La separazione dei belgi”, The New Yorker, nella traduzione de Internazionale, 11 febbraio 2011, pag. 47
[2] Andrea Perrone, “Belgio: il crack è dietro l’angolo”, www.rinascita.eu, 10 gennaio 2011

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