Blocco dei licenziamenti prorogato

due lavoratori che caricano una zucca su un camion
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Il blocco dei licenziamenti, individuali e collettivi, è stato prorogato fino al 21 marzo. Non poteva e non doveva essere altrimenti, con buona pace della Confindustria che era contraria all’estensione. Del resto i sindacati erano disposti già ad andare ad uno sciopero generale.

La crisi economica, nonostante il rimbalzo del PIL del 16,1% nel terzo trimestre (-4,7% su base annua), resta senza precedenti. Sono stati comunque bruciati oltre trecentomila posti di lavoro e il PIL, nel 2020, è previsto calare di un 8,2%. E non sappiamo ancora come andrà con il probabile moltiplicarsi dei confinamenti di aree o macroaree, sempre che non si arrivi ad un lockdown totale.

Dopo un’ora circa in video conferenza, alla quale hanno preso parte il i ministri del Lavoro, dell’Economia e dello Sviluppo economico, e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato l’accordo. Alle sei settimane di cassa integrazione già previste dal decreto Ristori se ne aggiungeranno altre dodici per coprire il periodo che va da gennaio a marzo 2021.

Non sono solo i lavoratori ad aver soddisfazioni ma anche le aziende che potranno accedere alla «cassa integrazione covid-19» gratuitamente durante le stesse settimane. La soddisfazione di Confindustria, che aveva parlato con Conte, è dovuta al fatto che viene eliminato il contributo aggiuntivo a carico delle imprese che fanno ricorso alla cassa integrazione. Alternativamente il contributo sarebbe passato dal 9% al 18% in modo inversamente proporzionale alla perdita di fatturato.
Il finanziamento dell’operazione sarebbe previsto già dalla legge di Bilancio per un costo stimato di circa 4 miliardi.

E dopo il 21 marzo? Sicuramente non basterà il tavolo per discutere, come annunciato dalla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo della riforma degli ammortizzatori sociali e il rafforzamento delle politiche attive del lavoro.

Le condizioni economiche e sociale di milioni di individui erano già ai limiti della decenza, frutto di scelte scellerate nei decenni passati. Tra questi individui ci sono anche quelli che formalmente non sono dipendenti ma di fatto si configurano come lavoratori fragili (Nella crisi i giovani pagano un conto più salato) a causa di un rapporto non paritario rispetto ai committenti e quindi soggetti ad accordi con redditi minimi, senza diritti e soggetti ad una variabilità continua.
Basti pensare alla storia dei “riders” che proprio ieri erano in sciopero per un contratto capestro e sempre più in balia, come altri lavori, degli algoritmi delle piattaforme che decidono tempi e modalità di lavoro senza tener conto dei diritti e della scurezza dei free lance. Basti anche pensare ai lavoratori dello spettacolo, non sono solo gli artisti famosi, che lavorano da sempre sulla base degli spettacoli a cui vengono chiamati,
Per non parlare poi di tutto il mondo del lavoro nero, del sommerso, che sfrutta i migranti al limite della schiavitù e per i quali continua a farsi poco o nulla favorendo gli interessi di chi li sfrutta.
Le proteste di questi giorni hanno sicuramente una forte componente fascista e di estrema destra ma sono anche specchio di altro.
Ciro Ardiglione

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