Biennale Arte 2019: Cristoph Büchel, Lorenzo Quinn, Alberto Burri e Sean Scully.

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Ho sempre pensato che l’arte contemporanea debba essere vissuta come un’esperienza sensoriale. Ebbene, Venezia è totalmente immersiva. Non vorrei essere banale, ma é impossibile abituarsi ad una città sospesa tra cielo e terra. Fatta di canali, palazzi elegantissimi e calle strettissime in cui è inevitabile – e altrettanto affascinante – perdersi. Dunque, partendo dal presupposto che Venezia genera stupore “di per sé”, passiamo al fatto che durante la Biennale diventa lo scrigno di un contenuto di inestimabile valore. Riassumere tutto sarebbe impossibile, dal momento che, oltre alla Bbiennale, ogni palazzo o chiesa custodisce sorprese inaspettate.

Nel padiglione Italia, Milovan Farronato ha rielaborato proprio l’idea del labirinto, invitando lo spettatore a “vivere” la mostra, dal titolo: “Né altra Né questa: la sfida al labirinto“, più che a visitarla in maniera convenzionale e didascalica.
La visita all’Arsenale non può considerarsi conclusa senza una riflessione sulle due opere monumentali che per il loro carattere dirompente e politico sono diventate oggetto di numerose discussioni, già prima dell’apertura della 58° edizione dell’Esposizione Internazionale di Arte.

Cristoph Büchel, Barca nostra, Venezia, Biennale Arte 2019.

Da una parte, “Barca Nostra” dell’artista svizzero-islandese Cristoph Büchel. Un’opera estremamente drammatica, in cui l’artista riproponendo in chiave colossale il gesto dell’objet trouvé ha deposto sulla banchina dell’Arsenale il peschereccio libico tragicamente affondato il 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia, portando con sé le vite di 700 esseri umani. Si tratta di un’opera fortissima, che ha suscitato numerose polemiche per costi e per significato ma che, al di là di tutto, innesca una riflessione profonda in diverse direzioni. A partire dal senso e dal valore attribuito alla vita, per arrivare al ruolo dell’artista e dell’opera d’arte.

A prescindere dal valore estetico, l’arte è sempre figlia del proprio tempo e raccontarlo, anche attraverso espliciti atti di denuncia, può essere una delle sue modalità espressive. Inoltre, quando un lavoro genera un pensiero e sensibilizza il visitatore, allora non può essere altro un’opera d’arte perché, almeno implicitamente, viene così identificata da chi la osserva. Del resto era Cesare Brandi a sostenere che un’opera d’arte è tale quando viene identificata come tale.

Lorenzo Quinn, Building bridges. Venezia, Biennale Arte 2019

Dall’altra parte, “Building bridges”, l’opera di Lorenzo Quinn, sembra emergere dal Piccolo Arsenale, per costruire un ponte volto ad unirne le due sponde. Otto paia di monumentali braccia si incontrano e si stringono, dando un segnale di speranza e di pace. In un mondo che, mai come adesso, sembra diviso, l’artista ha voluto dare un segnale opposto, di speranza e voglia di cooperazione. Un segnale di pace dunque, ma anche un omaggio a Venezia, la città dei ponti per eccellenza, che storicamente è stata anche un importante anello di congiunzione tra l’oriente e l’occidente.

Alberto Burri, Installation view con Bianco B 1965; Bianco Plastica B6 1966; Rosso Plastica M3 1961

Oltre l’arsenale, con la mostraMay you live in interesting times” e i vari padiglioni, durante primo giorno veneziano, mi hanno mozzato il fiato Alberto Burri e Sean Scully. Due maestri che, devo ammettere, non avevo mai avuto modo di esperire così intimamente. Entrambi a San Giorgio, valgono davvero la visita.
La mostra “Burri, la pittura irriducibile presenza” alla Fondazione Giorgio Cini, a cura di Bruno Corà, é un viaggio nel tempo. Un percorso antologico lungo la carriera dell’artista che, dalle prime, rare opere degli esordi, arriva alle ultimissime opere, i Cellotex. Eleganti ed essenziali, ma nello stesso tempo vivi, per la capacità di raccontare gli esseri umani non solo attraverso la forma ma anche tramite la materia con cui sono realizzati.

Sean Scilly, Opulent. Ascension. Venezia, Biennale Arte 2019

Human“, la mostra di Sean Scully, propone un percorso basato su una dialettica tra materia e colore che, personalmente, ho vissuto come un climax ascendente, in cui la pittura si emancipa gradualmente dal supporto per diventare scultura. E così, dopo le opere pittoriche, al centro dell’abbazia di San Giorgio domina “Opulent Ascension“. Una sorta di ciborio contemporaneo, di proporzioni monumentali (con i suoi dieci metri è l’opera più alta prodotta dall’artista) che, con colori sgargianti e geometrie irregolari, rompe e ricompone l’interno della chiesa, invitando gli spettatori ad elevare verso l’oculus dell’abbazia lo sguardo e – possibilmente – anche lo spirito. Al di là della fede religiosa, l’artista riesce nel suo intento, regalando a chi sa e osa lasciarsi andare un’emozione unica.
Ludovica Palmieri

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