Burundi: una grave crisi ancora senza sbocchi

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Una  grave crisi politica e socio-economica ha sprofondato il Burundi in un clima di tensioni e violenze che dallo scorso aprile, secondo un bilancio diffuso dall’Onu, ha provocato almeno 240 morti e 200.000 sfollati.
La miccia che l’ha fatto esplodere è stata la candidatura per il terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza rieletto a luglio. Contro la candidatura e le elezioni l’opposizione e la società civile hanno provato a ribellarsi perché giudicavano questa ennesima candidatura contraria alla Costituzione e all’Accordo di Arusha che aveva sancito la fine della guerra civile nel 2006.  Il tutto aggravato da un tentativo di golpe prima e dalle elezioni amministrative del 29 giugno.
Nonostante qualche tentativo del presidente di spostare la crisi sul piano etnico il contesto sembrerebbe politico, di potere anche se la storia di questo angolo d’Africa, a cominciare dall’ikiza, (la catastrofe) del 1972 quando i tutsi fecero strage sistematica di hutu, non lascia per nulla tranquilli.
Va aggiunto che l’elezione presidenziale dello scorso 21 luglio in Burundi “non ha contribuito a rendere il processo inclusivo, libero e credibile” secondo la missione dell’Onu (Menub) incaricata di osservare il voto; il clima generale è rimasto segnato dalla violenza e “la libertà di espressione, di riunione e di associazione sono state significativamente compromesse” [1]. E le maggiori responsabilità vanno addebitate al presidente in carica.

Quello di forzare le regole costituzionali o di cambiarle per allungare la permanenza al potere dei leader è purtroppo una pratica diffusa e non solo in Africa. Come ha spiegato lo  scrittore guineano Tierno Monénembo «il segnale dato dal Burundi annuncia la crisi imminente che incombe su tutta l’Africa centrale e la regione dei Grandi Laghi, in preda alle stesse tentazioni» [2].

Ancora tra l’11 e il 12 dicembre scorso si verificava uno degli episodi più cruenti a causa di una repressione spietata contro gli oppositori condotta dalle forze dell’ordine in alcuni quartieri, considerati vicini all’opposizione, della capitale Bujumbura. Si sono verificati attacchi contro alcune basi militari nel quartiere di Ngagara  e alla fine si sono trovati i corpi senza vita di una quarantina di giovani, vittime di “esecuzioni sommarie” [3].

La comunità internazionale ha reagito anche se debolmente con sanzioni comminate dall’Ue (contro quattro dirigenti dell’entourage del presidente), dagli Usa, dal Belgio e dal altri paesi occidentali che ha bloccato i piani di aiuti. «Ma noi sappiamo che la prima vittima di queste decisioni è la popolazione […] secondo la Croce Rossa il 36 % dei burundési sono oggi in una situazione di malnutrizione cronica» [4].
Non dimentichiamo che il Burundi, questo piccolo stato nella Regione dei Grandi laghi con circa 10,5 milioni di abitanti, ha un livello di povertà assoluto: 184° paese su 188 per Indice di Sviluppo Umano (ONU).

L’istituzione più impegnata è l’Unione africana (UA) che già a luglio, prima delle elezioni, aveva provato inutilmente far dialogare le parti.
A metà dicembre l’UA ha votato a favore dell’idea di inviare cinquemila militari africani per riportare la calma nel paese e considerato il rischio di un nuovo genocidio. Una proposizione che è stata sottomesa a l’ONU e la presidente della Commissione dell’Unione, Nkosazana Dlamini-Zuma, a chiesto in una lettera inviata al Segretario generale  Ban Ki-moon di sostenere la proposta. Ancora però il Consiglio di sicurezza dell’ONU non si pronunciato. Nel frattempo il presidente Pierre Nkurunziza il 30 dicembre scorso dichiarava nuovamente che se le truppe dell’UA  dovessero muoversi verso il suo paese senza una mozione del Consiglio di sicurezza il gesto verrebbe considerato un’invasione dalla quale ci si dovrà difendere [5]. Sono la Russia e la Cina le due nazioni restie nel Consiglio.
Alcuni si sono anche chiesti se non era il caso di mantenere in vita la missione ONU in Burundi (BNUB) che venne chiusa il 31 dicembre 2014 perché aveva portato a termine il suo compito [6].
Il 23 dicembre invece veniva annunciata da Edouard Nshimirimana, un alto ufficiale dell’esercito che ha disertato a fine settembre, la nascita di un esercito ribelle denominato Forze Repubblicane del Burundi  dove confluirebbero altri gruppi armati operanti nel paese.
Pasquale Esposito

[1] “ONU: elezioni pacifiche ma non credibili”, www.misna.org, 28 luglio 2015
[2] Tierno Monénembo, “In Africa, il ritorno dei presidenti a vita”, Le Monde diplomatique / il manifesto,
dicembre 2015, pag. 12
[3] “Ondata di violenza a bujumbura, sale la tensione”, www.misna.org, 14 dicembre 2015
[4] Olivier Caslin, “Burundi : qu’est-ce qui fait tenir Nkurunziza?”, Jeune Afrique, 29 dicembre 2015
[5] “Burundi : Nkurunziza promet de répondre par la force si l’Union africaine envoie ses troupes”, www.jeuneafrique.com, 30 dicembre 2015
[6] Jessica Hatcher, “Could the UN have done more to prevent Burundi’s escalating violence?”, The Guardian, 21 dicembre 2015

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