Blonde, il mito di Marilyn Monroe con una splendida Ana de Armas

Ana de Armas in Blonde (2022) @Netflix
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È finalmente disponibile sulla piattaforma Netflix Blonde, l’attesissimo film del regista australiano Andrew Dominik sulla vita di Marilyn Monroe.

La pellicola, basata sul libro, anch’esso intitolato Blonde, della prolifica scrittrice statunitense Joyce Carol Oates, è stata presentata in anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di quest’anno, suscitando opinioni contrastanti.

Dominik, che ha lavorato per 10 anni alla realizzazione del progetto, aveva da superare due enormi scogli: girare un film sulla vita di un’attrice divenuta nel tempo non solo indimenticata icona nella storia del cinema ma anche immagine e presenza sempre più costante nella storia del costume e perfino dell’arte contemporanea; e basarsi su un libro apparentemente impossibile da portare sulla schermo perché involuto, contorto, quasi privo di dialoghi e ricco, per contro, di riflessioni interiori, di pensieri e ricordi che si intrecciano e rincorrono, di differenti punti di vista che si contrappongono.

Insomma quanto di più difficile da tradurre in immagini.

Direi che Dominik è riuscito a superare questi due scogli in maniera egregia: ha girato un film sulla mitica Marilyn Monroe mantenendosi ben lontano dall’agiografia e mostrandoci dell’attrice, e soprattutto della donna, i lati oscuri e meno conosciuti dal grande pubblico, i dolori, le illusioni, le speranze frustrate, le sofferenze, le incomprensioni.

E nel fare ciò ha saputo cogliere perfettamente il senso, il significato e l’atmosfera del libro della Oates.

Pur ricorrendo a inevitabili tagli (il libro conta più di mille pagine!) e trascurandone quindi molti episodi, Dominik riesce a costruire un racconto estremamente fluido e coerente mostrandoci l’intera parabola evolutiva (e distruttiva) di Marilyn, dalla difficile infanzia alle prese con una madre schizofrenica ai primi successi cinematografici, dallo spensierato e anticonformista ménage à trois con gli amorali figli di Charlie Chaplin e di Edward G. Robinson ai matrimoni, entrambi infelici, con l’ex campione di baseball Joe Di Maggio e con il drammaturgo Arthur Miller, dall’ennesima illusione e delusione sentimentale provocata dal rapporto con l’allora Presidente USA John Kennedy all’autodistruzione con alcool, droghe e barbiturici, incapace ormai di riconoscersi nel falso e disumano ruolo impostole dallo star system.

Ne risulta così un film che nulla ha di celebrativo e che parla di Marilyn Monroe ma in realtà indaga ben più a fondo, acquisendo così un valore universale molto più significativo, la personalità di Norma Jeane, la ragazza dall’infanzia ferita, alla costante ricerca di un amore che possa colmare l’assenza della figura paterna, che possa fornire un rifugio per le sue debolezze e fragilità; l’attrice desiderosa di misurarsi con la vera arte recitativa e che si trova invece immersa in un mondo falso e luccicante che le chiede solo di mostrare il proprio corpo e il proprio sorriso; la donna che desidera disperatamente un figlio e che vede questo suo desiderio sempre frustrato a causa delle sue debolezze fisiche e morali così come delle imposizioni alle quali non sa, non riesce, forse non può ribellarsi.

Blonde è un film che ci racconta di Norma Jeane/Marilyn Monroe e che, nel contempo, denuncia con violenza e senza mezzi termini gli abusi e l’amoralità del mondo del cinema di Hollywood degli anni 50 e lo sfruttamento, la prevaricazione, il dominio maschile (a volte inconsapevole ma non per questo meno colpevole e doloroso) nei confronti di una donna che ci si ostina a vedere solo come un corpo da ammirare, da concupire o, ancor peggio, da usare.

Dominik fa sfoggio di grande abilità tecnica e di un virtuosismo che non appare mai fine a se stesso.

L’alternanza di sequenze a colori e in bianco e nero, la rivisitazione e ricostruzione di materiale d’archivio, i movimenti di macchina a volte lenti e avvolgenti, altre volte rapidi e improvvisi, le riprese dall’alto o da insolite angolazioni, le immagini distorte e deformate sono tutti espedienti finalizzati a coinvolgere lo spettatore, a immergerlo nella mente e nei pensieri di Norma Jeane/Marilyn, a renderlo il più possibile partecipe del suo smarrimento, dei suoi sogni, dei suoi incubi, delle sue incertezze e indecisioni, delle sue paure e sofferenze.

Nel fare ciò (e pur ottenendo il risultato voluto) è quasi inevitabile che alcune scene possano risultare disturbanti, discutibili, a volte eccessive e di cattivo gusto. Certamente in alcuni casi si potevano percorrere altre strade e adottare soluzioni diverse ma credo che Dominik abbia volutamente scelto la via più impervia per scuoterci, per non lasciarci mai indifferenti, per non consentirci alcun rilassamento né compiacimento e per costringerci quasi a entrare nella mente sempre più disturbata della protagonista.

Blonde è un film difficile, a tratti inquietante e angosciante, spietato nel fornirci un’immagine sempre dolorosa e sofferente di una donna smarrita, alla costante ricerca di una felicità irraggiungibile.

Ma, nonostante l’impegnativa durata (2 ore e 47 minuti), Blonde è un film che ti tiene inchiodato allo schermo, che non ti concede tregua e che spesso ti toglie il respiro.

Resta da sottolineare la splendida interpretazione di Ana de Armas. L’attrice cubana, già candidata al Golden Globe per il film Cena con delitto-Knives out, ultima Bond girl al fianco di Daniel Craig nel film No time to die e nota alle cronache mondane per la sua relazione con l’attore statunitense Ben Affleck, conosciuto sul set del film Acque profonde di Adrian Lyne, offre in Blonde una prova attoriale di grande intensità. La de Armas si cala nel personaggio di Marilyn con totale partecipazione, riuscendo a renderne la fragilità e l’interiore sofferenza con assoluta credibilità.

In conclusione, Blonde è un film che consiglio assolutamente di non perdere. Forse non è un capolavoro ma possiede una sua drammatica potenza che non vi lascerà indifferenti.

GianLuigi Bozzi

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