Biennale d’arte a Venezia

Biennale arte 2022 Arsenale
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Le sfide poste da questa 59ª Biennale d’Arte di Venezia erano davvero tantissime. La pandemia; la guerra; l’incertezza. Le intenzioni di Cecilia Alemani erano ottime. Dare spazio alle donne come mai prima d’ora; eliminare le discriminazioni; creare un percorso fluido. Insomma, le premesse per una Biennale, nuova, diversa, più aperta all’onirico, all’irrazionale, alla fantasia, c’erano tutte.

Cecilia Alemani Biennale d'Arte 2022
Cecilia Alemani, conferenza stampa Tiger Strike.
Foto Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia

Solo che, a mio parere, per evitare le discriminazioni, l’effetto ottenuto è stato quasi l’opposto. In altre parole, mi pare che la ricerca a tutti i costi di artiste donne, o binarie, possa aver generato qualche forzatura.
Lo stesso titolo, Il latte dei sogni, affascinante, potente, poetico, che sembra finalmente liberarci da una realtà difficile, problematica, per proiettarci in un mondo di speranza e fantasia, cela una nota fatalmente drammatica. Tratto dall’omonimo libro di favole di Leonor Carrington (1917-2011), nell’ottica della curatrice, il titolo della Biennale rimanda alle sofferenze subite dall’artista surrealista. Come se lo scotto da pagare per la libertà di pensiero – metaforicamente rappresentata dal Latte dei sogni – fosse l’emarginazione. Ora, al di là della vicenda specifica, trovo fondamentale la distinzione tra fantasia e malattia mentale, sperando che, oggi, il binomio “arte=pazzia” sia stato superato.

Un’altra cosa che mi ha lasciato un po’ perplessa sono i tre filoni tematici intorno ai quali ruota l’esposizione: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra. Sebbene si tratti di temi molto accattivanti e perfetti per seguire il nobile intento di fluidità e gender equality della mostra, a mio parere, rischiano di assimilare eccessivamente l’essere umano a ciò che umano non è.
Mi spiego meglio.
Penso che le metamorfosi siano un processo passivo, caratteristico del mondo animale; mentre gli esseri umani si trasformano, secondo un processo attivo che implica il pensiero, il sogno e la volontà.
Ritengo che le tecnologie non siano in rapporto con gli esseri umani ma semmai al servizio degli stessi. In altri termini, penso che le tecnologie siano strumenti e come tali vadano utilizzati. Insomma, non vorrei immaginarmi, un domani, innamorata di un robot.
Infine, per quanto la nostra esistenza sia indissolubilmente legata a quella della Terra che, dunque, va tutelata e protetta; direi che mi sembra eccessivo farne anche l’oggetto del desiderio, per una comunione totale – anche sessuale –  come proposto nel video dell’artista cinese Zheng Bo.

Un elemento innovativo di questa Biennale sono state le cinque mostre storiche, incastonate, come cammei, nei corpus dell’Esposizione principale al Padiglione Centrale e alle Corderie. Per usare le parole della curatrice: “queste micro-mostre forniscono strumenti di approfondimento e introspezione, intessendo rimandi e corrispondenze tra opere storiche – con importanti prestiti museali e inclusioni inusuali – e le esperienze di artiste e artisti contemporanei esposti negli spazi limitrofi. Le capsule tematiche arricchiscono la Biennale con un approccio trans-storico e trasversale che traccia somiglianze ed eredità tra metodologie e pratiche artistiche simili, anche a distanza di generazioni, creando nuove stratificazioni di senso e cortocircuiti tra presente e passato: una storiografia che procede non per filiazioni e conflitti ma per rapporti simbiotici, simpatie e sorellanze.”

Tra queste capsule, quella che mi ha colpito di più è stata “La culla della strega”, al Padiglione Centrale. Un focus sulle donne: danzatrici, artiste, scrittrici, che, nel Novecento, si sono affermate, affrontando e sfidando l’egemonia e il potere maschili. Al di là dei dogmi e dei tabù queste artiste hanno messo al centro il corpo, la femminilità, facendone uno strumento per innescare un incantesimo, una rivoluzione dei costumi. La mostra, che prende il titolo da un’opera di Maya Derain, ospita opere di artiste surrealiste, futuriste, del Bauhaus, di Negritude, della Haarlem Renaissance.
Ho trovato dirompenti i video di due artiste. Josephine Baker che balla a seno nudo facendo espressioni comiche, in totale contrasto con le movenze sexy. Mary Wigman che, nel primo Novecento, ha rivoluzionato e decostruito il balletto classico, proponendo una modalità di danza del tutto innovativa e diventando la figura più rappresentativa dell’Ausdruckstanz, la danza espressionista tedesca.

Nel complesso, comunque, ho apprezzato la mostra di Cecilia Alemani, considerando che, malgrado tutte le difficoltà del caso – in primis quella di dover selezionare, per la prima volta, gran parte delle opere a distanza, senza poterle vedere dal vivo – abbia voluto dare una visione ottimistica della realtà dando spazio ad un mondo fantastico, anche se a tratti, a mio avviso, un tantino psicotico.

Merikokeb Berhanu Serie Senza Titolo
Merikokeb Berhanu
Untitled LXIX, 2021 Acrylic on canvas 182.9 × 121.9 cm – Untitled LXX, 2021 Acrylic on canvas 121.9 × 144.8 cm
Untitled LXXI, 2021 Acrylic on canvas 182.9 × 91.4 cm – Untitled LXXII, 2021 Acrylic on canvas 121.9 × 144.8 cm
Untitled LXXIII, 2021 Acrylic on canvas 182.9 × 91.4 cm – Untitled LXXIV, 2022 Acrylic on canvas 121.9 × 198.1 cm
Foto Marco Cappelletti

Personalmente, tra la mostra al Padiglione Centrale e quella alle Corderie all’Arsenale, ho apprezzato maggiormente la seconda. Infatti, mentre al Padiglione Centrale sono stata colpita dai singoli artisti, come Nan Goldin o Merikokeb Berhanu; alle Corderie sono stata catturata da tutto l’insieme. In altre parole, ho trovato l’Arsenale più avvolgente e coinvolgente, sin dalla prima sala, in cui le opere matriarcali di Simone Leigh e Belkis Ayón mi hanno fatto sentire subito accolta, riscaldata. Come se la mostra, alle Corderie, fosse più umana e femminile. Sarà anche per la tematica raccontata nella prima capsula storica? Che, ispirata agli scritti di Ursula K. Le Guin, identifica la nascita della civiltà con l’invenzione dei recipienti per la raccolta, non con le armi e la violenza. Inoltre, devo ammettere che amo le installazioni ambientali, le opere immersive che si lasciano attraversare, vivere, contaminare e, all’Arsenale, ne ho trovate parecchie.

Emma Talbot, Where Do We Come From? What Are We? Where Are We Going?
Emma Talbot, Where Do We Come From? What Are We? Where Are We Going? 2021. Acrylic on silk 310 × 1400 cm.
All works with the additional support of Max Mara; British Council; the Henry Moore Foundation.
La Biennale di Venezia, The Milk of Dreams. Foto Roberto Marossi

Delcy Morelos, artista colombiana, ha costruito alle Corderie un labirinto di terra che, rifacendosi alle cosmologie andine e amazzoniche, ci fa capire quanto la natura sia viva, in continuo movimento. Si tratta di un’opera che entra letteralmente dentro, con il suo pungente odore di terra misto a fieno, farina di manioca, polvere di cacao, radici e spezie. Emma Talbot con la grande installazione Where Do We Come From, What Are We, Where Are We Going? (2021), liberamente ispirata a Gauguin, affronta la questione della crisi climatica e il sentimento di paura che suscita negli esseri umani.

Solange Pessoa Sonhíferas
Solange Pessoa – Sonhíferas, 2020–2021. Oil on canvas. 14 elementi 158 × 150 × 5 cm ognuno
With the additional support of Mendes Wood DM. Foto Roberto Marossi

La brasiliana Solange Pessoa mi ha rapita con la serie di intensi disegni Sonhíferas (2020–2021), in bianco e nero, in cui rappresenta una sua sinuosa visione delle metamorfosi. Ho trovato spettacolari le grandi opere di Igshaan Adams e Tau Lewis. Il primo mi ha stupito con il gigantesco arazzo realizzato con materiali vari, come: frammenti di legno, plastica, perline, conchiglie, filo e corda, volti ad indurre una riflessione, drammaticamente attuale, sullo sfruttamento delle materie prime; mentre, Tau Lewis, con le sue maschere alte tre metri, rigorosamente cucite a mano, mi ha ricordato dei totem della contemporaneità, in cui ho trovato un ironico, ma poetico, elogio del manufatto. L’artista canadese Kapwani Kiwanga mi ha colpito con Plot, un’installazione del 2020, in cui grandi dipinti in tessuto si fanno guardare e attraversare, diventando anche le scenografie per ospitare suggestive sculture come Dune (2021) e Terrarium, realizzata per la Biennale, in cui l’artista utilizza degli elementi legati allo sfruttamento del lavoro.

Kapwani Kiwanga, Sunset Horizon (phase I II, III E IV), 2022 Fabric, textile paint Dimensions variable
All Sunset Horizon works with the additional support of Global Affairs Canada, Embassy of Canada to Italy
Hour glass #1, 2022 Glass, silica sand 165 × 50 × 40 cm – Hour glass #2, 2022 Glass, silica sand 200 × 60 × 50 cm – Hour glass #3, 2022 Glass, silica sand 180 × 55 × 30 cm
All Hour glass works with the additional support of The Shifting Foundation All works with the additional support of Galerie Tanja Wagner, Berlin; LUMA Foundation; Institut francais
Thanks to donations to the Canadian Friends Fund of La Biennale, at KBF CANADA
Foto Roberto Marossi

All’estremità delle Corderie, dopo quello che potremmo quasi definire un viaggio esotico, seppur politico, critico e disincantato, Barbara Kruger ci riporta brutalmente alla realtà consumistica del mondo occidentale con l’installazione site specific, realizzata appositamente per The Milk of Dreams che include tre video a canale singolo e “combina slogan, poesia e linguaggi-oggetto in un crescendo di ipercomunicazione” per usare le parole dell’Alemani. Poco dopo, Precious Okoyomon ci conduce alla fine del viaggio facendoci attraversare To See the Earth before the End of the World (2022), un vero e proprio giardino, popolato da piante selvatiche, kudzu e canna da zucchero. Opera viva, attraverso cui l’artista ci invita a riflettere su tematiche legate alla schiavitù e al colonialismo.

Precious Okoyomon To See The Earth Before the End of the World,
Precious Okoyomon To See The Earth Before the End of the World, 2022 All works with the additional support of LUMA Foundation; Ammodo. Foto Roberto Marossi

Per concludere un riferimento ai video. Tanti, ben allestiti e interessanti. Quello che mi ha colpito di più, per la verve ironica, sovversiva e provocatoria è The Severed Tail di Marianna Simnett, in cui l’artista britannica riflette sulla tematica della coda, come legame perduto tra mondo animale e umano. Un video, tutto slittamenti e trasformazioni, proiettato su tre schermi asincroni, che catapulta il visitatore in un mondo surreale, amplificandone la sensazione di smarrimento attraverso la monumentale coda che invade, come conturbante seduta, lo spazio reale.

Marianna Simnett The Severed Tail 2022
Marianna Simnett – The Severed Tail, 2022. Three-channel video installation. With the additional support of Societe, Berlin; Zabludowicz Collection; British Council. Foto Roberto Marossi

Alla fine di questa breve e veloce carrellata non posso che chiudere dando un po’ di numeri. La 59ª Biennale d’Arte di Venezia ha ospitato 213 artiste e artisti provenienti da 58 nazioni. Per la prima volta il numero di donne artiste e persone non binarie è stato maggiore di quello degli uomini. Per oltre 180 artiste e artisti questa è stata la prima Esposizione Internazionale. In totale la 59° Biennale conta 1.433, tra opere e oggetti esposti, di cui 80 nuove produzioni concepite appositamente per l’occasione. I vincitori li sapete già, comunque li ripeto. Il Leone d’Oro è andato alla statunitense Simon Leigh; quello d’argento alla Libanese Ali Cherri. Mentre, come progetto collettivo è stato premiato il Padiglione della Gran Bretagna.

Ludovica Palmieri

 

 

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