Brasile. L’evangelizzazione di Bolsonaro, dall’Amazzonia al Governo

Brasile Amazzonia indigeni
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Riconoscere che il presidente brasiliano Bolsonaro sia uno dei pochi politici a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale non vuol dire attribuirgli una qualità.

Il suo sostegno alla classe imprenditoriale e latifondista brasiliana autorizza a ritenere l’Amazzonia come un immenso mercato a cielo aperto dove prendere e sfruttare le ricche risorse naturali in maniera indiscriminata e senza passare per la cassa.

La sua politica brutale e razzista ha dato forza a trafficanti di legname, imprenditori agricoli, bracconieri, minatori ed evangelisti che minacciano sia la regione amazzonica che la gente che in essa e per essa vive.

Una delle prime decisioni prese ad inizio mandato è stata quella di affidare al ministero dell’Agricoltura, fortemente asservito dal settore agroindustriale, la responsabilità di demarcare le terre indigene revocandola al Funai (Fondazione nazionale dell’Indio), il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni.

Lo scopo evidente è quello di togliere sempre più terra ai nativi per lasciarla in pasto agli sfruttatori che, per non perder tempo, stanno decimando i Guardiani della foresta. Ad inizio mese il ritrovamento del corpo esanime di Zezico Guajajara ha allungato solo la lista dei Ranger uccisi per mano di taglialegna e trafficanti che sfruttano illegalmente i preziosi legni del territorio.

Per debellare più efficacemente il problema, “spingendo” l’integrazione degli indigeni nella società brasiliana e il loro spostamento dalle terre selvagge e remote verso quelle abitate del paese, Bolsonaro ha modificato il regolamento interno del Funai ed ha nominato a capo del Dipartimento per gli Indiani incontattati l’antropologo e missionario evangelico Ricardo Lopes Dias.

Dias è legato alla Ethnos360, più nota con il vecchio nome di New Tribes Mission (NTM), una delle più grandi ed estremistiche organizzazioni missionarie della Chiesa Evangelica e principale protagonista della rapida protestantizzazione del paese che, dagli anni ’70, quelli della teologia della liberazione, ha visto l’aumento dal 9% al 31% degli affiliati alle chiese evangeliche a discapito di quella cattolica.

Dopo secoli di barbarie e violenze la Chiesa Cattolica si stava impegnando nella tutela del patrimonio nazionale amazzonico e nella protezione degli indigeni. Attenzione rinnovata soprattutto dall’attuale pontificato e dal recente sinodo per l’Amazzonia. Cavalcando l’onda della rivoluzione religiosa, Bolsonaro ha dedicato all’elettorato evangelico una parte significativa della propria campagna e affidato a protestanti attivi incarichi rilevanti nella gestione della politica del paese. Come la pastora evangelica Damares Alves, nominata ministro per le Donne, la Famiglia e i Diritti Umani che sta portando avanti un progetto che autorizzerebbe lo Stato a sottrarre i bambini indigeni alle loro comunità per creare una nuova generazione di adepti.

Con l’ulteriore nomina di Dias il presidente vuole quindi accaparrarsi altro sostengo politico dalla potente lobby evangelica ma, soprattutto, sfruttare le capacità di proselitismo dei predicatori per risolvere la questione indigena. Liberando l’Amazzonia dai suoi abitanti sarà più facile sfruttare le risorse del sottosuolo, abbattere le foreste e fare spazio a nuove terre coltivabili per i latifondisti.

In Brasile abitano circa un milione di autoctoni divisi in quasi 400 tribù, 100 delle quali incontattate. Da sempre estranee al mondo “civilizzato”, vivono nel cuore profondo dell’Amazzonia nel completo rispetto della terra. Il tentativo di contattarli, anche se esplicitamente vietato dalla costituzione brasiliana dal 1988, oltre ad essere una violenza psicologica e umana, rappresenta un grave rischio di genocidio ed etnocidio. Sono estremamente vulnerabili e non hanno difese immunitarie verso germi e batteri per noi banali ma che per loro potrebbero essere fatali. Un terzo dei membri di una tribù viene infatti annientato da malattie di vario genere nell’anno successivo al primo contatto, soprattutto quelle alle vie respiratorie, ed un altro terzo negli anni a seguire. Questo è il caso della tribù nomade incontattata degli Ayoreo-Totobiegosode e di quella del nord del paese Zo’è, ma è solo per fare dei nomi.

Il coronavirus oggi rappresenta anche per loro una grande minaccia. Purtroppo, i tentativi di contatto hanno già fatto registrare il primo caso accertato di indigeno morto per covid-19, un giovane Yanomami che viveva nell’area di Rehebe, zona violata da decine di accampamenti di minatori che cercano di entrare illegalmente nella riserva per estrarre metalli preziosi e oro. Sembra che la tribù Yanomami sia la più grande popolazione indigena in Brasile con oltre 38 mila persone divise in circa 200 villaggi. Fermare la diffusione del virus è un’impresa titanica in una zona dove non solo non esistono strutture idonee ma anche semplici presidi ospedalieri. Questo sembra essere l’inizio di un’altra strage.

Le modalità di sterminio e sottomissione dei popoli indigeni brasiliani si stanno evolvendo. Durante la dittatura militare venivano decimati iniettandogli il virus del vaiolo, facendogli mangiare cibi all’arsenico, impalandoli e torturandoli con sadica fantasia, e imprigionandoli in centri di “riabilitazione” simili più a carceri e bordelli. Adesso si celano dietro le più “innocue” intenzioni di diffondere la parola di Cristo e aprire per loro le porte della civilizzazione. Ma restano essenzialmente un crimine, contro le loro identità e credo, i loro diritti e la loro salute.

In questi mesi difficili per tutti è facile guardare solo in casa propria. Ma questi popoli sono i custodi delle biodiversità del pianeta. Quel pianeta che è di tutti e che da tempo ormai lancia segnali di sofferenza.

Federica Crociani

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