Bruce Springsteen. Work On A Dream. Nel segno del pop le nuove speranze americane

Bruce Springsteen Work On A Dream
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L’uscita di Work On A Dream è stata segnata da due grandi esibizioni del Boss. Un artista che spesso ha rappresentato l’America con le sue pulsioni, i suoi disagi profondi e le sue speranze e che ha accompagnato prima e celebrato poi a Washington il primo presidente afroamericano degli USA. Durante l’intervallo del Superbowl, qualche giorno fa, con quattro canzoni [1] per un totale di dodici minuti Springsteen ha contribuito a rendere più spettacolare l’evento sportivo per eccellenza degli americani.

Ma le luci della ribalta sono state offuscate dal fatto che Springsteen e la E Street Band hanno chiuso un accordo con Wal-Mart, la regina del supermercato, per vendere una raccolta dei maggiori successi a dieci dollari. Peccato che Wal-Mart sia stata accusata da Human Rights Watch per violazione di norme sindacali. L’ammissione dell’errore forse non basta anche per come è stato argomentato: «eravamo presi da mille cose, ci è piovuta la proposta tra capo e collo e non l’ abbiamo vagliata con il solito scrupolo», dice. «visto il curriculum di Wal-Mart sotto il profilo sindacale se avessimo riflettuto un po’ di più ci saremmo comportati diversamente» [2].
E le scuse non bastano perché nel 2008 tanto per dirne una i suoi guadagni dai concerti si hanno superato i 156 milioni di dollari [3]. E anche in questo rappresenta quell’America che con le sue sperequazioni “aiuta” i disagi.

Bruce Springsteen Work On A DreamWork On  A Dream arriva dopo poco più di un anno dal precedente Magic di cui sembra essere la continuazione sonora, ma sterza con vigore nei testi che riaccendono ottimismo sul futuro. L’album, e in particolare la malinconica The Last Carnival, sono dedicati all’organista Danny Federici scomparso lo scorso aprile. Si tratta del ventiquattresimo lavoro e contiene dodici tracce più l’extra The Wrestler scritta per l’omonimo film con Micky Rourke protagonista e premiata ai Golden Globe.

Proprio quest’ultima è l’unica canzone salvata da Mauro che resta totalmente deluso dalle attese. Un album dove <<gli “ordinari eroi della classe operaia” che abbiamo conosciuto attraverso i suoi dischi più riusciti oggi sembrano i personaggi di un serial televisivo (su tutte Queen Of The Supermarket, probabilmente una tra le sue canzoni più brutte di sempre)>> [4].

Quest’ultima, insieme a Outlaw Pete e This Life spiegano i limiti di questo album secondo Benzing. Canzoni che perdono spessore, svuotano la trama o come per le ultime due del terzetto naufragano <<in una cornice di cori stucchevoli>>. Episodi migliori risultano Good Eye, My Lucky Day e soprattutto The Last Carnival e The Wrestler che danno corpo e densità alla musica e alle liriche. C’è più coraggio rispetto al precedente ma il suo incamminamento pop con Elvis Presley e Roy Orbison ad accompagnarlo non è compiuto perché manca <<quella sottile grazia capace di salvare l’ambizione dalla caduta nell’enfasi>> e comunque sembra troppo discontinuo [5].

E di citazioni di Roy Orbison, Byrds, Beatles e Beach Boys nel <<gran bel disco>> anni Sessanta se ne trovano molte per Sibilla. Di quel decennio si avvertono le melodie soprattutto in Suprise surprise, Life Itself e Queen Of The Supermarket. Gli otto minuti di Outlaw Pete sono quelli più intriganti per il procedere <<sinuoso>> e perché <<mescola elementi che poi si ritrovano in giro per l’album in una struttura complessa, che sembra uscire dai primissimi dischi di Springsteen>>. La speranza e l’ottimismo sono anche la novità delle liriche a raccontare la ritrovata fiducia della nazione [6].

Un’annotazione ad hoc sull’ottimismo che caratterizza il disco è presente nella favorevole recensione di Luzzatto Fegiz. Nuova linfa alla riscossa, attraverso lavoro, impegno <<tensione morale>> del sogno americano. Non ci sono cadute nella sequenza di brani tra i quali spicca la <<sublime>> Life Itself <<con versi come “Eri così bella ai miei occhi, bella come la vita stessa”>> [7].

Solarità, ottimismo, pop, sixties sono parole che introducono l’articolo di De Luca su Working On A Dream <<non particolarmente originale nelle sonorità, ma vivo, inebriante e pieno di speranza>>. Fin dall’inizio <<spettacolare>> di Outlaw Pete tutto è di buona fattura. Tanto per segnalarne un paio: This Life che <<viene direttamente dalle altezze di Johnny Cash e Roy Orbison tenera e avvincente, lenta, progressiva>> e Good Eye <<episodio sporco e distorto, come nelle migliori sperimentazioni beatlesiane, con un’armonica tirata a lucido che scarta da tutte le parti>> [8]

Se è vero che c’è speranza politica e visione ottimistica per il futuro il fulcro del disco secondo Venegoni è l’amore come quello raccontato in This Life in cui <<un uomo in auto accanto alla sua bella realizza di esser innamorato>> o quello di Surprise surprise, dove la sorpresa è quella dedicata alla donna in una festa di compleanno o Queen Of The Supermarket dove <<immagina di esser innamorato di una commessa, vede fra i corridoi un suo sorriso che fa scomparire questo intero “fucking place”>> [9].

Brunelli lo definisce un disco che forse ha diversi livelli di lettura nel suo essere <<enigmatico>> e <<melanconico>>, un <<racconto della speranza, ma appare una speranza disperata, dalla sonorità pastello e dai colori lisergici>>. Forse collocato in uno spazio musicale a-temporale anche se l’autore lo definisce comunque un album pop sia pure un pop che affonda le sue radici nel blues.
Tra le canzoni quella chiave sembra essere Life Itself <<una grande ballata elettrica – chiusa addirittura da un assolo di chitarra “al contrario”, come ai bei tempi della psichedelia della stagione ‘66/’67 – un fiume profondo che racconta il sapore perduto della vita dopo il passaggio della distruzione>> [10].

Giudizio duro quello espresso da Bertoncelli che non si risparmia fino a far contenere in quest’album una delle più brutte canzoni del suo repertorio: <<l’agghiacciante>> This Life. Un disco <<facile, disinvolto, diciamo pure commerciale>> che nel suo attraversare la storia del rock e del pop non conduce da nessuna parte [11].

Prima di chiudere un dubbio espresso da molti: il Boss era consapevole o meno che Outlaw Pete ricalca I Was Made For Lovin’ You dei Kiss? Non vi curate di noi e ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: rock
Bruce Springsteen
Work On A Dream
etichetta: Columbia
data di pubblicazione: 23 gennaio 2009
brani: 13
durata: 47:00
cd: singolo

[1] Tenth Avenue Freeze-out, Born To Run, Working On A Dream e Glory Days
[2] Jon Pareles, “E il Boss chiede scusa ai fan Vi ho traditi per il mercato” Repubblica — 01 febbraio 2009, New York Times News Service, traduzione di Emilia Benghi)
[3] Ray Waddell, “Madonna Tops 2009 Music Money Makers List”, www.billboard.com, 12 febbraio 2009
[4] Adil Mauro, “Un Boss poco ispirato”, www.agenziaradicale.com, 26 gennaio 2009
[5] Gabriele Benzing, www.ondarock.it, 23 gennaio 2009
[6] Gianni Sibilla, www.rockol.it, 16 gennaio 2009

[7] Mario Luzzatto Fegiz, “Già in Rete il nuovo album di Springsteen”, www.corriere.it, 18 gennaio 2009
[8] Flaviano De Luca, “Il nuovo sogno inebriante di Bruce Springsteen”, Il Manifesto, 17 gennaio 2009, pag. 15
[9] Marinella Venegoni, ““Working on a dream” esce il 23 Il Boss canta l’amico perso Federici”, www.lastampa.it, 16 gennaio 2009
[10] Roberto Brunelli, “I sogni perduti di Springsteen”, www.unita.it, 21 gennaio 2009
[11] Riccardo Bertoncelli, www.delrock.it, 20 gennaio 2009

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