Bolivia. Dopo la vittoria di Morales spiragli di dialogo

Bolivia bandiera
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Lo scontro tra Morales e il suo governo da una parte e i governatori dei ricchi dipartimenti dell’est boliviano sembra essere calato di tono abbassando il rischio della deflagrazione, spesso paventata, di una guerra civile. Infatti nonostante raggruppamenti armi e blocchi non siano scomparsi del tutto [1] le parti stanno provando a dialogare per arrivare ad un accordo di massima.

Il paese viene da mesi terribili che hanno visto negli scontri dell’11 e 12 settembre scorsi il culmine della violenza quando un primo bilancio, fatto dal Ministero dell’interno, contava una quindicina di morti, trentasette feriti e centosei dispersi [2]. A Porvenir un piccola città della provincia “ribelle” di Pando <<franchi tiratori sugli alberi e killer armati che hanno aggredito una folla, inseguendo i contadini come bestie da macello, facendo il tiro a segno con donne e bambini. I sopravvissuti hanno raccontato l’eccidio ieri nel parlamento di La Paz, Canal 7 ha trasmesso un video straziante>> [3].
Il punto di maggiore scontro è sicuramente la nuova costituzione approvata – con un procedura non del tutto trasparente – e che Morales vuole fare confermare definitivamente con un referendum. La nuova legge fondamentale dello Stato ha una maggiore impronta socialista ed è molto attenta alle garanzie verso i diritti all’educazione alla salute e ad un’esistenza più dignitosa. Queste norme cozzano con le politiche che le regioni dell’est che intendono mantenere o adottare per difendere, con il federalismo fiscale o magari con la secessione, le ricchezze di cui dispongono gas in testa.

Tra maggio e giugno per consolidare la loro autonomia i prefetti dei dipartimenti di Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija fanno svolgere, in maniera del tutto illegale, dei referendum per l’approvazione di statuti autonomi che attribuiscono competenze su temi come energia, lavoro, telecomunicazioni, trasporti, sanità, educazione, solo per citarne alcuni. Tutti approvati.
La risposta sul piano istituzionale è stato il Referéndum Revocatorio del 10 di agosto scorso che avrebbe dovuto decidere della permanenza alla guida del paese il suo presidente e il suo vice nonché tutti i Prefetti dei dipartimenti in cui è diviso la Bolivia. Al di là delle attese Morales e il suo vice Alvaro Garcia Linera sono stati confermati con oltre il 67% dei voti nonostante in alcuni dipartimenti il voto sia stato contrario. Sono stati confermati anche a larga maggioranza Leopoldo Fernández Ferreira (Pando), Ernesto Suárez Sattori (Beni), Rubén Costa Aguillera(Santa Cruz) uno dei maggiori esponenti degli autonomisti con il 66,47% e Mario Cossío Cortez (Tarija) [4].

Il braccio di ferro è continuato visto che nonostante l’indubbia crescita di popolarità di Morales i suoi avversari non sono stati sconfitti del tutto. E sono riprese le proteste violenze e azioni provocatorie come l’arresto, da parte del prefetto Costas, del capo della polizia del dipartimento espressione del potere centrale, gli scontri tra gli aderenti all’organizzazione di destra Union Juvenil Crucenista e i fedeli al presidente [5], i blocchi e gli assalti agli uffici delle agenzie delle imposte, della televisione di stato a Santa Cruz o le esplosioni nei pressi del gasdotto che porta il gas in Brasile [6].
La crisi ha avuto dei risvolti internazionali quando Morales – e per solidarietà Chavez in Venezuela – ha deciso di espellere Philip S. Goldberg l’ambasciatore degli Stati Uniti, curiosamente capo della missione in Kossovo fino al suo arrivo in Bolivia, accusato di sostenere i gruppi in rivolta [7].
A sostegno del presidente boliviano è intervenuto anche l’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) convocato dalla cilena Bachelet e svoltosi il 15 settembre scorso con una dichiarazione unanime, <<ferma nella sostanza e moderata nella forma>>, esprimeva il sostegno pieno a Morales e lo incoraggiava a proseguire nel dialogo con gli oppositori al fine di trovare una soluzione sempre nel rispetto dell’integrità territoriale e della democrazia[8].
A questo punto visto l’isolamento esterno, la crescente popolarità del presidente, la gerarchia ecclesiastica che spinge al dialogo e forse la consapevolezza che i boliviani pragmaticamente sanno che non c’è un’alternativa a Morales [9] i prefetti hanno avviato dei colloqui con il potere centrale.
Il contenuto di un accordo tra le parti riguarderebbe le royalties derivanti dalla vendita degli idrocarburi, nuove ipotesi sull’autonomia delle regioni, sulla centralità della nuova costituzione, il processo elettorale, l’elezione delle cariche vacanti e la fine di tutti i blocchi e le occupazioni [10].
A proposito delle royalties va detto che sono state usate per avviare progetti sociali urgenti come l’istituzione della Renta dignidad che destina 20 euro circa al mese a tutti i boliviani con più di sessanta anni o l’innalzamento del salario minimo a 55 euro o il <<buono Jacinto Pinto>> per la scolarizzazione. Anche la distribuzione delle terre è una fonte inesauribile di proteste contro Morales da parte dei prefetti locali e dei latifondisti [11].
Risultati non saranno facili da ottenere se si pensa che mentre l’assedio dei contadini a La Paz è sospeso fino al 15 ottobre il rappresentante delle provincie ribelle il 2 ottobre scorso ha sospeso momentaneamente i colloqui per mancanza di garanzie costituzionali.
Pasquale Esposito

[1] <<poco fuori Santa Cruz, centro nevralgico delle proteste e città simbolo dell’autonomia anti Morales, centinaia di fedelissimi del governo si sono radunati stringendo la città in una sorta di assedio civile in attesa della firma dell’accordo proposto del presidente all’opposizione…Domani, mercoledì 24 settembre, a Santa Cruz è festa. Ma non ci saranno sfilate e nessun altro tipo di intrattenimento per la popolazione: i militanti filo presidenziali, infatti, attendono appena fuori dalla città armati fino ai denti. Pistole, fucili, candelotti di dinamite e machete fanno bella mostra fra cartelli e striscioni pro Morales>>, in Alessandro Grandi, “Bolivia, spuntano le armi e sale la tensione”, www.peacereporter.it, 23 settembre 2008;
[2] Paulo A. Paranagua, “Les chefs d’Etat sud-américains apportent un “soutien unanime” au président Evo Morales“, www.lemonde.fr, 16 settembre 2008
[3] Roberto Zanini, “Bolivia in fiamme“, Il Manifesto, 17 settembre 2008, pag. 11
[4]www.cne.org.bo; ha votato l’83,28% degli oltre 4 milioni di aventi diritto. I prefetti non confermati la percentuale dei votanti è stato dell’83,28%. I prefetti non confermati sono Paz José Luis Paredes Mugnoz (La Paz) e Manfred Reyes Villa Bacigalupi (Cochabamba). A la Paz la conferma per il presidente è arrivata con oltre 83%, a Cochabamba con circa il 71%, ad Oruro con circa l’83%, a Potos con circa l’85%, mentre a Tarija non è stato confermato con il 49,8%, a Santa Cruz con il 41%.
[5] Alessandro Grandi, “Alta tensione”, 20 agosto 2008, www.peacereporter.it
[6] Simon Romero, “Bolivia orders U.S. Ambassador to leave”, www.nytimes.com, 10 settembre 2008; Roberto Zanini, “Bolivia Quattro morti, decine di feriti,, trenta sedi governative occupate”, Il Manifesto 12 settembre, pag. 10
[7] Simon Romero, idem
[8] per Le Monde Jean-Pierre Langellier (con Cristine Legrand) e per Reuters David Mercado, “L’Amérique latine mobiliseé au chevet de la Bolivie”, www.lemonde.fr, 17 settembre 2009
[9] E’ l’opinione di Javier Gomez riportata in “Evo’s big win“, www.economist.com, 14 agosto 2008
[10] Niccolò Locatelli, “Crisi in Bolivia”, 17 settembre 2008
[11] Maurice Le moine, “Pericoloso braccio di ferro in Bolivia”, in Le Monde Diplomatique (versione italiana), settembre 2008, pag. 16

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