Brasile. La crisi politica, economica e sociale non si ferma

Brasile Rio de Janeiro
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Il Brasile è sempre più in crisi tra un’economia in recessione e un sistema di corruzione che intreccia mefiticamente le grandi aziende e la politica.
A mio parere un’avvertenza è necessaria affinché sia chiaro il contesto in cui deflagra la crisi brasiliana. Il vento in Sudamerica sta mutando direzione: le destre, i grandi potentati economici locali e quelli collegati al capitale straniero stanno riprendendo le redini del potere favorendo questi ambienti con l’avvento di politiche neo-liberiste. Basti pensare al Venezuela e all’Argentina.
Il leader del Movimento Sem Terra, João Stedile che ha già avuto modo di criticare il governo di Dilma Rousseff per l’avvio di una politica di austerità è convinto che l’operazione che ha portato l’ex-presidente Lula in una caserma per essere interrogato «è un chiaro abuso giudiziario. Nella nostra consuetudine giuridica, questo non si fa neanche con i peggiori delinquenti, sempre che abbiano fissa dimora. L’intenzione di questi settori reazionari del potere giudiziario è di impedire la candidatura di Lula per le presidenziali del 2018. Il governo di Dilma è un governo di crisi, che non riesce a tirarsi fuori, ad avere uno scatto in avanti. La borghesia adesso non ha più tanto interesse a rimuoverla, quanto a imporle la sua agenda neoliberista. Questa è la condizione. E contemporaneamente deve impedire la candidatura di Lula per il 2018»[1].
A proposito di interessi forti va ricordato che le multinazionali aspettano di poter mettere mano al Pré-Sal, un immenso giacimento off-shore, lungo circa 800 km al largo tra lo Stato dell’Espirito Santo e quello di Santa Catarina. Secondo Petrobras la società di stato pesantemente coinvolta negli scandali, si tratterebbe di un giaciemnto di petrolio e gas naturale di circa 1.600 miliardi di metri cubi che metterebbe il Brasile in una condizione di privilegio nella produzione di risorse naturali.

Il fermo di polizia di Lula è l’ultimo eclatante episodio della Mani Pulite brasiliana che ha messo a nudo l’intreccio di corruttele che pervade gli ambienti economici e politici del paese finendo con l’aggravare lo stato del progetto politico di Dilma e del Partito dei lavoratori (Pt) che con la leadership di Luiz Inacio Lula da Silva (due mandati) ha dominato la scena, non solo sudamericana, dal 2003 fino ad oggi portando la nazione ad essere la sesta potenza mondiale ma soprattutto «trenta milioni di persone, ed è un dato certificato, si sono emancipate dalla povertà durante il decennio di Lula, periodo nel quale l’elettricità ha raggiunto le aree rurali, sono stati scoperti e sfruttati importantissimi giacimenti offshore di petrolio e la diplomazia brasiliana ha contribuito a fondare il gruppo dei Paesi BRIC. Tra il 2002 e il 2014 il salario minimo è aumentato del 77% e i brasiliani in condizione di povertà estrema sono crollati dal 9% della popolazione al 3%. Questi traguardi sono stati raggiunti grazie a un ciclo favorevolissimo per le materie prime agricole e minerarie e alla capacità di diversificare le esportazioni verso est e verso il mondo arabo» [2].
Lula è sospettato, anche se non ancora ufficialmente incriminato, per riciclaggio, corruzione, riciclaggio e crimini fiscali per versamenti di 200.000 dollari alla Fondazione “Instituto Lula”. Il magistrato inquirente ha calcolato circa 8 milioni di dollari i favori ricevuti dalle imprese costruttrici. Lula ha da sempre negato tutti gli addebiti come pure la Fondazione si ritiene estranea a queste accuse.

Sicuramente Dilma non è stata brava a prevedere il forte rallentamento della Cina, il partner su cui si appoggiata la crescita brasiliana, il calo delle materie prime su cui si regge una buona parte dell’economia, e non è stata in grado di far crescere un apparato produttivo manifatturiero e di sostenere lo sviluppo tecnologico,  ma soprattutto non ha continuato a spingere verso la diminuzione delle disuguaglianze in un paese dove esiste ancora una grande concentrazione di ricchezza, in qualsiasi settore produttivo, e dove la tassazione continua a favorire le proprietà della classe dominante.
La situazione ora è molto pesante perché di fatto il debito brasiliano è stato classificato “spazzatura” dalle agenzie di rating, il deficit viaggia intorno al 10%; il Pil nel 2015 è sceso del 3,8%, il peggiore risultato degli ultimi 25 anni, e le previsioni per il 2016 parlano di un altro calo di oltre il 3% per continue contrazioni del settore minerario e industriale. L’inflazione viaggia a due cifre e il real nell’ultimo anno ha perso la metà del suo valore. L’inflazione e la continua perdita di posti di lavoro insieme alle politiche di austerità messe in campo negli ultimi mesi sta mettendo a dura prova la condizione di milioni di persone.
E nemmeno le Olimpiadi stanno tanto bene.

Un ulteriore peggioramento della situazione in Brasile rischia di dare il contraccolpo definitivo all’economia mondiale vista la sua importanza e nel frattempo si aspetta la manifestazione delle opposizioni contro il governo del 13 marzo che potrebbe degenerare visto che i sostenitori del governo, Centrale unica dei lavoratori in testa hanno intenzione di far valere le loro ragioni.
Pasquale Esposito

[1] Geraldina Colotti, “Stedile: «È un attacco conservatore»”, Il manifesto, 5 marzo 2016
[2] Alfredo Luís Somoza, “Rio2016 sarà a ritmo del samba triste”, Huffingtonpost, 29 febbraio 2016

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