Bowrain, “2020 Second Alive”

Bowrain
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È da poco uscito, il 26 aprile, l’ultimo disco dello sloveno Tine Grgurevič, in arte Bowrain, e ci offre subito la sua ormai consolidata capacità espressiva, potremmo dire, attraverso un sapiente uso dei diversi stili musicali che dimostra di possedere e gestire con un dosaggio attento degli stessi, senza mai farne prevalere uno sull’altro.

Bowrain
Bowrain foto by Urska Boljkovac

Il suo pianismo, di evidente matrice classica, ci accompagna in questo tour sonoro che assume una grande importanza in quanto registrato dal vivo in un locale di Lubiana con una intera orchestra; forse il segno di un ritorno alle tradizioni classiche mai abbandonate.
Ma forse anche il coraggio di riprendere a fare musica tutti insieme, dopo i drammatici lockdown causa Covid, e la presenza di una intera orchestra sta proprio a rivendicare l’orgoglio di appartenere ad una comunità, quella artistica e musicale, che non può vivere divisa e che è ancora in grado di offrire al pubblico/ascoltatore la sua voce.

Questo disco nasce, come idea, nel 2018 quando Bowrain si è trovato nell’insolita veste di chitarrista in un gruppo sudafricano che si esibiva ad un festival in Slovenia.
L’esperienza maturata in quella pur breve esibizione, e la frequentazione poi del gruppo in Sudafrica, gli ha permesso di intraprendere un nuovo viaggio alla ricerca di una forma espressiva, allora forse solo intuita, che miscelasse in una unica forma musicale tutto l’apparente discordanza di esperienza musicale e interpretativa dei giovani sudafricani – specialmente nei pezzi di jazz – che ad un primo ascolto sarebbe potuta apparire a dir poco confusionaria.
Ecco, questo è stato il grande merito di Bowrain; capire e saper riproporre con una disciplinata esecuzione di stampo occidentale quell’assordante manifestazione identitaria che comunque aveva la capacità di fondere insieme spiritualità e fisicità.

Bowrain 2020 second liveNegli 11 brani che compongono 2020 Second Alive, tutto questo viene presentato, direi, in bell’ordine.
Ad esempio nel primo pezzo, “Moving Sculpture”, mi è sembrato di ascoltare nelle battute iniziali, una ouverture in miniatura di stampo classico dove il tema accennato dai violini trovava nel suono maestoso del basso tuba un degno controcanto, accompagnato dal pianoforte di Bowrain dove risalta una mano sinistra leggera e mai invadente.
Se in quel primo pezzo sembrano riecheggiare suoni classici, in “I don’t believe” – secondo brano – si vira decisamente sul jazz e Bowrain da dimostrazione della sua solida conoscenza di quella forma espressiva ricordando il mitico Count Basie con quel suo “riff” continuo nell’esposizione del tema.
Si capisce che il jazz ha sempre agito come una calamita nella produzione artistica dello sloveno perché anche nel terzo brano, “Back to the Nature”, ne offre – potremmo dire – ampia dimostrazione nella partitura del trombone, un vero “solo”, che usa senza sordina facendogli sprigionare tutta la sua forza senza il compromesso di una soffusa sordina. Come tradizione, non dimentica la sezione ritmica, che lo segue sempre attenta e mai strabordante.
Un gran bel pezzo.
Vale veramente la pena ascoltare dall’inizio alla fine “2020 Second Alive” non solo per il nostro godimento ma anche per dire grazie ad un artista che coraggiosamente ha riportato a teatro altri artisti, un degno forse di un lento ma inesorabile ritorno alla normalità.

Stefano Ferrarese

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