Brexit: ennesimo nulla di fatto tra Bruxelles e Londra

la bandiera dell'unione europea e quella britannica
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Il terzo round dei negoziati sulla Brexit, iniziato lunedì e terminato ieri, non ha registrato «nessun progresso decisivo sui soggetti principali. Anche se la discussione sull’Irlanda è stata fruttuosa», nelle parole del capo negoziatore Ue, Michel Barnier in una conferenza stampa col segretario di stato britannico David Davis. Qualche chiarimento c’è stato sicuramente anche sulla disponibilità a pagare i conti, ma niente di sostanziale. La prima fase dei negoziati non si chiuderà con tutta probabilità ad ottobre.

Nel frattempo a Bruxelles è comparso l’ex premier britannico Tony Blair che ha visto il Presidente dell’Unione europea Juncker per metterlo al corrente della posizione della nuova posizione del Partito laburista che, portando avanti l’idea di una Brexit morbida, dovrebbe avviare un riavvicinamento delle parti.
Dal Giappone, dove sta cercando sponde diplomatiche ed economiche per il dopo-Brexit, Theresa May, dandosi fiducia, ha affermato che «i progressi sulla discussione per un accordo commerciale non saranno buoni solo per il Regno Unito, ma anche per l’Unione europea». Ma oltre alle questioni di contenuto, pesantemente serie, l’Europa non vuole discutere di accordi commerciali se non si trovano le soluzioni alle controversie sui dossier più importanti. Stiamo parlando del conto economico della Brexit che il Regno Unito deve pagare, della frontiera tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, dello status dei cittadini comunitari, ma poi anche questioni come la protezione dei dati, gli standard commerciali da rispettare o il tema delle competenze delle corti europee e nazionali.

La sensazione, per dirla con un eufemismo, di molti analisti e oramai di una parte degli stessi britannici è che l’indeterminatezza a Londra sia diffusa. Dopo mesi di retorica anti-europeista si è capito quanta approssimazione c’è nel pensiero e nella strategia britannica. Lo stesso ministro degli Esteri Boris Johnson, per la prima volta aveva ammesso che qualche obbligo bisognerà pure accettarlo. Quella della chiarezza è anche un’urgenza più volta espressa da Bruxelles anche dal suo capo negoziatore.

Come accennavo il Partito laburista e il suo leader Jeremy Corbyn hanno rielaborato la loro posizione verso un lungo periodo di transizione, idea diffusa tra le Confindustrie europee e quella londinese in particolare, per cui la Gran Bretagna rimarrebbe nel mercato unico e nell’unione doganale anche dopo la scadenza del marzo 2019. Una posizione che, se accettata da qualche Conservatore in Parlamento, metterebbe a repentaglio lo stesso governo May che non ha una maggioranza.
Non sappiamo se, come ha detto il capo della Ryanair Michael O’Leary, la Brexit «sarà un disastro per l’economia del Regno Unito», ma forse era meglio che la Premier si occupasse direttamente delle negoziazioni invece di «andare in giro per il Giappone a bere tea e sake».
Non dimentichiamo che i costi della Brexit sono ingenti. Londra sembrerebbe disposta a pagare circa a 40 miliardi di euro rispetto agli oltre 60 richiesti dal fronte europeo come mai compatto, con in prima linea la Cancelliera Merkel.
Una Brexit senza un accordo più o meno equo, quella sì che sarebbe gravosa e non solo da un punto di vista economico.
Pasquale Esposito

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