Blanco-Sinacori, Hacked arias (Vol. 1: Giacomo Puccini)

la copertina del disco Hacked Arias (Vol. 1: Giacomo Puccini)
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A distanza di qualche settimana appena, eccoci a parlare nuovamente di un disco della Almendra Music, l’etichetta palermitana che ha prodotto Sulla Quarta, di Alessio Pianelli. Anche stavolta il disco di cui parleremo, Hacked arias (Vol. 1: Giacomo Puccini), rappresenta un’operazione singolare e coraggiosa che vede il tentativo di legare insieme classico e moderno, di mescolare, in questo caso, sonorità operistiche e suggestioni contemporanee.
la copertina del disco Hacked Arias (Vol. 1: Giacomo Puccini)In particolare, in Hacked arias il duo chitarristico siciliano nato nel 2009 e composto da Alessandro Blanco e Giuseppe Sinacori si cimenta in una rilettura e trasposizione per due chitarre di tre fra le più celebri arie pucciniane (E lucevan le stelle, O mio babbino caro, Nessun dorma), che viene inframmezzata da due brani realizzati appositamente per il disco dalla pianista e compositrice Valentina Casesa: Frammenti e Riflessi.
Anche se le tre arie del grande compositore lucchese non necessitano di presentazioni, ci pare doverosa quanto meno una prima contestualizzazione dei brani scelti per l’hackeraggio dai due chitarristi “pirati”. E lucevan le stelle è un’aria tratta dalla Tosca (certamente una delle opere più note di Puccini, rappresentata per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900). O mio babbino caro è tratta invece dal Gianni Schicchi, uno dei tre atti unici del cosiddetto Trittico (Il tabarro, su libretto di Giuseppe Adami, Suor Angelica e, appunto, Gianni Schicchi, su libretti di Giovacchino Forzano: prima rappresentazione al Metropolitan Opera di New York il 14 dicembre 1918). Infine Nessun dorma, tratta dalla celeberrima Turandot. Questa fu l’ultima opera realizzata da Puccini, incompiuta a causa della morte dell’autore il 24 novembre 1924 (a seguito di un collasso dovuto ad un intervento chirurgico per l’asportazione di un tumore alla gola). Fu eseguita per la prima volta alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 e diretta da Arturo Toscanini (il quale peraltro non è mai stato particolarmente tenero con Puccini, le cui composizioni definiva “Musica di zucchero”).

Duo Blanco Sinacori. Foto Salvino Martinciglio e Antonio Cusimano

L’intento del disco è dichiaratamente divulgativo. La scelta dei brani non è infatti legata alla volontà di affrontare la sfida rappresentata dalla trasposizione o, comunque, dall’esecuzione di un’opera completa, ma a quella di richiamare l’attenzione del pubblico sulla chitarra classica, strumento spesso dimenticato nelle sale da concerto e quasi messo al bando dai programmi dei grandi festival di musica classica. Proprio a tale proposito, sono state scelte tre arie tra le più celebri mai composte per attirare l’attenzione del pubblico. Per altro verso, però, la mancanza del rigore legato all’esecuzione di un’opera completa in parte depotenzia il valore dell’operazione culturale portata avanti, tanto più che i brani scelti sono piccole perle, brevi momenti di riflessione che consentono certamente di apprezzare le qualità interpretative del duo chitarristico, ma paiono difettare della consistenza necessaria a farne un album.
Le maggiori suggestioni derivano forse dalla prima aria, E lucevan le stelle, incipit del disco, non solo perché già fin dalle prime battute del brano si è catapultati nel vivo del dramma di Cavaradossi che, nel terzo atto della Tosca, recluso a Castel Sant’Angelo, si prepara ad affrontare la morte “disperato”, nel ricordo struggente dell’amata, proprio nel momento in cui “non ho amato mai tanto la vita!”, ma anche perché le note calde e malinconiche del clarinetto, che nella partitura originale introducono gli ultimi pensieri, il doloroso rimpianto del pittore rivoluzionario, ben si sposano con le sonorità evocate dalle due chitarre.
A seguire, nell’alternanza classico-moderno, il primo dei due brani di Valentina Casesa, Frammenti. Un brano suggestivo che, tra sospensioni e ripartenze, momenti più riflessivi, crescendo dinamici e accelerazioni ritmiche, si risolve nella parte centrale per poi chiudersi in una meditazione finale sottolineata dal rallentando delle ultime battute.
Quindi, la seconda aria pucciniana, il canto di Lauretta O mio babbino caro del Gianni Schicchi, il momento in cui la figlia dello Schicchi si rivolge al padre perché questi aiuti i parenti del defunto Buoso Donati del cui giovane nipote, Rinuccio, è innamorata, con un arpeggio più “stretto” ed insistito nei momenti di maggiore drammaticità (“Mi struggo e mi tormento! O Dio, vorrei morir”).
Più densa di suggestioni pucciniane pare poi Riflessi, il secondo pezzo di Valentina Casesa che nelle prime battute evoca Nessun dorma e, nei successici sviluppi tematici, E lucevan le stelle. La stessa compositrice, d’altra parte afferma: “ho iniziato a scrivere prendendo piccoli frammenti melodici pucciniani, ed ho iniziato a trattarli e nutrirli con estrema cura, come piccoli germogli nuovi”.
Il disco si chiude proprio con Nessun dorma, il canto di vittoria di Calaf che, all’inizio del terzo atto dell’opera, già assapora la vittoria, col sopraggiungere dell’alba, ed il bacio che suggellerà il suo amore per Turandot. Dopo aver svelato, nel precedente atto, i tre enigmi proposti dalla principessa di Pechino, Calaf propone a sua volta un enigma a Turandot: se questa scoprirà il suo nome prima dell’alba, l’ignoto principe non otterrà Turandot in sposa ma accetterà di morire. Da qui, il celeberrimo: “All’alba vincerò! Vincerò!”. Nella versione per due chitarre, la consapevolezza di Calaf di essere ad un passo dal riuscire a portare a termine la propria impresa e, al tempo stesso, il timore che questo possa ancora non avvenire, viene reso da arpeggi delicati che evocano un tremolio interiore (come “le stelle che tremano d’amore e di speranza”). Arpeggi che, in un crescendo verso il forte, dal piano iniziale, si sciolgono in pizzicati più decisi, meno esitanti (man mano che si fa giorno), acquisendo la consistenza di un canto di vittoria nella insistita ripetizione del finale.

Gianfranco Raffaeli

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