Biancaneve divorzia. Intervista a Cristiana La Capria

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In questa intervista Cristiana La Capria descrive i pensieri fondamentali su cui si basano i suoi libri. Pedagogista ed insegnante, è di origini napoletane, attualmente vive e lavora a Milano.
Attraverso la sua preparazione e con grande spirito interpretrativo riesce a cogliere insoliti aspetti, da un’angolatura del tutto originale, dei sentimenti e comportamenti sociali inerenti ad alcune realtà dei nostri tempi.
Cura anche il sito “Racconti di Scuola”(www.raccontidiscuola.it). Uno spazio nel quale si possono leggere suggerimenti su libri, film, testi teatrali, videoclip, moduli di lezioni  adatti a ragazzi in età scolastica, ma non solo.

Tu sei insegnante e scrittrice. Cosa hai iniziato a fare per prima?

Giocavo a fare l’insegnante quando avevo appena sei anni. Fingevo di avere una classe immaginaria e mettevo voti scarabocchiando con la penna rossa tutti i documenti di mio papà che quando se ne accorgeva … Poi ho scoperto verso i quindici anni che i tormentoni esistenziali che mi affliggevano diventavano più leggeri se mi mettevo a scriverli. Ho un baule di diari personali, infatti. Invece sul piano professionale è andata all’inverso, ho iniziato prima a scrivere saggi per l’università dove lavoravo, poi a insegnare.

Cristiana La Capria
Cristiana La Capria
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È tuo il saggio “Dentro o fuori. Il divario digitale in Internet” che già nel 2005 trattava del problema del digital divide, cioè dell’esclusione da Internet di alcune categorie di persone.

Esatto. Condussi insieme con le colleghe Paola Corti e Gabriella Merlo una ricerca che, proprio nel periodo in cui si inneggiava ancor al potere democratico della rete digitale, metteva in luce l’esistenza in Italia di un profondo gap che impediva ad alcune categorie di persone l’accesso a Internet: i poveri, gli anziani, i poco istruiti sono tra coloro che non posseggono Internet o comunque non sanno usare bene il mezzo informatico. Ma la categoria messa più in risalto nel processo di esclusione digitale è quella femminile e per un motivo di ingiustizia sociale: le donne, infatti, si devono occupare delle faccende domestiche, della famiglia e del lavoro retribuito quindi non hanno tempo per navigare e fare esperienze telematiche con la stessa disinvoltura degli uomini. Ecco perché i maschi sono solitamente più svelti e competenti con l’informatica, perché hanno più tempo. Gli uomini giocano di più in Internet e tradiscono anche di più in Internet, sempre perché di solito le donne hanno meno tempo, sono ingiustamente caricate di maggiori obblighi dei loro compagni o mariti.

A proposito del tradimento tu hai scritto anche un saggio sull’innamoramento “Biancaneve divorzia. L’innamoramento in età contemporanea” dove passi in rassegna le diverse forme di innamoramento che si sono successe negli ultimi tempi e che diversificano l’esperienza maschile da quella femminile.

Il modo con cui ci scambiamo sentimenti di amore cambia con il tempo. I sentimenti subiscono l’influenza della cultura e, cambiando la cultura, cambia anche il modo con cui ci vogliamo bene. Quello che i sociologi hanno definito l’amore “romantico”, per esempio, risale all’epoca della rivoluzione industriale e si fondava sul matrimonio e sulla promessa di amore eterno. E in effetti la maggioranza delle unioni duravano fino alla morte. Poi le cose sono cambiate soprattutto quando le donne hanno iniziato a lavorare regolarmente.

In che senso?

Nel senso che le donne che per lo più erano a casa ad occuparsi delle faccende domestiche e a tirare su i pargoli non avevano la possibilità di mantenersi da sole nel caso in cui il rapporto con il marito fosse finito e allora resistevano dentro al matrimonio per una necessità di tipo economico. Quando le donne hanno conquistato il diritto all’autonomia economica hanno dato inizio alle separazioni che sono aumentate notevolmente rispetto al passato. Quindi l’amore romantico che continua ancora oggi a resistere è ormai affiancato da altri tipi di amore.

Quali sono i più recenti?

Sono due. Uno riguarda la generazione degli attuali 35-40enni ed è l’innamoramento “pragmatico” che non sogna più l’amore eterno ma un legame che funzioni nel presente perché la coppia è attenta alla capacità di comprensione reciproca e alla divisione dei compiti familiari, preferisce la convivenza, non sogna più un futuro lontano ma dura “fino a che funziona”, quindi è più concreta e pratica che in passato. Il secondo è l’innamoramento “elettrochimico”, cioè quello delle attuali generazioni che frequentano lo spazio virtuale di internet con una assiduità feroce. Costoro si innamorano in un attimo e possono concludere la storia sempre in un attimo, basta un clic. C’è da dire che sono molti anche quelli che grazie ai social network e ai vari sistemi di comunicazione istantanea si sono incontrati e sono andati all’altare. Però le modalità di incontro rapido e senza fronzoli di due internauti è totalmente diverso dall’incontro galante, preparato e atteso per mesi tra mio padre e mia madre davanti alla balconata sul mare di Sant’Antonio a Napoli.
Cambiano tempi, modo e luoghi, insomma.

A proposito delle donne lavoratrici tu hai scritto nel 2010 un racconto dal titolo “The waver. La salutatrice” in cui descrivi il profilo di una donna che per mestiere fa la salutatrice. Mi spieghi meglio?

Marta, la protagonista della storia, è avvilita da un lavoro ripetitivo perciò si inventa una nuova professione: fare la salutatrice all’aeroporto. Dà il benvenuto, accoglie e accompagna i passeggeri altrimenti soli e spaesati all’arrivo negli aeroporti. Offre gentilezza, calore, simpatia a gente di ogni età in cambio di soldi.
Pensa che la descrizione nel racconto era talmente dettagliata che il Preside della mia scuola dopo averlo letto mi chiese “Ma esiste davvero questo mestiere?”. Gli risposi di no ma che poteva essere un’idea …

L’ultimo tuo lavoro è un romanzo scritto nel 2012 “A fuoco lento” che narra di un rapporto privato e anche vietato che nasce tra un’alunna e il suo professore. Storie così capitano davvero?

Certo che capitano. Nei luoghi di formazione come la scuola in cui possono costruirsi relazioni quotidiane di un certo spessore l’amore tra il docente e l’alunno/a può essere fisiologico. Ciò che fa la differenza è come viene gestito, quali sono i pensieri che muovono le fila della storia, quale senso ricopre l’uno per l’altro/a. E’ un gioco di rispecchiamento molto forte. In questo romanzo gioca un ruolo fondamentale la vicenda familiare di lei che, molto giovane, ha dovuto affrontare dei cambiamenti importanti e anche la vicenda di lui, del professore, è particolare. L’alunna vive soltanto con il padre e il professore vive soltanto con sé stesso. Da qui l’incontro che ha però un finale lontano da ciò che ci si potrebbe aspettare.

Tu che sei anche pedagogista diresti ai genitori quali sono le fondamentali conquiste di un bambino e di una bambina?

Di primo impatto mi viene da dire che i genitori dovrebbero promuovere nella vita dei propri figli/e due aspetti fondamentali: l’autonomia (di pensiero e di azione) e le relazioni, non solo con i pari ma anche con gli adulti diversi dai familiari perché sono esperienze che rinforzano la conoscenza di sé e dell’altro, aprono a molteplici occasioni di imparare e di stare bene. Sono i massimi valori educativi, secondo me, e anche i più difficili da raggiungere. Ma se solo si riuscisse ad andarci vicino si sarebbe già ad un ottimo punto.

Valerio Tirri

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