Calcio: quattro chiacchiere al bar dello sport con Lorenzo Fontani (Sky)

history 15 minuti di lettura

Lorenzo Fontani è giornalista, commentatore, telecronista di SKY Sport, esperto di calcio e delle regole che governano il gioco. In concomitanza con l’inizio del campionato, Lorenzo ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande a 360 gradi sul mondo del calcio.

Ricomincia il Campionato e i problemi sembrano essere sempre gli stessi. A questi si aggiungono: un nuovo Presidente di Federazione molto “discusso”, dopo l’infelice uscita sui calciatori “esotici” presenti nelle nostre serie; la consapevolezza che il nostro calcio abbia toccato il fondo dopo la seconda eliminazione di seguito al primo turno del Campionato del Mondo subita dalla Nazionale. Quali sono (se ci sono) secondo te gli elementi da dove ripartire?

E’ difficile avere grandi aspettative all’inizio di una stagione inaugurata dall’uscita di Tavecchio sull’ormai famigerato “Opti Pobà“: una gaffe che il Presidente dell’Uefa Platini ha definito “sconcertante e riprovevole“. Lo è in effetti, eccome, non tanto per la battuta o il personaggio in sé, quanto per ciò che c’è dietro la scelta del nuovo Presidente federale: una cultura, o se preferite sottocultura, tipicamente italiana, allergica al rinnovamento e al rispetto delle regole (etiche, prima ancora che giuridiche), più attenta alla preservazione del potere che alla costruzione di un sistema collettivo vincente o perlomeno efficace, spesso incarnata da personaggi che sembrano più portati a fare battute di cattivo gusto e a impartire pseudo-lezioni di vita e di business piuttosto che a dialogare, confrontarsi e se possibile lavorare in silenzio se non altro quando non è strettamente necessario esprimersi.

Alla luce di questo è chiaro come ogni idea e suggerimento sia destinata a rimanere tale, se non viene affidata all’impegno costante di dirigenti seri. Ora si è tornati improvvisamente a parlare di stadi e di impiantistica sportiva (la prima urgenza secondo il mio modesto parere), di riforma dei campionati, di “seconde squadre” da far giocare, se non in serie B, almeno in LegaPro, per far uscire i tanti giovani di medio-alto livello dal limbo dei campionati Primavera. Ancora, si è tornati magicamente a parlare della necessità di dare più spazio ai giovani, dell’opportunità di introdurre, come è stato fatto in Germania, l’obbligo per i club di istituire delle “academy” efficienti, di riduzione delle rose e di introduzione di un minimo di giocatori formati nel vivaio, di centri federali capillari per la formazione di giovani tecnici e calciatori, ecc. Tutte idee giuste sulle quali vale la pena confrontarsi, ma le idee, nel bene e nel male, camminano con le gambe delle persone. E se la direzione non è comune, se non si cerca una visione a lunga scadenza, se non si accetta di pagare qualcosa oggi per avere indietro di più domani, non si va da nessuna parte. Basti come esempio “l’impallinamento” di Andrea Abodi, uno dei pochi ad aver portato idee e metodi nuovi nel nostro calcio, quando è stato candidato alla presidenza della Lega di Serie A. Si è preferito un Presidente che non fosse una vera guida capace di mediare e trovare soluzioni innovative, quanto piuttosto un “notaio” che registrasse la somma di idee rivolte più al quotidiano che al futuro. Più alla spartizione del poco rimasto che a una strategia per tornare competitivi.

A tal proposito, nel nostro campionato non riusciamo più ad importare grandi campioni, e l’addio degli azzurri Cerci e Immobile è l’ennesimo segnale di una certa raggiunta marginalità. Il fatto di essere comunque riusciti a trattenere i vari Vidal, Pogba, Pijanic, Cuadrado può essere, e in che modo, un piccolo segnale di ripresa? Abbiamo qualche speranza di competere con i “grandi” e milionari club europei?

A giudicare da come abbiamo iniziato in Champions, con l’eliminazione del Napoli nel playoff contro l’Athetic Bilbao, non c’è molto da stare allegri. C’è da dire che è stato anche un sorteggio sfortunato: speriamo che la Roma, a sua volta poco aiutata dalla sorte nell’urna europea, riesca a fare l’impresa di superare la fase a gironi. Questo per dire che di questi tempi anche una mano della fortuna è ben accetta… ma per rispondere alla domanda, sì, i casi che citi possono essere interpretati come un piccolo segnale di ripresa. Per la Juve in particolare aver trattenuto Vidal e Pogba potrebbe essere la premessa per una stagione europea finalmente soddisfacente. Stiamo parlando di tornare tra le prime 8 però, difficile immaginare di più: le grandi squadre tedesche, spagnole e inglesi mi sembrano ancora almeno un gradino sopra. Non è un caso d’altronde se Juve e Fiorentina per trattenere questi campioni hanno dovuto praticamente rinunciare a grandi acquisti, mentre la Roma ha sì trattenuto Pjanic ma ha comunque ceduto Benatia, e se si è potuta permettere Iturbe (un campione in prospettiva, non un fuoriclasse affermato) è solo grazie ai precedenti capolavori di mercato di Sabatini che è riuscito a migliorare contemporaneamente sia il bilancio che i risultati, caso più unico che raro.

Per quanto riguarda i tanti stranieri che invadono i nostri campionati, anche a livello giovanile, considerato che ormai i calciatori costituiscono delle vere e proprie aziende, con i loro entourage, i procuratori, l’acquisto di immobili ecc, non sarebbe il caso di rimettere in discussione la cosiddetta “legge Bosmann”, che equipara i calciatori a tutti gli altri lavoratori, almeno a livello di campionati maggiori?

La legge Bosman è un problema o meno a seconda del lato da cui la si guarda. Se la si guarda dal lato dei “poveri” (di soldi e di idee), cioè noi, è un problema. Fa sì infatti che non si possa arginare l’esodo dei nostri migliori talenti verso l’estero e al contempo alimenta l’arrivo in Italia di stranieri (in questo caso stiamo parlando dei comunitari ovviamente, o naturalizzati tali) di scarso valore. Perché poi alla fine il punto è questo: se esce un italiano bravo ed entra uno straniero bravo non c’è mica niente di male. L’italiano renderà forte la Nazionale azzurra, e lo straniero farà vincere in Europa una squadra italiana (l’Inter del Triplete ce la siamo già scordata?). I guai iniziano quando per pigrizia o incapacità o per gli scarsi mezzi a disposizione (o per un mix di queste ragioni) i club preferiscono o finiscono per andare a prendere stranieri di scarso valore (magari visti in tv dal divano di casa, perché i soldi o la voglia per andare a fare scouting sui campi di provincia non ci sono…) senza valorizzare i propri giovani. Valorizzazione su cui si può serenamente investire senza violare nessuna legge europea, basti pensare alla “home grown players rule“, a cui accennavo anche nella prima risposta, adottata dall’Uefa, che prevede l’obbligo di inserire nella lista dei 25 per le competizioni europee un minimo di 8 atleti di formazione nazionale di cui 4 formati nel vivaio del club, e che potrebbe essere tranquillamente adottata in Italia. Per non parlare di tanti altri metodi ancora meno stridenti con le normative comunitarie che potrebbero essere utilizzati per far emergere e proteggere i nostri giovani migliori, come sgravi fiscali o incentivi per i vivai, o ancora, ma ritorniamo alla prima domanda, la creazione di vere e proprie squadre di riserva. In ultima analisi la libera circolazione dei lavoratori/calciatori, con i divieti di discriminazione che ne seguono, è solo un amplificatore di virtù e vizi di chi sa/può o non sa/non può approfittarne. E non certo un problema di per sé.

Tra i tanti mali del calcio italiano è spesso nominato l’annoso problema degli stadi. E la condizione di alcuni impianti anche di A (Bergamo, Firenze, Napoli, ecc) è veramente pietosa. Dal tuo punto di vista, in che modo l’auspicata “legge sugli stadi” potrà contribuire sveltire il processo di realizzazione dei cosiddetti stadi di proprietà delle società? E in che modo questi potranno contribuire a risollevare tutto il “movimento”?

L’aspetto surreale è che una legge nata per accelerare il processo di costruzione e riammodernamento degli impianti sportivi abbia avuto un iter lunghissimo… Alla fine è emersa la cronica litigiosità italiana e l’incapacità di trovare una soluzione condivisa. I vincoli posti sulle cosiddette “opere di compensazione” non sono piaciuti alla Lega Calcio svelando il punto dolente della questione: il sospetto che dietro l’occasione e la necessità di costruire un nuovo stadio si celi spesso un altro obiettivo, quello della speculazione edilizia. Certo che ridurre la burocrazia è una necessità, ma altrettanto vero è che l’esempio della Juventus (e in seconda battuta di Udinese e Roma) dimostra che chi lo stadio vuole costruirselo se lo costruisce anche senza una legge ad hoc. Basta avere i mezzi, la capacità e la strategia giusta. Detto questo, i successi bianconeri credo dimostrino ampiamente come un “asset” del genere debba avere la priorità se si vuole competere ad alti livelli.

A proposito di stadi. Il nostro Paese ha anche la triste particol​arità di essere rimasto l’unico dove ancora si muore di… “tifo”. Quali sono secondo te i provvedimenti da prendere immediatamente per debellare definitivamente la piaga delle “guerre ultras”? Sono sufficienti secondo te provvedimenti come il divieto di trasferta, l’ammodernamento delle infrastrutture e la presenza di steward e vigilanti privati? Oppure è necessario trattare questi teppisti come veri e propri gruppi di criminalità organizzata e agire pesantemente attraverso una repressione di tipo poliziesco-giudiziario e sciogliere tutte queste aggregazioni coercitivamente?

Ci sono dei distinguo da fare. Quello tra tifosi e ultras (anche il secondo non è necessariamente un termine negativo) e soprattutto quello tra le prime due categorie e i teppisti. I teppisti vanno trattati come tali: la repressione poliziesco-giudiziaria deve valere per loro come per chiunque altro, singolarmente o collettivamente a seconda del reato che si configura. Gli ultras, come tutti i fenomeni di aggregazione “border line“, vanno studiati e monitorati, anche attraverso un’attenta opera di intelligence (sono note in alcuni gruppi le infiltrazioni della criminalità organizzata, e altrettanto note sono le attività delinquenziali extra-calcistiche di molti personaggi) per prevenire il superamento dei limiti imposti dalla legge. Ma una criminalizzazione generalizzata non serve a nessuno: soprattutto nasconde l’ipocrisia di chi poi, le stesse società calcistiche in molti casi, è pronto a servirsi di questi attori per indirizzare ed alimentare il consenso (fondi per le coreografie, biglietti gratuiti, ecc…) salvo poi dover cedere ai ricatti di chi chiede ai giocatori di togliersi la maglia per “indegnità“, come successo col Genoa a Marassi. Un altro distinguo da fare è quello tra ciò che succede fuori e dentro gli stadi: l’episodio della morte di Ciro Esposito, ad esempio, non ha nulla a che fare con la sicurezza negli stadi, visto dove è avvenuto. Piuttosto c’è da domandarsi se non sarebbe stato più opportuno ospitare altrove la finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli, vista la nota inimicizia tra tifoseria romanista e napoletana. Oppure come mai un personaggio ben noto alle forze dell’ordine potesse stazionare armato nelle vicinanze di una via di passaggio dei pullman dei napoletani senza nessun controllo delle forze dell’ordine. Prima di parlare di militarizzazione degli stadi forse bisognerebbe iniziare con la militarizzazione di ciò che c’è intorno. Anche perché ormai gli stadi sono vuoti, e qui veniamo al secondo punto. Perché se le violenze all’interno degli impianti sportivi si sono ridotte moltissimo è anche perché ormai allo stadio non ci va più nessuno. La tessera del tifoso, nata con i migliori propositi, ha accentuato questo effetto, dissuadendo non soltanto i facinorosi ma anche i tifosi “buoni”, già chiamati a fare i conti con stadi inospitali, mal serviti dai trasporti pubblici, scomodi, costosi. Ma qui torniamo al discorso dell’impiantistica sportiva, che si collega direttamente a quello della sicurezza: perché va da sé che uno stadio moderno, pulito, con un sistema di videosorveglianza efficiente è il primo deterrente contro la violenza. È un cane che si morde la coda però: finché la situazione sarà questa sarà difficile per i club recidere i rapporti con i tifosi volenti, ed avere un sistema di repressione efficace che da un lato preservi il diritto dei non violenti ad assistere alle partite (anche in trasferta), e dall’altra non costringa le forze dell’ordine, per non far degenerare la situazione, a scendere a patti coi facinorosi. Ogni riferimento a Genny ‘a carogna è puramente voluto, ma anche la recente telenovela sulla famigerata “discriminazione territoriale” è un buon esempio: ci si riempie la bocca con la “tolleranza zero” e si equipara (con un obbobrio giuridico) la discriminazione territoriale a quella razziale, con conseguenti chiusure di curve quando non di interi stadi. Poi improvvisamente i club, minacciati più o meno velatamente da frange di tifosi, si accorgono che forse si è esagerato, e la Federazione si adegua, introducendo la condizionale e altri paletti e annacquando via via le sanzioni, fino, siamo alla scorsa estate, alla depenalizzazione di fatto della fattispecie in questione. Inutile abbaiare, se si sa di non poter mordere, perché poi quando fai un passo indietro ormai la credibilità è perduta e si resta con un avvilente senso di impotenza e impunità.

Entriamo finalmente in campo. La Roma ha fatto una campagna acquisti sontuosa, importante. E’ veramente la favorita per lo scudetto? Oppure la prima “tranquilla” uscita della Juve contro il Chievo ha già allontanato i dubbi del “dopo-Conte” e pone i bianconeri di nuovo in pole-position?

Come dicevo prima, credo che aver trattenuto Vidal e Pogba metta comunque la Juve al primo posto nella classifica del mercato estivo. Anche perché la Roma rispetto alla stagione scorsa avrà l’impegno della Champions (oltretutto, come dicevamo, con un girone durissimo), un’incognita pesante almeno quanto il dopo-Conte alla Juve. Per questo credo che la squadra bianconera parta ancora con un po’ di vantaggio rispetto alla Roma.

In questi ultimi anni le milanesi: non pervenute! Pensi che questo possa essere l’anno della risalita? Esistono i presupposti?

Credo proprio di si. Magari non ancora per lottare per lo scudetto, ma le milanesi sicuramente sono attrezzate per fare meglio dell’anno scorso. L’Inter, al secondo anno con Mazzarri, sembra essere riuscita a dotarsi di una rosa ad hoc per le esigenze dell’allenatore, che a questo punto dovrà dimostrare di saperne trarre il massimo. Il Milan dopo tanti cambiamenti con Inzaghi sembra da parte sua aver trovato il profilo adatto per avere la giusta “chimica” sia con lo spogliatoio che con la società. Probabilmente non sono ancora al livello di Juve, Roma e Napoli, ma credo che daranno loro del filo da torcere rendendo la lotta al vertice e per la Champions molto più appassionante di quanto non sia stata nella scorsa primavera.

Infine qualche considerazione sulle regole. Benvenuta bomboletta!… si direbbe. Un semplice accorgimento a cui nessuno aveva pensato prima… Tuttavia restano ancora tanti dubbi sui nuovi regolamenti e…poveri arbitri. Alcuni casi: il fuorigioco (anche evidente) che non c’è su tocco finale dell’avversario nel passaggio, l’eccessività di punizione con l’espulsione congiunta al rigore del portiere per “fallo da ultimo”, la sospensione del gioco in caso di calciatore a terra, che non ci dovrebbe stare ma quasi sempre si concretizza ecc. Tu cosa ne pensi?

La bomboletta dimostra che esistono anche innovazioni intelligenti, poco costose e che mettono d’accordo tutti: un caso più unico che raro nel nostro calcio! Occhio però che già nella prima giornata si è visto qualche “furbetto” che dopo la tracciatura della linea l’ha calpestata facendo il classico passetto avanti che si vedeva fino alla scorsa stagione. Attendo con ansia il primo giallo per questo comportamento, altrimenti col tempo si rischierebbe che oltre allo spray sia “vanishing” anche il suo effetto… Capitolo fuorigioco: le ultime disposizioni (attenzione non cambiamenti del regolamento, disposizioni) della Fifa in realtà vengono incontro ad arbitri ed assistenti, restituendo loro una maggiore aderenza dei testi e delle interpretazioni ufficiali a comportamenti che già venivano naturali e spontanei così come modellati negli anni. Provando a sintetizzare: dall’anno scorso il regolamento sul fuorigioco è più permissivo nei confronti degli attaccanti. Per essere punibile, il disturbo sull’avversario deve essere davvero tale: è necessario che l’attaccante “sfidi” l’avversario per il possesso del pallone (“challenging the opponent for the ball“), o che comunque impatti chiaramente con la sua capacità di giocarlo (questo è il chiarimento fatto con la circolare di inizio stagione). Di più, il difensore che, non chiaramente disturbato (vedi sopra) dall’attaccante, compie una giocata, cioè va a cercare il pallone (non per deviarlo, cioè per esserne colpito, ma per colpirlo, occhio alla differenza, non si può parlare genericamente di “tocco”), scagiona automaticamente l’attaccante stesso. Simmetricamente, se l’attaccante riceve palla non da una deviazione ma da una giocata, e se non “sfida l’avversario” per la palla stessa, il fuorigioco non scatta. Probabilmente è una norma troppo punitiva per i difensori, ma non è così difficile da applicare per arbitri e assistenti, a patto di accettare che, come nella stragrande maggioranza delle leggi e delle regole, c’è sempre un margine di interpretazione del giudice/arbitro. Concetto peraltro praticamente indigeribile per il tifoso medio italiano…
L’espulsione per “fallo da ultimo“, cioè, questa è una “chicca”, quella che in gergo tecnico si chiama “Dogso” (“denying an obvious goalscoring opportunity“) è ormai quasi universalmente riconosciuta essere eccessiva, poiché porta al cosiddetto “triple punishment” rigore-espulsione-squalifica. La Uefa, con il designatore Collina in prima linea, ha proposto all’International Board (l’unico organismo abilitato a cambiare le regole del calcio, composto da Fifa con un peso di 4 voti e dalle 4 federazioni britanniche con un voto a testa, e “quorum” necessario per le decisioni di 6/8) non ha mai recepito la sollecitazione. In realtà non è tanto che non si sia d’accordo sull’eccessiva severità della sanzione, quanto piuttosto che non ci si mette d’accordo su come cambiarla. È evidente ad esempio, e infatti la proposta Uefa lo prevede, che il rosso dovrebbe comunque rimanere per i cosiddetti “cynical fouls“, cioè quei falli fatti con il chiaro intento non di impedire un’occasione da rete, ma una rete certa (i.e. fallo di mano sulla linea di porta). In quali occasioni dunque lasciare il provvedimento di espulsione (ad esempio per i falli fuori area, visto che in quel caso il rigore non c’è?) e in quali introdurre una semplice ammonizione? Considerato che l’Ifab si riunisce una volta l’anno è difficile prevedere tempi rapidi per certi cambiamenti…
Chiudo con la questione dell’interruzione di gioco dovuta ad infortunio di un calciatore e vi pongo la seguente domanda: se vi rendete conto che un vostro avversario si è fatto male davvero ma l’arbitro non se ne è accorto che fate, non buttate la palla fuori per accelerare i soccorsi? Il buon senso deve sempre prevalere, a mio giudizio: non si può dire “il gioco lo deve fermare l’arbitro quindi ho detto ai miei calciatori di non buttare mai fuori il pallone” perché poi c’è sempre il caso limite. Ci sono questioni che non possono essere affidate solo al regolamento: è ovvio che il gioco deve fermarlo l’arbitro, ci mancherebbe, ma non si può togliere a un giocatore il diritto di fare un gesto di fair play, quando non di vero e proprio scrupolo legato alla salute, nei confronti di un avversario.

Cristiano Roccheggiani

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article