Bush riceve il Dalai Lama

Dalai Lama insegnamento
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Dopo le severe critiche agli Stati Uniti per l’onorificenza consegnata al Dalai Lama il governo di Pechino ha convocato l’ambasciatore USA per notificargli una nota di protesta.

Mercoledì scorso, nonostante le proteste cinesi, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha ricevuto, in forma privata, il Dalai Lama alla Casa Bianca e il giorno successivo ha presenziato alla cerimonia di premiazione con la quale il Congresso USA ha conferito al leader religioso la Medaglia d’Oro, una delle maggiori onorificenze civili americane [1].

E’ la prima volta che un presidente americano in carica incontra in veste ufficiale il leader buddista, come è avvenuto per questa premiazione, e questo ha naturalmente irritato il governo cinese facendo salire molto la tensione tra i due paesi, al punto che il portavoce del ministero degli Esteri Lu Jianchao, in una dichiarazione diffusa dall’agenzia Nuova Cina, ha definito la decisione degli Stati Uniti “una sfrontata interferenza negli affari interni della Cina,[che] ferisce la sensibilità del popolo cinese e mina gravemente le relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti” [2].

La Casa Bianca dal canto suo ha risposto alle proteste cinesi sottolineando che il Dalai Lama e’ stato ricevuto non come capo di Stato ma come leader religioso. “E’ un leader spirituale che lotta per la democrazia e la libertà – ha detto Dana Perino, portavoce del presidente – due temi che stanno a cuore al presidente. Egli comprende le preoccupazioni dei cinesi, ma vorrebbe che a Pechino il Dalai Lama fosse visto così come lo vede lui: un leader spirituale che desidera la pace“.[3] Naturalmente il governo cinese dissente da questa visione giacché considera il leader tibetano un pericoloso separatista e il premio conferitogli “un’iniezione di cardiotonico per le attività secessioniste”, come ha dichiarato il presidente del Tibet Qiangba Puncog. [4]

Lo sfiorato incidente diplomatico, al di là del gelido scambio di dichiarazioni tra Cina e Usa, riaccende i riflettori sulla spinosa, tuttora irrisolta, questione tibetana. Gli osservatori internazionali premono affinché il governo cinese mostri disponibilità a raggiungere un accordo prima dell’inizio delle Olimpiadi del 2008 quando gli sguardi di tutto il mondo saranno puntati sul gigante asiatico [5].

L’occidente mostra infatti grande sensibilità all’argomento: dal “nostro” punto di vista il Tibet è una “nazione” indipendente occupata militarmente dalla Cina. La Cina, invece, considera lo Xizang – il Tibet – una provincia autonoma della grande madrepatria e i tibetani come una minoranza etnica rispetto alla dominante etnia Han.

Ma il Tibet è o no Cina? La risposta, lo sappiamo, è molto complessa. Va detto che il Tibet ha alternato periodi di indipendenza a periodi in cui è stato parte della Cina. Non solo: in alcuni momenti storici sono stati gli stessi tibetani a espandersi in territorio cinese. Dopo alterne vicende nel 1751 proprio un imperatore cinese impose il Dalai Lama come leader sia spirituale che politico del Tibet. All’inizio del Novecento Russia e Impero britannico fecero del Tibet una zona cuscinetto tra le rispettive aree d’influenza. Nel 1910 la Cina lo invase riannettendolo ma l’anno successivo scoppiò la rivoluzione che abbattè l’ultima dinastia cinese e, nella prolungata instabilità che seguì, il Tibet restò di fatto indipendente fino agli anni Quaranta. Con l’avvento della Repubblica Popolare (1949), la Cina di Mao invase militarmente il Tibet e lo occupò nel 1950.

I confini della Cina sono continuamente mutati nei secoli, così come la sua composizione etnica e la stessa definizione di “nazione” cinese, nonostante la millenaria storia imperiale, si fa risalire solo al secolo scorso. In questo processo continuo di osmosi, scambio e fusione andrebbe inquadrato il rapporto tra due “paesi” come la Cina e il Tibet, ponendo – forse – l’accento non tanto (o non solo) sulla questione territoriale ma anche sulla necessità di coesistere di due culture diverse. [6]

Il Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1979, ci offre in questo senso una visione più lungimirante di quanto non facciano occidente e Cina, puntualizzando spesso che la lotta non violenta dei tibetani tende non all’indipendenza della nazione-Tibet, ma ad una genuina autonomia che preservi le specificità culturali.

Di Moli

Fonti:

[1] www.corriere.it

[2] www.today.reuters.it

[3] www.cnn.com

[4] www.repubblica.it

[5] www.asianews.it

[6] www.chen-ying.net

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