Brexit: una sconfitta per cittadini, democrazia e per l’Europa

Regno Unito Gran Bretagna Londra royal exchange
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La Gran Bretagna non fa parte della zona Euro e non fa nemmeno parte degli accordi di Schengen che rappresentano i capisaldi del modello europeo.
Non solo ma nel 1984 la Thatcher ottenne la deroga alle modalità di calcolo dei contributi comunitari a tutto  vantaggio delle casse di Londra. A questo si aggiunge la mancata firma del Trattato di Stabilità del 2012.
La posizione britannica è sempre stata quella della politica dei due forni che si potrebbe riassumere con l’affermazione «siamo con voi, ma non siamo dei vostri», pronunciata da Winston Churchill, quando a Zurigo nel 1946, raccomandava la creazione di uno stato federale europeo.
In questi ultimi anni, soprattutto  con il crescere dell’anti-europeismo e dell’estrema destra, le posizioni dei politici britannici si sono andate accentuando, ragionando in alcuni casi anche con la pancia, sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, la cosiddetta Brexit.
Anche il premier Cameron ha accresciuto la sua dose di euroscetticismo soprattutto per vincere le elezioni del 2015. Lo scorso anno per arginare l’avanzata di quei partiti come il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito confermò, in campagna elettorale, l’impegno preso nel 2013 per un referendum sulla permanenza in Europa da tenersi prima del 2017.
La sua posizione, pro o contro e il suo impegno per il risultato finale  sarebbe dipeso da quanto avrebbe ottenuto dai negoziati con il Consiglio europeo circa una serie di richieste messe sul tavolo delle trattative e riguardanti il governo dell’economia, la sovranità, la competitività e l’immigrazione.
Queste trattative si sono svolte a più riprese e si sono concluse lo scorso febbraio. Il risultato finale è «vincolante e irreversibile» per usare le parole del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk che si è speso senza sosta da giovedì 18 alla mezzanotte di venerdì 19 febbraio.
Per il 23 giugno nel Regno Unito è stato così convocato il referendum sull’uscita dall’Unione europea e Cameron inviterà i cittadini britannici a votare per la permanenza.

Prima di descrivere i contenuti è il caso di sottolineare prima di tutto il fatto che l’Europa continua ad usare pesi e misure diverse e sempre favorevoli ad un sistema oligarchico, sia da un punto di vista politico che finanziario. Per non creare un precedente che avrebbe fatto scricchiolare il sistema europeo alla Grecia, un paese povere e in grandi difficoltà, sono stati imposti sacrifici per la popolazione dai quali probabilmente non uscirà più, mentre con la Gran Bretagna, paese ricco e con uno dei mercati finanziari più importanti al mondo, a Bruxelles si è deciso, per evitare il Brexit, si sono fatte concessioni che favoriranno Londra che potrà evitare l’adozione di certe leggi e il sistema della City sempre più protetto da quei (pochi) processi di regolamentazione della finanza.

Sul tema della sovranità la Gran Bretagna vede garantirsi che quando ci sarà la revisione dei Trattati sarà aggiunta una clausola in cui si chiarisce che non adotterà l’idea, su cui si fonda l’Europa fina dalla sua nascita, di «Unione sempre più stretta» («ever closer Union») e così eviterà in futuro di adottare l’euro, di partecipare a salvataggi finanziari o di far parte di  un esercito unico. Inoltre il premier britannico ottiene che tutti i paese europei che non siano nell’eurozona possano «aprire un dibattito» su ciascuna proposta di legge che dovesse regolamentare la eurozona, con il risultato di frenare le decisioni delle nazioni in area euro.
Sul fronte immigrazione Cameron ha ottenuto il blocco dei benefici del welfare agli immigrati “economici” europei che arriveranno da questo momento per un periodo di 7 anni, mentre l’accesso ai benefici sarà graduale per un periodo di quattro anni. Cameron avrebbe voluto 7 anni, rinnovabili per due periodi di 3 anni ciascuno.
Di fatto una discriminazione tra i cittadini. Così oltre a stati di serie A e serie B avremo anche cittadini con diversi gradi di diritti. Nell’accordo c’è anche l’indicizzazione, sulla base del reddito medio del paese di residenza, degli assegni per i figli lasciati a casa dei lavoratori europei emigrati nel Regno Unito.
Misure che se da una parte favoriscono il capitale per l’ulteriore precarizzazione dall’altra non servirà, come qualcuno pensa, a far diminuire la pressione alle frontiere dei migranti. Forse è utile ad acquietare le proteste di una parte dei cittadini britannici intolleranti verso lo straniero.
La City e il suo complesso di assicurazioni, istituti finanziari, banche aumentano la loro autonomia rispetto alle regole impartite da Bruxelles su questi mercati.

Un accordo che consente ad una nazione di avere uno status speciale dopo aver minacciato di uscire dall’Europa e che aprirà la strada ad altri per difendere i propri biechi interessi, anche solo elettorali. L’Ungheria del neofascista Orbán ha già indetto un referendum sul meccanismo di ripartizione dei rifugiati, un meccanismo già approvato dal Consiglio.
Un accordo che ancora una volta accentua le differenze all’interno dell’Europa e mirato a risolvere i problemi o a garantire le esigenze dei grandi gruppi sotto l’egida di tutti i governanti a capo della nazioni europee.
Pasquale Esposito

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