Brexit. Sulla pesca è stallo e crescono le preoccupazioni per il dopo

brexit accordo Regno Unito UE
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Il Parlamento europeo ha indicato domenica prossima come termine ultimo per ricevere l’accordo sulla Brexit e discuterlo in una seduta straordinaria entro la fine dell’anno.
La Brexit sarà effettiva dal 1 gennaio del 2021 come voluto di fatto dal governo britannico che non volle una proroga. Anche se oggi il ministro degli Affari europei francese e di fatto portavoce del pensiero di Macron, Clément Beaune ha lasciato aperto più che uno spiraglio quando ha lasciato intendere che ci si può prendere qualche giorno in più.

Si sta continuando a negoziare e Michael Gove, ministro senza portafoglio a Londra ha detto che le probabilità sono al di sotto del 50%. Non è della stessa opinione la von der Leyen. Michel Barnier, capo negoziatore per la UE, ha chiarito che “vogliamo un accordo, ma non sarà un accordo a tutti i costi”.

Di fatto la firma ci sarebbe su tutto ma non su una serie di questioni che ruotano intorno alla pesca. I negoziatori hanno tempo fino a sabato.
Gli accordi precedenti consentono alle navi europee la pesca nelle acque del Regno Unito. L’Europa vorrebbe continuare a farlo lasciando ai britannici una quota del 18% (ora è al 15%) secondo l’ultima proposta. Londra vorrebbe, dopo un periodo di transizione, avere il 60%.
Il disaccordo è anche su un altro aspetto: i dazi. L’Europa l’imporrebbe nel caso in cui il Regno Unito chiudesse i suoi mari alle navi europee, dopo un nuovo periodo di transizione di durata non specificata.
Barnier ha detto chiaramente che la risposta dell’UE in caso di chiusura dell’accesso alle acque britanniche: sulle esportazioni di prodotti ittici verso l’UE – sono il 75% del totale – verranno imposti i dazi per proteggere la filiera europea.

Intanto Hillary Benn, presidente della Commissione per le relazioni future con l’Unione europea (Commons Select Committee) ha espresso forti preoccupazioni sulla preparazione di molti strumenti necessari al dopo Brexit. Benn ha sostenuto che il Governo “non è ancora in grado di fornire alle imprese, ai commercianti e ai cittadini la certezza su ciò che accadrà in tutte le aree interessate dalla trattativa” [1]. Un rapporto elaborato dalla stessa Commissione esprime anche molte apprensioni sulla sicurezza dei confini e l’assenza di un accordo potrebbe bloccare l’accesso ai sistemi di sicurezza tra cui quello dell’arresto congiunto.

Con l’avvicinarsi della Brexit le voci provenienti dalla Scozia si fanno sempre più forti. In Scozia c’è stata la più alta percentuale di favorevoli al NO al referendum. Nicola Sturgeon, leader del Partito Nazionale Scozzese e Prima ministra chiarisce, in un’intervista a la Repubblica, che se il suo partito dovesse avere più del 50% alle elezioni di Maggio, chiederà un nuovo referendum, con tutta la valenza legale del caso, per richiedere l’indipendenza e tornare in Europa da Stato riconosciuto dagli altri paesi.
Un altro grosso guaio per il Regno Unito perché Londra si opporrà con il premier Johnson ha già detto che una generazione, nel 2014, aveva votato contro l’indipendenza.
Pasquale Esposito

[1] Lisa O’Carroll, “Britain not ready for no deal, says Brexit select committee”, https://www.theguardian.com/politics/2020/dec/19/britain-not-ready-for-no-deal-says-brexit-select-committee, 19 dicembre 2020

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