Black Dick di e con Alessandro Berti

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“Black Dick” è il titolo che Alessandro Berti sceglie per il suo spettacolo teatrale, un titolo in inglese perché lo stesso titolo in italiano sarebbe stato troppo disturbante per il pubblico.
Siamo condotti attraverso una ricerca antropologica e sociale che ci porta ad analizzare gli stereotipi legati al corpo del maschio nero dallo schiavismo, allo sport, dalla musica alla pornografia, stereotipi dettati e voluti dalla mente del maschio bianco americano.

Lo spettacolo ha un format camaleontico che per adattarsi alla traccia del racconto passa dalla lezione universitaria, alla narrazione sarcastica, al concerto intimista.

Alessandro Berti vuole, attraverso l’analisi dei pregiudizi mostrarli nel loro “nonsense”, farci entrare nella mente dell’uomo bianco che a partire dallo schiavismo lega il nero alla casa o alla terra attribuendogli caratteristiche di pensieri e di aspirazioni che non sono altro che la proiezione delle paure del bianco.
La suddivisione nel nero in categorie che agisce e si comporta secondo schemi prevedibili serve a placare l’ansia del bianco nei confronti del suo competitor nero.

Nel mondo del porno riusciamo a distinguere chiaramente i pregiudizi razziali dell’uomo bianco che attribuendo al genere porno “inter razziale” esclusivamente ai rapporti tra uomo nero e donna bianca e non il contrario vuole quasi materializzare una distanza genetica tra uomo bianco e uomo nero.
A conferma di questo il fatto che l’attrice porno bianca passa all’avere come partner l’attore porno nero solo a fine carriera costituendo questo rapporto per lei un downgrade professionale che la pone sul viale del tramonto.

In un viaggio ideologico che ci porta dall’atteggiamento di Martin Luther King alle posizioni estremiste di Malcom X e dei Black Panthers, da Cornel West a James Baldwin ripercorriamo la storia dei pregiudizi e aspettative bianche nei confronti nei neri fino a giungere ad una riflessione sul concetto di appropriazione culturale delle minoranze che in un eccesso di politically correct preclude la possibilità a chi fa parte della maggioranza di potersi occupare di cultura delle minoranze. Emblematico il caso del regista Roberto Minervini che volendo girare un film incentrato sulla cultura delle persone di colore della Louisiana non ha trovato in USA nessun finanziatore in quanto giudicato non adatto come uomo bianco ad occuparsene.
Questa dinamica non è però fruttuosa in quanto solo una alleanza tra neri e bianchi può portare al superamento di ogni pregiudizio. La possibilità di entrare nelle culture delle minoranze consente di modificarne la percezione all’esterno. basti guardare come esempio al compositore Abel Meropool, bianco, ebreo e gay che ci ha regalato attraverso il brano “Strange fruit” cantato da Billie Holiday uno dei più toccanti ed evocativi testi sui linciaggi dei neri negli Stati dell’America del sud:
Gli alberi del sud danno uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue sulle radici,
un corpo nero dondola nella brezza del sud,
strano frutto appeso agli alberi di pioppo

Adelaide Cacace

Black Dick
di e con Alessandro Berti
cura Gaia Rafflotta
fotografia Daniela Neri

Teatro Parenti
1-2 ottobre 2020

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