Beyond. Ricordi dolorosi riaffiorano da un passato sepolto

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Già interprete di “Vanità e affanni”, penultimo lungometraggio del mai abbastanza compianto Ingmar Bergman, e di “Conversazioni private” di Liv Ullman, Pernilla August, forte dell’humus cinematografico nel quale si è formata, fa il suo esordio dietro la macchina da presa con un film complesso, intimo e lacerante che racconta, con flashback precisi e taglienti come stilettate, la storia di una famiglia finlandese emigrata in Svezia con un padre alcolizzato, una madre incapace di affrontare la difficile situazione del marito ed una bambina – la bravissima Tehilla Blad – che cerca al tempo stesso di ritagliarsi qualche attimo di normalità e di salvare il fragile fratellino dai violenti litigi dei genitori e dal pesante clima di degrado ed abbandono in cui entrambi si trovano.

Il film, pur costruito su ritmi lenti, evoca una tensione costante che tiene sotto scacco per tutta la sua durata, riproducendo con impressionante verosimiglianza quell’atmosfera irrespirabile che può crearsi in un ambiente famigliare deteriorato ed i guasti che ne derivano sulla psicologia di chi ne è vittima. La visione del padre-balordo che gioca col figlioletto facendolo roteare attorno a sé o tenendolo sospeso da un balconcino per un braccio o una gamba rischiando ogni volta di fargli male ne è un esempio mirabile: si è sempre in attesa di un dramma che sta per consumarsi, di qualcosa di tragico che sta per accadere.

Il tema è trattato con garbo e rigore; soprattutto però nella parte della storia raccontata attraverso i ricordi della protagonista bambina. Un po’ meno, invece, nella parallela narrazione sincronica – dove il dolore del ricordo spesso si accompagna a troppo frequenti abbracci liberatori, indulgendo in tranelli retorici che di certo non giovano alla compattezza del film – e nel finale consolatorio: la mano di Bergman, qui, è lontana!
La psicologia dei personaggi è approfondita e sfaccettata. Anche quelli più negativi hanno una propria umanità, delle loro ragioni. Ma in questo caso non si vogliono trarre giudizi di merito, si vuole solo fotografare una realtà, in tutta la sua sconcertante crudezza.

Su tutto il racconto aleggia il disincanto dello sguardo di Leena bambina, la protagonista della storia, che annota sul proprio quaderno il significato dei termini che non conosce (riportando anche parole troppo pesanti per la sua età, come “antabuse”, medicinale per alcolisti cronici) e che sogna finalmente un natale come quello delle altre famiglie: il sogno di una serenità irraggiungibile, sublimato nel tentativo di fuga in quello sport, il nuoto, che fu già chimera per la madre e che diventa ora appiglio per la figlia. L’acqua purificatrice, dalle sequenze iniziali con la protagonista ormai grande che in piscina comincia a confrontarsi nuovamente dopo anni col proprio passato, ritorna e fa da sfondo ad inquadrature belle e disperate, a momenti catartici e di evasione, densi di rabbia e di speranza.
Premio del pubblico all’ultimo film di Venezia, distribuito dalla Sacher Film, il film è tratto dall’omonimo bestseller di Susanna Alakoski (scrittrice, guarda caso, svedese-finlandese).
Leena da grande è interpretata da Noomi Rapace, già vista nella fortunata trilogia tratta dai romanzi di Stieg Larsson.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film

Titolo originale: Svinalängorna – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Svezia,Finlandia – 2010 – Regia: Pernilla August – Interpreti: Noomi Rapace, Ola Rapace, Tehilla Blad, Ville Virtanen, Outi Mäenpää, Junior Blad, Alpha Blad, Selma Cuba, Minna Haapkylä, Håkan Bengtsson – Sceneggiatura: Pernilla August, Lolita Ray – Montaggio: Åsa Mossberg – Fotografia: Erik Molberg Hansen – Musiche: Magnus Jarlbro, Sebastian Öberg – Scenografia: Anna Asp – Giudizio: 7 ½

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