Brasile. Sfruttamento e violenze in Amazzonia

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Lo scorso 15 gennaio l’Istituto nazionale di ricerca spaziale (Inpe) annunciava che l’Amazzonia ha visto crescere dell’85% la sua area forestale a rischio tra il 2018 e il 2019. I terreni interessati al disboscamento sono quasi raddoppiati e una delle cause sono gli incendi.

Nonostante quanto accaduto nel corso del 2019, il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro intende portare a compimento quanto promesso e cioè lo sfruttamento dell’Amazzonia. Oltre alla semplice negazione della deforestazione, ha messo l’Amazzonia nelle mani del ministro dell’Agricoltura il cui interesse è quello delle coltivazioni; ha chiuso gli occhi di fronte a quanto stava avvenendo illegalmente; ha fatto si che le operazioni per assicurare l’applicazione della legge che vieta ai proprietari terrieri di disboscare più di un quinto dei loro possedimenti siano diminuite nel primo quadrimestre del 2019, «come ha scoperto Carlos Rittl che lavora per Climate Observatory, un network di organizzazioni ambientali brasiliane […] del 70%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questa impunità avrebbe indotto molti proprietari terrieri a non rispettare più il provvedimento e avrebbe quindi causato l’abbattimento di moltissimi alberi» [1].

Ieri è stato presentato al Congresso nazionale un disegno di legge del ministro delle Miniere e dell’Energia, Bento Albuquerque che consentirà l’esplorazione di gas e petrolio, la nascita di miniere e di impianti per la produzione di energia elettrica nelle terre degli indigeni. Bolsonaro, riferendosi alla proposta di legge, ha detto «spero che questo sogno di Bento si avveri perché gli indigeni sono esseri umani esattamente come noi. Hanno un cuore, dei sentimenti, un’anima, dei desideri e dei bisogni: sono brasiliani come noi» [2]. Affermazioni che oltre a non tener conto delle proteste degli indigeni sembrano ricordare quelle della cultura integrazionista della dittatura militare.

Le popolazioni indigene sono sul piede di guerra: lo scorso mese centinaia di leader dei popoli indigeni e hanno sottoscritto il Manifesto Piaraçu, dal nome del villaggio nello stato del Mato Grosso dove si sono riuniti, con il quale denunciano «la violenza causata dall’estrazione di risorse naturali nel bacino amazzonico» e hanno chiesto «la protezione della foresta amazzonica e dei suoi popoli dal “genocidio, etnocidio ed ecocidio” promossi dal governo di estrema destra del presidente del Brasile, Jair Bolsonaro» [3].

Nonostante sia previsto dalla Costituzione federale non esiste un regolamento che disciplini le attività e finora non ci sono stati siti ufficiali di esplorazione (diversi sono illegali) nelle 619 aree indigene.

Il progetto presentato da Bento Albuquerque «prevede inoltre che sia autorizzato lo sfruttamento dei territori indigeni per turismo, agricoltura, allevamento o silvicoltura. L’autorizzazione per l’uso del suolo sarà data dal legislatore e gli indigeni che vivono in queste comunità saranno ascoltati, ma non avranno il diritto di veto. […] L’argomento principale contro lo sfruttamento economico delle aree è che le attività sbilanciano le comunità, accelerano la devastazione delle foreste e la scomparsa delle specie autoctone – l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, 2019, che avverte della velocità con cui le specie si stanno estinguendo (uno su otto è minacciato) sottolinea che questa distruzione della natura è più lenta nelle terre in cui vivono le popolazioni indigene rispetto al resto del pianeta» [4].

La questione ambientale, purtroppo, va anche di pari passo con la violenza. La direttrice di Human Rights Watch Brasile, Maria Laura Canineu facendo riferimento al Rapporto 2019, scrive che «le reti criminali mettono in campo milizie armate che intimidiscono, attaccano e talvolta uccidono sia i pubblici ufficiali che la popolazione locale che si fanno avanti per difendere la foresta. E lo fanno impunemente. Più di 300 persone sono morte violentemente negli ultimi dieci anni nel contesto di conflitti su terra e risorse in Amazzonia, afferma la Commissione senza scopo di lucro Pastoral Land (CPT, in portoghese), che mantiene le uniche cifre. I sospetti sono stati processati in soli 14 casi. […]. Le politiche e la retorica dell’amministrazione Bolsonaro hanno solo incoraggiato le depredazioni mafiose e messo a rischio la foresta pluviale e la sua gente. Il presidente Jair Bolsonaro e il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles hanno denigrato non solo i gruppi ambientalisti ma anche le agenzie del governo, ripetendo ripetutamente accuse prive di fondamento. Hanno indebolito quelle stesse agenzie ambientali tagliando i loro budget e rimuovendo personale esperto» [5].
Pasquale Esposito

[1] Giulia Giacobini, “Bolsonaro ha già accelerato la deforestazione dell’Amazzonia”, https://www.wired.it/attualita/ambiente/2019/07/26/deforestazione-amazzonia-aumentata-bolsonaro/, 26 luglio 2019
[2] Stefania De Michele, “Brasile: il presidente Bolsonaro presenta la sua legge per l’Amazzonia”, https://it.euronews.com/2020/02/06/brasile-il-presidente-bolsonaro-presenta-la-sua-legge-per-l-amazzonia, 5 febbraio 2020
[3] “Llaman a defender la Amazonía de política ecocida de Bolsonaro”, https://www.telesurtv.net/news/brasil-indigenas-defensa-amazonia-bolsonaro-ecocidio-20200119-0004.html, 19 gennaio 2020
[4] Afonso Benites, “Bolsonaro anuncia projeto que permite garimpo em área indígena e sugere confinar ambientalistas”, https://brasil.elpais.com/brasil/2020-02-05/bolsonaro-anuncia-projeto-que-permite-garimpo-em-area-indigena-e-sugere-confinar-ambientalistas.html, 5 febbraio 2020
[5] Maria Laura Canineu, “Rainforest Destruction in Brazil’s Amazon Is a Public Security Emergency”, https://www.hrw.org/news/2020/02/04/rainforest-destruction-brazils-amazon-public-security-emergency, 4 febbraio 2020

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