Benessere Equo e Sostenibile, questo sconosciuto

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Se si vuole comprendere la condizione degli italiani da dieci anni esiste uno strumento, un insieme di indicatori che fanno capo al progetto Benessere Equo e Sostenibile (BES).

L’ISTAT ha presentato il rapporto sul BES, ma non ha ricevuto l’attenzione che merita. Direi come al solito. Eppure se volessimo spendere bene e per il nostro futuro i 209 miliardi del Recovery Fund il potere economico e quello politico ne dovrebbero tenere in grande considerazione.

Si tratta, come recita il documento di “un’iniziativa che non solo ha costantemente garantito un attento e qualificato monitoraggio delle condizioni di benessere dei cittadini, delle relative determinanti e delle tendenze, ma ha anche conquistato progressivamente, per questi temi, un posto al tavolo più alto delle scelte politiche”. Non mi sento di condividere quest’ultima parte perché in questi dieci anno sono peggiorati o non sono migliorati molti più parametri di quanti ne siano migliorati, anche per quelli come l’ambiente che rischiano di non essere reversibili. Del resto è il ministro Giovannini ad aver detto: «peccato la politica non li utilizzi come strumento». E questo nonostante dal 2016 sia uno strumento inserito nella programmazione economica del governo.
Basta andare oltre la lettura per rendersi conto di quanta incuria, ad essere ottimisti, ci sia stata. Nella sostanza e questo dovrebbe valere anche per le valutazioni delle aziende non dovremmo occuparci di PIL (per le aziende Ricavi e Profitti) ma di benessere che ne ricava la comunità.

I domini, le aree che vengono osservate, attraverso 152 indicatori in grado di misurare i diversi aspetti – condizioni materiali e qualità della vita – che a essi afferiscono, sono: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Innovazione, ricerca e creatività e Qualità dei servizi.

Prima di esaminare l’andamento di alcuni di alcuni di questi domini è bene chiarire che gli indicatori (in totale 33 per 8 domini) vengono aggiornati e ancor di più quest’anno per cogliere le profonde trasformazioni in atto, ivi incluse quelle determinate dalla pandemia da COVID-19.
«In particolare, il dominio Salute è stato potenziato con l’aggiunta di due nuovi indicatori, Mortalità evitabile e Multicronicità o presenza di limitazioni gravi tra le persone di 75 anni e più, per meglio rappresentare le fragilità delle persone molto anziane e i punti di debolezza del sistema sanitario e agevolare, così, l’individuazione delle aree su cui intervenire in un’ottica di miglioramento».

benessere equo e solidale speranza di vita

Salute
Dal 2010 al 2019 l’aspettativa di vita alla nascita era costantemente migliorata e sostenuta da «dati positivi per la speranza di vita senza limitazioni a 65 anni, sul fronte della mortalità per tumore, della mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso degli anziani, della mortalità infantile e della sedentarietà», con l’arrivo della pandemia i progressi sono stati annullati «completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese, […]. È un arretramento che richiederà parecchio tempo per essere pienamente recuperato».
Ci sono diversi parametri che hanno aggravato, come sappiamo da tempo, gli effetti di una pandemia. Infatti nel periodo 2010-2018, «l’offerta ospedaliera è andata modificandosi, con una riduzione delle strutture e dei posti letto. In particolare, il numero di questi ultimi è diminuito in media dell’1,8% l’anno, fino ad arrivare, nel 2018, a una dotazione di 3,49 posti letto – ordinari e in day hospital – ogni 1.000 abitanti. Nello stesso periodo, è calato anche il numero di posti letto nei reparti a elevata intensità assistenziale (da 3,51 per 10 mila abitanti nel 2010 a 3,04). Parallelamente, i dati mostrano un peggioramento relativo delle chance di cura in alcuni territori: il tasso di mobilità per motivi di cura dalle regioni meridionali e dal Centro, già significativamente più alto nel 2010, è da allora in costante crescita e il gap tra territori si è ulteriormente ampliato».
Se in questi anni è migliorato il rapporto medici sulla popolazione ma con medici sempre più anziani, quello degli infermieri e delle ostetriche presenta invece criticità. il numero di infermieri e ostetriche è aumentato fino al 2017 (da 5,3 ogni 1.000 abitanti nel 2013 a 6,1) per rimanere stabile negli anni successivi. Il rapporto numerico infermieri/ popolazione è molto sbilanciato rispetto ad altri paesi: la Germania, ad esempio, ha più del doppio degli infermieri per abitante».

Istruzione e formazione
In questo ambito cresciamo ma siamo sempre distanti dagli obiettivi e delle medie europee. E quanto accade fin dagli asili nido il cui obiettivo dato dall’UE è del 33% e noi siamo al 28,2% con il carico di lavoro e responsabilità sostanzialmente sostenuto dalle donne. Arranca anche l’istruzione secondaria che pur aumentando in questo decennio fino a raggiungere 62,6% delle persone di età compresa tra i 25 e i 64 anni è distante dal 79% della media europea.
Le cose vanno anche peggio per i laureati, se «nel corso del tempo è aumentata la probabilità per le nuove generazioni di laurearsi, ma negli ultimi quattro anni, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, la crescita della quota di laureati in Italia si è interrotta. La percentuale di persone di 30-34 anni con un titolo universitario o terziario è passata dal 19,8% nel 2010 al 27,9% nel 2020, ben 14 punti in meno rispetto al dato medio Ue 27, che, nel secondo trimestre 2020, era pari al 42,1%».
Il dato più critico è quello dell’abbandono scolastico: «nel secondo trimestre 2020, il 13,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni risulta, in media, non iscritto a corsi di istruzione e formazione e con un titolo conseguito fermo alla licenza media: un dato preoccupante, sebbene in calo rispetto a quello del 2010 (18,6%). Un rischio, quello dell’abbandono scolastico, che dipende ancora fortemente dal background familiare e, dunque, dalle condizioni socio-economiche di partenza».
Va ricordato che il livello di istruzione è un elemento di primaria grandezza per inserirsi nel mondo del lavoro e più in generale aiuta le dimensioni del benessere. «Infatti, il tasso di occupazione dei laureati – gli unici ad aver recuperato i livelli pre-crisi – è più alto rispetto a quello di coloro che hanno un titolo di studio più basso».

povertà roma san lorenzo
Roma quartiere San Lorenzo. Foto Mentinfuga 2021

Benessere economico
Il rapporto segnala, come già indicato da altre indagini e analisi degli ultimi anni che la povertà resta molto diffusa. «A partire dal biennio 2012- 2013, gli anni della seconda fase recessiva, l’impoverimento ha interessato segmenti ampi e crescenti della popolazione, portando l’incidenza della povertà assoluta al raddoppio. Solo dopo sette anni, nel 2019, si è registrata una prima riduzione dell’indicatore, con il 7,7% delle persone in condizione di povertà assoluta, in calo rispetto al 8,4% nel 2018, in concomitanza con l’avvio di programmi di sostegno alle famiglie in difficoltà economica: il Reddito di inclusione, poi sostituito, nella primavera del 2019, dal Reddito di cittadinanza. Va in ogni caso sottolineato come l’incidenza della povertà assoluta rimanga, anche nel 2019, su livelli doppi rispetto a quelli pre-crisi. La stima preliminare per il 2020 identifica oltre 5,6 milioni di individui in condizione di povertà assoluta, con un’incidenza media pari al 9,4%, in significativo aumento rispetto al 2019, raggiungendo il valore più alto registrato dal 2005 che coincide con l’anno di inizio della serie storica per l’indicatore».
Nel 2019 è tornata ai livelli del 2010 la quota di individui in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste (dal 42,1%, picco massimo, del 2012 al 33,8% nel 2019), mentre è rimasta ancora sopra il 40% la quota di persone che dichiarano di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 50,8% del 2012 al 41,9%).
In Italia resta alto il livello di disuguaglianza che «dà conto della distribuzione del reddito nella popolazione, misurato dal rapporto tra il reddito posseduto dal 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero, resta stabile a 6 punti per i redditi del 2018, rimanendo comunque tra i più alti in Europa e segnalando quindi una distribuzione del reddito profondamente diseguale. Nelle regioni del Mezzogiorno il rischio di povertà più elevato si associa ad alti indici di disuguaglianza; quest’ultimo supera il valore medio dell’Italia in Sardegna e Puglia (6,2), Campania (7,9) e Sicilia (8,7)».

Ambiente
Il benessere e la qualità della vita si misurano anche con le condizioni ambientali e nemmeno qui ci si può ritenere soddisfatti a causa dei pochi e di scarsa entità dei miglioramenti come è il caso dei rifiuti: una minor produzione di quelli urbani (548 kg per abitante nel 2010 e 504 kg nel 2019) e una minore percentuale smaltita in discarica (46,3% rispetto al totale dei rifiuti urbani raccolti nel 2010 al 20,9% del 2019) ma a distanza siderale da quel 10% previsto per il 2035 dalla UE. Migliora un po’ la qualità dell’aria, mentre continuiamo a distruggere suolo a consentire l’abusivismo a disperdere grandi quantità di acqua potabile, aumenta la percentuale di popolazione che vive in aree a rischio idrogeologico, diminuisce nel 2019 la percentuale di coste marine balneabili che si attesta al solo 65,5%, nel 2019 ci sono ancora oltre 330mila ettari di territori, divisi in 31.686 siti, contaminati da sostanze quali amianto, diossine, idrocarburi, pesticidi, PFAS (sostanze perfluoroalchiliche).
Tornado al suolo naturale va ricordato che l’espansione di coperture artificiali riduce la permeabilità e lo sviluppo funzionale del terreno. Tale fenomeno si può considerare praticamente irreversibile nel breve periodo, vista la difficoltà nello svolgere interventi di demolizione, de-impermeabilizzazione e rinaturalizzazione. Per questo motivo, la copertura del suolo può essere assimilata ad altre forme di consumo di risorse non rinnovabili.
Pasquale Esposito

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