Canada: stop a raid aerei in Siria e Iraq

Canada bandiera
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Il neo primo ministro Justin Trudeau, secondo i media canadesi, avrebbe telefonato al presidente degli Stati Uniti Barack Obama per comunicargli  che il suo governo intende fermare i raid dei caccia canadesi in Iraq e Siria contro l’Isis. Si tratta di una presa di posizione che era stata annunciata durante la campagna elettorale per le elezioni della Camera bassa in Canada. Non sono noti i tempi in cui avverrà questo cambiamento e comunque la missione non verrà abbandonata ma diventerà di addestramento e umanitaria.
Senza tagliare quell’1% del bilancio della Difesa, Trudeau ha anche  espresso l’intenzione di cancellare il programma F-35.

L’annuncio dello stop ai raid è avvenuto nel giro di pochi giorni dalla larga vittoria ottenuta dal Partito Liberale e dal suo leader Trudeau, quarantatrenne figlio di Pierre più volte premier, che hanno messo fine al dominio, dopo quasi dieci anni, del premier uscente Stephen Harper e del suo Partito Conservatore. Con circa il 70% di affluenza alle urne i liberali hanno più che raddoppiato i voti passando dal 18 al 39,5 per cento e conquistato la maggioranza in Parlamento con 184 seggi su 338, mentre i conservatori sono  scesi a 99 seggi dai 159 della precedente tornata. Alla Camera avranno rappresentati anche il Nuovo Partito Democratico (centro-sinistra) guidato da Tom Mulcair, il Blocco del Québec e i Verdi guidati da Elizabeth May. Per la prima volta alla Camera bassa siederanno dieci rappresentanti nativi canadesi, la cui affluenza alle urne è stata molto più elevta del solito per la maggiore attenzione a loro dedicata.

Non  è un caso il fatto che i voti per Trudeau  siano arrivati soprattutto dalle aree metropolitane del Quebéc, dalle regioni del Nord e quelle più estreme, mentre il premier conservatore ha raccolto più consenso nelle aree contigue al confine con gli Stati uniti.

In tutti questi anni la politica dei conservatori, sostenuta da un blocco di potere economico-finanziario, si è contraddistinta per le politiche neo-liberiste (salvo per il debito pubblico che è cresciuto a dismisura) tese a favorire le multinazionali, in specie quelle energetiche, per una politica estera asservita alle direttive di Washington abbandonando i tratti multilaterali della sua storia, per le legislazioni securitarie e sempre più rigide verso il multiculturalismo. Non ultima la contrarietà all’accoglienza dei profughi siriani verso cui hanno dato aperture i partiti liberale, dei verdi e del nuovo premier.
A questo appuntamento elettorale il Partito Conservatore ci è arrivato anche con una serie di scandali che negli ultimi anni hanno coinvolto per spese sospette alcuni senatori e che sicuramente ha influito sul destino finale del partito.

Nonostante l’immaginario collettivo europeo pensi al paese nordamericano come un luogo rappresentativo della natura, «la politica ambientale canadese è tutt’altro che coscienziosa, essendo piuttosto una delle più pericolose e aggressive nello sfruttamento delle risorse naturali, facilmente paragonabile a quella di Cina o Indonesia. Basterà fare riferimento a qualche indicatore: il Canada ha un’intensità energetica del 27% superiore a quella della Cina, più del doppio delle emissioni pro capite e il 15% in più degli Stati Uniti. Pur avendo meno dello 0.04% della popolazione mondiale, il Canada è responsabile per quasi il 2% delle emissioni globali» [1].
Il tema ambiente è nell’agenda del nuovo  premier e i primi effetti li potremo vedere dalla posizione che assumeranno i rappresentanti di Ottawa a Parigi.

Il clima dovrebbe cambiare pure nelle relazioni con gli aborigeni (rappresentano il 4,3% della popolazione) se il primo ministro terrà fede a quanto detto in campagna elettorale e cioè «più rispetto per i loro diritti, una maggiore libertà nell’uso delle lingue indigene, maggiori finanziamenti per l’educazione e una svolta nelle indagini sulle persone scomparse e sulle donne aborigene uccise» [2].

Rimanendo sulla questione minoranze il dibattito durante il mandato di Harper e durante la campagna elettorale ha avuto toni accesi sul tema dell’identità nazionale. A tratti una vera e propria guerra che ha visto impedire a Zunera Ishaq, musulmana di origine pachistana, di prestare giuramento perché indossava il niqab, il velo islamico. Nonostante la Corte suprema avesse dato torto al premier uscente questi ha insistito fino a dire che avrebbe valutato una legge per proibire il velo agli impiegati federali nel caso in cui lavorassero a contatto con il pubblico.
«Ma anche se a molti canadesi il velo non piace, quasi tutti sono d’accordo sul fatto che la libertà di culto di una donna è importante, proprio come il suo diritto di vestirsi e di non essere discriminata perché appartiene a una minoranza. […]. Il vero obbiettivo di questa strategia è quello di distrarre l’elettorato dagli insuccessi di Harper per quanto riguarda l’affidabilità del governo, il rispetto della costituzione, la creazione di nuovi posti di lavoro, gli investimenti nel sistema previdenziale, l’equità fiscale e l’ambiente» [3].

Le sfide che deve affrontare il Canada sono tante ma come ha dichiarato Trudeau durante la campagna «uno dei più difficili ed urgenti problemi globali è come far crescere una società in cui le persone di diverse culture possono convivere e costruire un futuro comune» e come ha scritto Roger Cohen «se non risolve questo problema  – in Canada e fuori dal Canada – avrà disatteso la promessa che rappresenta» [4].
Pasquale Esposito

[1] Lorenzo Colantoni, “Il Canada non è amico dell’ambiente”, www.limesonline.it, 24 gennaio 2014
[2] “Dieci indigeni al Parlamento canadese”, www.tpi.it, 22 ottobre 2015
[3] “Il Canada ha bisogno di cambiare governo”, Internazionale, 16 ottobre  2015, pag. 32
[4] Roger Cohen, “Camelot Comes to Canada”, www.nytimes.com, 22 ottobre 2015

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