Braccialetti al lavoro, schiavitù elettronica

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Per alcune centinaia di anni il Mar Mediterraneo fu solcato da imbarcazioni, di vario spessore, spinte dalla forza di vogate umane, eseguite per lo più da condannati e forzati a pene corporali. Gli uomini, stipati e ordinati su due file in angusti e nauseabondi locali, erano costretti a tenere un ritmo costante e imposto, sia dalla “situazione” che dal battitore-guardiano. I malcapitati, che venivano chiamati “galeotti”, erano inoltre particolarmente stimolati a svolgere bene il loro compito dagli “aguzzini” e dai “frustatori” di turno. Si tratta delle famose Galee, consegnate dalle cronache del tempo alla popolarità e alla storia, non solo quella reale, ma anche dei romanzi e dei racconti pirateschi.
Queste “frecce” del mare potevano assolvere indistintamente, e opportunamente attrezzate, sia un compito mercantile, sia una funzione “bellica”. Oggi, per la prima volta dopo la rivoluzione del carbone e del vapore, guerra e commercio sono di nuovo riuniti sotto lo stesso tetto. Non si tratta però del soffitto ligneo della stiva di una imbarcazione, bensì dei pannelli montati nei grandi fabbricati sulle teste di “moderni forzati”, costretti anche loro a svolgere mansioni del tutto routinarie e automatizzate, per bruciare i tempi di imballaggio e spedizione dei prodotti acquistati dai clienti “in buona fede” di tutto il Mondo.

Il recente brevetto di braccialetti elettronici, in grado di monitorare a distanza addirittura i movimenti e le azioni delle mani dei “dipendenti”, non lascia purtroppo più spazio all’immaginazione. Neanche purtroppo a quella delle tante storie su sprezzanti pirati e capitani coraggiosi. All’alba dell’Anno del Signore 2018, il battitore-capovoga di quel tempo sembra proprio essere tornato. E stavolta non ha neanche bisogno di farsi venire calli alle mani e dolori alle braccia agitando l’enorme bastone su un tamburo. No, oggi è sufficiente un display, neanche troppo grande, per dettare tempi, modi e richiami ai suoi controllati.
Si può definire in tanti modi differenti, ma una modalità di lavoro e di controllo di questo tipo, non si discosta troppo da una forma di moderna schiavitù. La minaccia della perdita di lavoro, unita alla disperazione scaturita da situazioni di crisi, relegano i lavoratori a un ruolo di umiliante subalternità. Tutto questo avviene grazie e soprattutto a una precisa strategia politica, che tende ormai apertamente ad acuire il conflitto con il mondo del lavoro, assaltando terroristicamente ogni residuo di quei diritti così faticosamente conquistati nei decenni. La spirale, che avvolge ormai inevitabilmente pian piano tutte le categorie, sembra non avere più un termine o un decoro. Il sacrificio all’altare del profitto di vite umane e di dignità travalica ogni immaginazione, e non si intravedono virate nette in una direzione opposta a queste imposizioni.

Nel nostro Paese il Governo continua a dare rassicurazioni sulla inapplicabilità di tali dispositivi di controllo tuttavia, considerati i provvedimenti già presi e la tendenza aperta a una “razionalizzazione” del mondo del lavoro, è difficile trovare la forza per restare sereni. Provvedimenti di questo tipo, infatti, trovano già applicazione, seppur con strumenti ancora non ben definiti.
Per cercare di ostacolare questa avanzata senza più regole, non è più rimandabile l’inizio di una precisa strategia di riscatto che provenga dalle organizzazioni di lavoratori e cittadini. È necessario ora più che mai che siano questi ad organizzarsi iniziando per esempio il percorso inverso di un monitoraggio proprio verso i datori di lavoro, bloccando sul nascere ogni forma che si intravveda verso la direzione di un proseguimento nella politica di annientamento dei diritti.
Cristiano Roccheggiani

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