Biennale Arte 2019. Ai Giardini con Ryoji Ikeda, il duo Sun Yuan e Peng Yu e Lara Favaretto

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Se le visite all’Arsenale e a San Giorgio hanno appagato il desiderio di vivere la 58ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia come un’esperienza totale, devo con piacere aggiungere che le mie aspettative sono state ulteriormente confermate dalla visita ai Giardini.
Infatti, si viene subito accolti da un’opera letteralmente immersiva. Una nebbia avvolgente che, bagnando di sé tutto il contesto, crea un’atmosfera suggestiva e misteriosa.

Lara Favaretto – Thinking Head, 2018 Mixed media. Foto Francesco Galli.
58ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia- May You Live In Interesting Times

Ludovica Carbotta Monowe (The powder room), Mixed media. Foto Andrea Avezzù. 58ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia- May You Live In Interesting Times

Ho vissuto “Thinking Head”, questo il titolo dell’opera di Lara Favaretto – unica italiana insieme a Ludovica Carbotta nella mostra “May you live in interesting times” di Ralph Rugoff – come un invito a lasciarmi andare, ad abbandonare le canoniche convenzioni, per entrare in un’altra dimensione, quella dell’arte.
Il Padiglione Centrale dei Giardini mi ha ricordato un mondo delle meraviglie; anche perché sono entrata nel clue della mostra attraverso Spectra III, un tunnel bianco, abbagliante, opera dell’artista giapponese Ryoji Ikeda, che è solito coinvolgere il visitatore a 360 gradi.

Ryoji Ikeda, spectra III 2008. LED lighting tubes, laminated white wooden panels. Foto Francesco Galli. 58ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia- May You Live In Interesting Times

Tutta la mostra è estremamente dinamica. L’architettura stessa del Padiglione Centrale Giardini, a mo’ di enorme chiocciola, con stanze inaspettate e dislivelli, “costringe” il visitatore a perdersi e a percorrere il percorso espositivo più volte, per essere sicuro di non aver tralasciato nulla.
In più, la gran parte delle opere implica, per una piena fruizione, il movimento. Ad esempio, al centro della suggestiva ex cappella in cui, dalla penombra, emergono solenni le opere a parete di Danh Vo, si trova L’Ange du foyer (Vierte Fassung), dell’artista francese Cyprien Gaillard che appare, come per magia, solo quando si arriva di fronte l’opera. Rimango davvero affascinata quando la tecnologia viene trasformata in arte. Tramite un complesso effetto ottico, emerge, in 3D, una sorta di danza sfrenata, sospesa, come se fosse il crepitio variopinto di un fuoco antropomorfo che, proprio come una fiamma, mi ha ipnotizzato e rapito.

Cyprien Gaillard
L’Ange du foyer (Vierte Fassung), 2019
Holographic LED-Display, galvanised steel base.
Foto Francesco Galli.
58ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times

In contrasto con l’intima oscurità di questa sala la successiva, non è solo tutta illuminata, ma anche rumorosa. Un’enorme teca di vetro custodisce “Can’t help Myself”, il robot realizzato dal duo di artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu. Un’opera drammatica, che mi ha riportato con la mente al Macbeth di Shakespeare. Il concept del lavoro, infatti, ruota intorno all’impossibilità di togliere una pozza di sangue (in realtà vernice). Anche se ad assolvere l’arduo compito c’è un avanguardistico braccio meccanico. Il vano, quanto disperato, tentativo di pulire il sangue umanizza la macchina, i cui rumori, nello sforzo, sembrano diventare urla.

A proposito della mostra “May you live in interesting times”, al di là di tutte le possibili considerazioni, mi limito a condividere una personale opinione. Ho apprezzato la scelta curatoriale di Ralph Rugoff di mantenere gli stessi artisti tra Arsenale e Giardini, nella misura in cui trovo che abbia arricchito il percorso espositivo aggiungendo la sfida di trovarli e riconoscerli.

Sun Yuan and Peng Yu
Can’t Help Myself, 2016
Mixed media
Foto Francesco Galli
58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times

All’uscita dalla struttura centrale, la primavera Veneziana è stata una splendida complice nel proseguimento della visita ai Giardini. Per me, ogni padiglione è stato una sorpresa inaspettata, un mondo a sé stante.
Ad esempio, sia il padiglione egiziano che quello belga presentano un’installazione ambientale, ma in modo completamente diverso. Il primo, esprime al meglio l’estetica di un Paese al confine tra due continenti. L’Africa e l’Europa. Il calore e l’opulenza del più profondo Mediterraneo si uniscono alla rincorsa, tipicamente occidentale, delle più avanzate tecnologie, per dare vita alla mostra Khnum across times witness, opera degli artisti: Islam Abdullah, Ahmed Abdel Karim e Ahmed Chiha, anche curatore della stessa.

Padiglione Egitto
khnum across times witness
Foto Francesco Galli
58ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, MayYou Live In Interesting Times

Il padiglione belga, invece, racconta la mostra Mondo Cane di Jos de Gruyter & Harald Thys, che in maniera ironicamente drammatica rappresentano il mondo degli emarginati, rifiutati dalle società capitalistiche occidentali. Una ventina di fantocci, per lo più automatizzati, mi hanno stupito con dei gesti inaspettati mentre leggevo le loro tristi storie su un pamphlet a corredo dell’esposizione. Una meta realtà, a metà strada tra un manicomio, una prigione, o un circo degli orrori, che ha suscitato in me sentimenti contrastanti, tra la compassione e il rifiuto e che, insomma, ha innescato una riflessione sulla società contemporanea e sull’aleatorietà del concetto di benessere.

Pavilion Belgio
Mondo Cane
Foto Francesco Galli
58ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, MayYou Live In Interesting Times

Tra gli altri, ho apprezzato il padiglione britannico, in cui per la terza volta consecutiva la mostra è stata affidata a una donna. Sono stata colpita più dalle opere pittoriche di Cathy Wilkes che da quelle installative. Perché, specialmente in pittura, ho un debole per i nessi con la storia dell’arte e nelle evanescenti opere della Wilkes ho ritrovato una riflessione sulla ricerca di Turner.
Senza cadere nella superficialità, devo ammettere che del padiglione austriaco mi ha affascinato più dall’esterno che dall’interno. Mi rendo conto che la ricerca di Renate Bertlmann è focalizzata sul ruolo della donna nella società attuale e sul confronto tra identità maschile e femminile. Capisco che il discorso è profondo e complesso, che la donna ancora non ha ovunque e sempre la possibilità di realizzarsi, però penso anche che quando si parla di “love” forse bisognerebbe andare oltre queste considerazioni per cercare una verità più grande, universale. Insomma, dal mio punto di vista direi identità femminile sì, femminismo no.

Padiglione britannico. Foto Alberto De Martinis

Infine, quest’anno ho apprezzato il minimalismo del padiglione americano. Solo show di Martin Puryear che, come si evince dal titolo della mostra,  è dedicato al tema della Libertà, tanto attuale quanto tragicamente complesso.

Naturalmente questo breve excursus è solo un frammento di un percorso personalissimo da cui emergono palesemente (anche se sintetizzate al massimo) le mie preferenze. Sintesi formale e cromatica; rigore nello stile e nella ricerca; forza espressiva e, se possibile, un pizzico di ironia, perché cinismo e  consapevolezza sono già fin troppo abbondanti. A tal proposito, per finire, vorrei spendere una parola sul tema delle “fake news”, da subito associato a questa Biennale 58. Per quanto mi riguarda, proporrei di cambiare punto di vista, perché, per quanto l’arte contemporanea possa assolvere a diverse funzioni, non deve essere necessariamente “notizia” o informazione. Dunque, concluderei con una domanda, perché non tornare a parlare di fantasia e immaginazione? L’arte non deriva anche da lì? Ed uno dei suoi tanti ruoli non dovrebbe proprio essere quello di rivelarci o farci evadere in un mondo “altro”, “irrazionale”?

Del resto, lo stesso Shakespeare, proprio nel Mercante di Venezia ha scritto:
Dimmi, dove nasce la fantasia, nel cuore o nella testa?
Come si genera, come si sviluppa?
Dimmi, Dimmi.
Dagli occhi, si genera, si nutre dal guardare e muore nella culla dove vive.

Ludovica Palmieri

 

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