Biennale di Venezia 2018: ancora una volta al femminile

Un complesso di abitazioni
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La Biennale di Venezia, Mostra internazionale di Architettura, nel 2018 ancora una volta sarà al femminile, creando una rinnovata aspettativa sul tema della Architettura delle Donne. Saranno le due Architette Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondatrici dello studio irlandese Grafton Architect, le Curatrici della Mostra. Che hanno già partecipato a precedenti manifestazioni della stessa Biennale, per questo conoscitrici dell’atmosfera che vi si vive, e che potranno reimpostare in modo personale, e, quindi probabilmente quanto mai stimolante, una atmosfera imprevedibile.
Lo Studio Grafton è noto in Italia soprattutto per la nuova sede dell’Università Bocconi di Milano, un’Architettura aperta, che coinvolge il grande spazio pubblico circostante e riservata, al tempo stesso, nella sua funzione didattica interna.
Con uno stile definito “brutalismo sensibile“, un modo soft per aggiungere all’uso ed alla esaltazione dei materiali crudi una maggiore disponibilità all’intera gamma di materiali disparati, svelati, messi tutti in primo piano (oltre l’originario cemento brut). Con il parallelo paradigma della sostenibilità, in tal caso rivolta alla sostanza stessa dei materiali edilizi esibiti, con una loro connessa innovazione tecnologica. Sensibile come sostenibile.
Questa sarà forse la più esaltante caratteristica al femminile, che le due Architette irlandesi introdurranno nell’aria della prossima manifestazione veneziana.

Peccato che il termine Brutalismo istintivamente conduce al concetto di brutto. In realtà l’aggettivo francese riporta semplicemente al significato di grezzo, crudo (nel caso dello spumante significa secco). Forse quando in Inghilterra a metà del secolo scorso è nato il Brutalismo vero e proprio la reazione al Movimento Moderno era anche in senso polemico, antitetico, trasferendo in forma psicologica i precedenti concetti di una rigida estetica modernista globale, ai veri elementi strutturali forti, alle masse, agli impianti, come manifestazione senza veli del sistema nervoso e potente dell’Architettura. L’aggettivo sensibile ha reso oggi tutto più chiaro. La struttura ancora una volta si scioglie, manifestando l’intero complesso architettonico in tutte le sue vere prerogative.
Al solo cemento, espressione brut si aggiungono, ora, tutti gli altri elementi tecnologici riportati in piano piano. Non più solo complementi. Tutti auto-rappresentativi.

Una nuova Architettura più forte e manifesta, che esibisce tutto, strutture e sovrastrutture metalliche, pannellature in zinco, rame, materiali misti, ed altro.
Forse assistiamo agli ultimi due movimenti residui dell’Architettura moderna novecentesca, oggi non più concettualizzati o istituzionalizzati (il movimentalismo moderno). Il dilagante decostruttivismo iconico (non strutturato) e il brutalismo sensibile, quest’ultimo più sfumato rispetto ai crudi contenuti originari. E la connotazione sensibile sembra più sensibile del sensibile nelle due Architette irlandesi. Anche in ragione di una loro speciale attenzione parallela al tema ambientale, solo apparentemente celato, o inserito con equilibrio gentile, nella preponderante materia più tecnologica.
La Biennale 2018 di Venezia potrebbe essere, forse, una mostra all’insegna di questi ultimi informali movimenti-non movimenti, protratti senza specifica volontà di svolte avanguardiste. L’avanguardia sembra oggi messa da parte.
Oppure, come si suppone, una Mostra sui progetti più in generale, che prefigurano a tutto tondo possibile la nuova epoca contemporanea. In modo diverso dalla Biennale 2010 di Kazuyo Sejima, dove l’Architettura era trattata come paradigma sottile di se stessa, e lontana dai suoi progetti solo complementari.
Yvonne Farrell e Shelley McNamara svolgono la loro attività professionale in parallelo ad un intenso impegno universitario. Forse per questo la loro attenzione progettuale si è rivolta alla realizzazione di complessi universitari. La Bocconi di Milano, il Campus dell’Università di Lima (Perù), il cui progetto è stato presentato dalle due Architette irlandesi alla Biennale di Venezia del 2002 e nel 2016 il progetto The Physics of Cultur.
Gli impegni progettuali e didattici pongono le due Architette irlandesi in una concettualità tipo pedagogico. Prerogativa comportamentale che sarà trasferita nell’ambito della prossima Biennale 2018? La discussione, pertanto, è solo un tentativo di preparare e capire se quella sarà un’ulteriore occasione eccezionale per l’Architettura delle donne o se, invece, prevarrà la professionalità pura, che non fa distinzioni. La cultura senza genere, anche, se, a mio avviso, a parte le prevaricazioni storiche, la cultura si avvale, sempre, di apporti diversi, senza omogeneizzarsi, compresi quelli di genere.

le architette Yvonne Farrell e Shelley McNamara
Yvonne Farrell e Shelley McNamara curatrici della XVI Mostra internazionale di Architettura 2018 Biennale di Venezia

Cerco, allora, non tanto di delineare qui i profili delle due Architette irlandesi, citando ed analizzando le loro Opere e rispettivi ideali, ma, viceversa, ancora una volta di capire quanto la loro attività professionalità è ascritta nella loro natura di donne.
Lo Studio Grafton Architect è composto da due Donne in prima persona, senza compromessi con altri (Uomini). Caso diverso dagli Studi misti Uomo-Donna, dove, quasi sempre, la bravura individuale della Architetta-Donna è, leggermente o fortemente, influenzata, sfumata. Una specie di protezionismo maschile, che ancora tende a prevalere.
Pur dichiarandosi interessate ad un tipo di Architettura internazionale, le due Architette irlandesi, ammettono una loro inevitabile e connaturata base tradizionale di origine, con poco senso vernacolare. La loro affezione alla solidità delle murature in mattoni facciavista, tipiche della loro cultura, sembra che le collochi in uno stato di predilezione nei confronti di progetti strutturali-massivi, ma, al tempo stesso, tecnologicamente sofisticati, leggeri. Aperti nella loro essenzialità iper-funzionale, dialogano con maggiore facilità nei confronti di confini edilizi-urbanistici stretti e/o più dilatati. Rompendo la massa cruda dell’oggetto architettonico bruto.
L’intervento dell’Università Bocconi in Milano certamente colloca le due Architette irlandesi in un’ottica molto più lunga rispetto al solo inserimento edilizio puntuale nel tessuto urbano metropolitano. La nuova Bocconi si sperimenta, grazie a loro, nella strategia interna alla metropoli milanese, di un contesto europeo e mondiale (“Milano nel mondo“).
Si distingue come un edificio che si apre alla città, a questa offrendo la possibilità di luoghi interni di accesso, transito ed uso pubblico. Come mostrare alla città il segreto di un complesso universitario chiuso, ma non più considerato come scrigno di cultura per pochi.
L’intero complesso edilizio si esibisce in una serie di volumi flottanti, che ritmano la cortina edilizia tradizionale della strada ove si inquadra. Comunque ricompone un volume compatto, a segmenti volumetrici ripetuti, che si apre ai piani bassi e seminterrati, come una scatola che resta aperta. La luce penetra da generosi ed inaspettati squarci verticali-diagonali. Con una tecnologia di luce intermittente, vuoto-pieno. Vedere e non vedere.
È un modo tipico per rovesciare e raddrizzare le situazioni, al tempo stesso, tipico dello spirito femminile.
Valutazioni del tutto personali, ovviamente che dovranno essere, dimostrate soprattutto nella prossima Biennale. Dove potremmo capire meglio fino a che punto (e se veramente è così), la loro Architettura e tutta l’Architettura sensibile e declinabile secondo la nuova definizione di sostenibile tour court. Che vada oltre gli originari concetti di tutela ambientale o di risorsa economica che non regge nel tempo. Ma che incide, invece, sulla cultura in quanto tale, ritenendo che solo attraverso questo percorso, ancora insolito per ora, potranno esserci probabili ritorni agli immacolati originari in tutti i modi possibili.
L’uso di tecnologie sottili, quindi, può avere infiniti risvolti, che vanno dall’esaltazione brut, come detto, passando dalla massa pura alla nuova tecnologia rivelata, ovvero come simbolo di leggerezza architettonica fine a se stessa (Kazuyo Sejima). Quindi di trasparenza, di luce, e rimando infinito. Ribaltando lo scenario dall’Architettura al Paesaggio e viceversa. Ovvero come simbolo massimo di sostenibilità che non ammette rimandi.
Io spero che i progetti nella Biennale del 2018 vadano in questa vasta direzione spiazzante, nel senso di portare le nuove situazioni culturali non solo al limite della trasgressione fine a se stessa, ma come traslazioni infinite, senza direzioni prestabilite. Nonostante tutto e al tempo stesso sempre più generalizzando, unificando e salendo per gradi superiori.
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia navigante

Biennale 2018 – cosa aspettarci da Yvonne Farrell e Shelley McNamara – polinice.org
Grafton Architects parla di Architettura ed Ambiente – elledecor.it
Alla Grafton Architects la Biennale 2018. Attenzione a spazi pubblici, appassionando le nuove generazioni – ppan.it
Colloquio con Yvonne Farrell e Shelley McNamara. Grafton Architects – laterizio.it
La Biennale di Venezia – Yvonne Farrell e Shelley McNamara – labiennale.org

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