Blockchain e criptovalute: storia, miti e illusioni.

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In questi ultimi giorni uno degli argomenti più diffusi sul Web è il grande valore che ha raggiunto il bitcoin, una delle più famose criptovalute virtuali. Abbiamo già affrontato questo argomento giorni fa in questo articolo. Ma è giusto approfondire le basi della criptovaluta, visto l’interesse generale.
Cos’è una criptovaluta? Dal greco κρυμμένο “nascosto” e “valuta”, il significato è quello di valuta nascosta.

Nel 2008 su un newsgroup (sul sito metzdowd.com, che da tempo è irraggiungibile) apparve un messaggio di un certo Satoshi Nakamoto (nome dietro cui non si sa chi si cela; un’ipotesi era che fosse un nome collettivo con molte persone dietro, mentre secondo un’altra c’è una persona molto famosa – Elon Musk o altri ancora. Al momento l’identità è nascosta, criptica!) in cui si annunciava la nascita di una criptovaluta, il bitcoin, libera dal controllo delle banche nazionali. Ma a che serve una moneta libera dal controllo di un’entità unica?
L’idea, in realtà, è molto antica: nel XIV sec. Luca Pacioli inventa il “libro mastro”, cioè il registro delle transazioni commerciali, usando il metodo della partita doppia. Chi conosce la contabilità o i corsi di Ragioneria sa di cosa parliamo: un insieme di trascrizioni su un registro che tiene conto delle entrate e delle uscite, cioè delle transazioni economiche e finanziarie.
Quando si acquista un’auto un notaio trascrive su un registro (PRA) la transazione, il nome del proprietario e il valore della compravendita; quando si acquista un’abitazione il notaio trascrive questa compravendita sul registro degli immobili. Il registrare i dati di una transazione su un registro pubblicamente accessibile è un’attività molto diffusa in molti paesi, e dà le garanzie necessarie affinché tutto si svolga nella maniera più corretta, col notaio che fa da garante.
Anche il denaro è una merce che si può vendere e comprare, ma dietro le valuta dei vari paesi ci sono le Banche Centrali dei singoli paesi che ne garantiscono la validità.

Avere un sistema di valute che è garantito in maniera distribuita aggiunge un ulteriore grado di garanzia, a patto che il sistema stesso sia sicuro, a prova di modifica e coordinato in maniera orizzontale (senza che ci sia qualche nodo più importante, che quindi conti di più, rispetto agli altri).

Il registro delle criptovalute si chiama blockchain (catena di blocchi), ed è questo il vero punto nevralgico del funzionamento della criptovaluta. L’implementazione della blockchain utilizza la crittografia a chiave pubblica-privata che è la stessa crittografia delle transazioni finanziarie classiche. I blocchi di cui sono fatte le blockchain contengono le varie transazioni e sono fatti in modo che, una volta creati, siano immutabili, cioè non modificabili da nessuno a meno di non invalidare l’intera struttura. Ogni nodo della blockchain salva ogni singola transazione in un blocco in parallelo agli altri nodi, in modo che non ci sia un nodo preferito rispetto agli altri.

Le caratteristiche per un sistema sicuro ci sono tutti, almeno in teoria. Vediamo perché.
La crittografia è la stessa delle transazioni standard, per cui la sicurezza è garantita. Ma nella blockchain si crittografano molte altre informazioni per ogni singola transazione, per cui i tempi sono maggiori. Non è necessario che i nodi si conoscano direttamente perché il protocollo garantisce le identità dei singoli nodi.

Ma la teoria, che non fa una piega, si scontra con la realtà: innanzitutto l’attività di validare i blocchi (che, in gergo tecnico, si chiama mining) è un’attività che consuma molte risorse, sia temporali (per la complessità degli algoritmi di criptazione e decriptazione) che energetiche (vista la quantità dei computer da usare); per ovviare a questo problema in alcuni paesi dove l’elettricità costa meno sono stati creati dei capannoni industriali in cui alimentare i computer che realizzano il mining. Tanto per dare un ordine di idee, in Islanda l’energia elettrica utilizzata per il mining supera quella utilizzata per alimentare tutte le case private, ed è in rapida crescita (nel 2018 840 GigaWatt contro 700 GigaWatt). L’attività necessita di poca manodopera con basso profilo, per cui i costi d’esercizio sono molto contenuti a fronte di un’alta redditività. E questo è un ulteriore problema: i lavoratori specializzati non servono più, per cui il costo del lavoro viene abbattuto e molti lavoratori non servono più.

Per il gran lavoro di controllo e validazione abbiamo esempi di criptovalute che riescono, nella migliore delle ipotesi, a registrare 13 transazioni al secondo, contro una media di oltre 26.000 transazioni al secondo (con picchi di oltre 40.000 transazioni al secondo) di Visa: un altro motivo per cui le criptomonete non sono molto diffuse.

Ogni utente, nello schema di criptazione a chiave pubblica-privata condivide con tutti la chiave pubblica e dovrebbe conservare la propria chiave privata in un luogo al sicuro, all’interno del proprio computer. Ma servirebbe fare dei backup periodici, su dischi esterni, da riporre in luoghi sicuri, perché l’accesso alla propria chiave privata è l’unico modo per accedere al proprio portafoglio di transazioni (in pratica, alla propria criptovaluta); sono arrivati alla ribalta notizie di persone disperate per aver buttato in discarica un disco rigido su cui c’era la loro chiave privata.

I programmi informatici (perché di questo si tratta, alla fine) non sono scevri da errori e bug: il 16 giugno 2016 una banca d’affari, la Swift, che investiva in una criptovaluta creata da TheDAO, un’organizzazione decentrata e indipendente, fu soggetta ad un attacco informatico per un bug presente in una linea di codice (che, per uno scherzo del destino, aveva il numero 666 – quando il diavolo si nasconde nei particolari!): un malintenzionato poteva prelevare da un ATM (il nostro Bancomat) abilitato per i prelievi in criptovaluta milioni di dollari, anche se aveva un deposito di pochi dollari. Quel giorno furono prelevati oltre un terzo del valore di TheDAO, e questa criptovaluta venne messa in un conto di appoggio per 28 giorni prima di volatilizzarsi definitivamente. Il denaro fu recuperato, ma TheDAO fallì. Da quel momento la criptovaluta si scisse in due elementi diversi di cui solo uno è rimasto nel borsino delle criptovalute, mentre l’altro è stato fatto fallire. E questo è un ulteriore motivo per cui non è saggio investire su criptovalute, nonostante i guadagni promessi siano alti: i bug degli algoritmi.

Nelle transazioni in criptovaluta c’è il cosiddetto Nakamoto Consensus, che è l’algoritmo che permette di dire a tutta la blockchain che una certa transazione è avvenuta correttamente tra due indirizzi corretti. Questo algoritmo è di tipo euristico, con una probabilità molto alta (ma non il 100%!) che risponda correttamente; vediamo come: supponiamo che la banca in cui avete messo tutti i vostri risparmi di una vita di lavoro vi dica che “c’è il 95% di probabilità che noi potremmo conservare i tuoi risparmi; ad ogni modo nei prossimi cinque anni non puoi toccarli perché potrebbero essere stati registrati su un registro inaffidabile, per cui non te li potremmo dare, ma tra cinque anni, se tutto è a posto, e non ci sono stati problemi, avrai tutto col 10% annuo di interesse”: quanti di voi vorrebbero mettere i propri risparmi lì?

Ci sono degli enormi problemi di privacy: basta conoscere l’indirizzo di criptovluta di qualcuno per poter vedere tutte le transazioni fatte (ci sono dei siti apposta, pubblici e accessibili da chiunque in qualsiasi momento): magari avete comprato delle medicine contro l’HIV, o magari pagate una scuola per cui avete dei bambini, oppure delle pillole anticoncezionali per cui c’è un’alta possibilità che siete una donna, o ancora un aperitivo in Australia dopo molte transazioni fatte in Italia e quindi non siete a casa vostra, e lo possono sapere tutti quelli che conoscono il vostro indirizzo di criptovaluta (persone che non hanno sempre delle buone intenzioni!).

Le criptovalute cambiano velocemente il loro valore: si dice che hanno una grossa volatilità. Oggi il vostro portafoglio in criptovaluta vale 100.000€ e domani 30.000€. Forse dopodomani 120.000€. O forse no. Il fatto è che non c’è nulla che ne calmieri il valore, proprio perché quello è il presupposto della loro esistenza.

Facciamo quindi attenzione e soprattutto non usiamo mai i risparmi di una vita: potremmo non averli più per un bug, un malintenzionato, o semplicemente perché ci siamo dimenticati la password del nostro portafoglio!

Enrico Cirillo

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