Brexit: la confusione regna sovrana in Gran Bretagna

Gran Bretagna Londra Westminster
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La prima considerazione da fare, lo dico a me stesso per primo, è che di quello che accade e soprattutto di quello che accadrà con la Brexit non è affatto chiaro. Fin dai risultati del referendum del 2016 voluto dall’allora Primo ministro conservatore James Cameron, gli andamenti di questa svolta storica non hanno mai avuto certezze. Tuttora non sappiamo quali saranno le vere conseguenze dopo il distacco. E forse nemmeno se la Brexit non ci dovesse essere, perché questa è un’opzione possibile.

Dopo che Il governo britannico aveva approvato la bozza di accordo sulla Brexit negoziato dalla premier Theresa May sembrava fosse iniziato un terremoto inarrestabile con le dimissioni di Dominic Raab, ministro per la Brexit (e sono due), di Esther McVey, ministro per il Lavoro e le Pensioni e di altri due ministri junior, Suella Braveman e Shailesh Vara. Ma la temuta emorragia che avrebbe travolto immediatamente la premier non c’è stata forse per le dichiarazioni del ministro per l’Ambiente, Michael Gove seguite da altre dichiarazioni favorevoli alla permanenza. La stessa PM ha provveduto a sostituire il primo con il sottosegretario Stephen Barclay (sottosegretario alla Sanità e ex direttore della BarclaysBank) e la seconda con Amber Rudd, già ministra dell’Interno e dimessasi perché accusata e successivamente riabilitata perché ingannata da funzionari, di aver mentito al parlamento sullo scandalo dei diritti negati ai migranti storici caraibici.
Resta il fatto che il Partito conservatore è in subbuglio e il voto di sfiducia è dietro l’angolo. In un partito dove, dal 2016, secondo la docente Agnés Alexandre-Collier «l’intero dibattito politico, e quindi della rete dei think thanks che formano l’intelaiatura ideologica del partito, sembra dominato dalla Brexit» [1], è difficile che si accetti quella che da più settori del partito stesso viene definita una specie di resa all’Unione europea o quanto meno un pessimo affare.

Le bozze dell’accordo tra i negoziatori dovranno essere votate dal Parlamento di Londra e potrebbe non passare all’esame dell’aula, forse il 6 dicembre prossimo. I leader dell’Unione europea si incontreranno il 25 novembre prossimo per la firma definitiva.

Delle quasi 600 pagine dell’accordo, le questioni di fondo per molti conservatori e fautori della Brexit sono quella dell’unione doganale nella quale rimarrebbe, almeno fino al 2020, il Regno Unito nonostante la sua uscita dall’Unione e di conseguenza il fatto che non vi potrà essere un confine vero in Irlanda. Tutto ciò sembra agli avversari della May, Unionisti nordirlandesi e partner di governo, una concessione che mina l’unità del paese perché è come se l’Irlanda del Nord appartenesse all’Europa.
L’accordo prevede anche il pagamento di 40 miliardi di euro per gli obblighi assunti da Londra. Per quanto riguarda i diritti dei cittadini rimarranno intatti per quelli che vi risiedono già e per quelli che arriveranno nel periodo di transizione.
Alla Brexit sono contrari buona parte degli scozzesi che ora tornano a parlare di indipendenza dopo il referendum del 2014 che aveva sancito la permanenza sotto la corona della regina Elisabetta.
Nemmeno all’interno del Partito laburista capeggiato da Corbyn c’è unità di intenti su come comportarsi sulla Brexit.
Tra Unionisti, scozzesi e laburisti è difficile pensa che ci sia la ratifica in Parlamento. E questo anche se, come spiegano Aamna Mohdin e Heather Stewart, «Michael Gove lavorerà con altri ministri del governo di Brexit per sollecitare il primo ministro a cercare di tornare a Bruxelles e rinegoziare, in particolare sul blocco irlandese» [3]
E poi l’opinione pubblica britannica, secondo tutti i sondaggi, se si votasse nuovamente sulla Brexit sarebbe a favore della permanenza nell’Unione.
Non è affatto chiaro.
Pasquale Esposito

[1] Agnés Alexandre-Collier, “La Brexit mette a nudo le divisioni dei conservatori britannici”, Le Monde diplomatique il manifesto, novembre 2018, pag. 18
[2] Aamna Mohdin e Heather Stewart, “Brexit deal: five ministers lobby May to renegotiate draft text”, https://www.theguardian.com/politics/2018/nov/17/brexit-deal-theresa-may-andrea-leadsom-michael-gove-liam-fox, 17 novembre 2018

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