Caporalato e sfruttamento facce della stessa medaglia

braccianti, raccolta pomodori

La morte di donne e uomini sul loro posto di lavoro per cause tra le più disparate,rappresenta la quotidianità dell'informazione tanto che, è inutile negarne la crudezza, ci si attende solo di conoscere la dinamica dell'evento tralasciando di ricordare nome, cognome, età della vittima. Ci si abitua a tutto; anche alla morte. Quella degli altri. Ebbene, esiste però anche una scala che potrei dire valoriale delle morti, basata sulla nazionalità della vittima, sul suo credo religioso e sul colore della pelle. Insomma, questi ultimi sarebbero quelli per i quali più che scuotere la testa per la malaugurata vicenda, proprio di più non si riesce a fare. Anche perché sono «ombre» pressoché invisibili, non creano problemi e, più che altro, non avendo diritti non c'è il pericolo della loro scheda elettorale nell'urna.
Prendiamo il caso della morte del bracciante indiano Satnam Singh nei campi dell'Agro pontino. Ha scatenato una reazione immediata di collera forse perché non solo è morto un uomo ma per la disumanità con cui è stato trattato. Buttato davanti casa come un accessorio ormai non più utilizzabile, in compagnia del suo braccio amputato. Come a dire, se qualcuno te lo riattacca magari puoi pure tornare a lavorare.
Giusta l'indignazione, giusta la reazione immediata e istintiva della cittadinanza, purché si sia capito che la morte del bracciante indiano non è stata causata solo dal disumano comportamento del suo «datore di lavoro», ma è morto perché stritolato da un sistema economico a bassissimo contenuto di etica che nonostante tutto continuiamo a supportare perché, detto in termini poveri, ci permette di imbandire le nostre tavole.
Che la presidente del Consiglio sia stata turbata dall'accaduto e abbia dichiarato che quelli avvenuti siano «atti disumani che non appartengono al popolo italiano, e mi auguro che questa barbarie venga duramente punita» [1], non significa molto perché non c'è la volontà di evidenziare le cause strutturali del fenomeno e di andare alla ricerca degli strumenti efficaci per debellarlo.

Sgombriamo subito il campo eliminando dal novero dei possibili provvedimenti la promulgazione di altre leggi ad hoc. Queste già esistono, infatti «nel nostro ordinamento penale, diverse disposizioni normative vietano forme di lavoro schiavistico e/o forme di servitù, anche contrattualizzata, nonché la tratta di essere umani. In particolare l'art. 600 cp, riformato già con la l. n. 228/2003, punisce assai gravemente la riduzione o il mantenimento in schiavitù o in servitù, includendo nell'ipotesi di riduzione in servitù anche forme di lavoro forzato o obbligatorio. Il primo comma dell'art. 600 cp prevede la condotta di ridurre o mantenere una persona «in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative». Il secondo comma stabilisce che la riduzione o mantenimento nello stato di soggezione si ha «quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità» [2].
Inoltre nel 2016 la legge è stata rivista e rinforzata con una nuova riscrittura dell'articolo 603bis del Codice penale stabilendo la pena della reclusione da 1 a 6 anni sia per chi  recluti manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi, e cioè il , ed anche per chi assume o impiega manodopera attraverso la mediazione di altri soggetti – i caporali appunto – sottoponendo  i lavoratori a condizioni di sfruttamento.

Teniamo ben presente che quello del caporalato è un fenomeno molto complesso che riguarda sia italiani che stranieri, diffuso capillarmente in tutto il Paese. Con l'aumento dei flussi migratori almeno dell'ultimo decennio, comunque sempre più cittadini stranieri sono costretti a fungere da manodopera a bassissimi costi. Il fenomeno del caporalato esiste in molti settori, come quello dei trasporti, delle costruzioni, della logistica e dei servizi di cura, ma ha un'incidenza particolarmente forte nell'agricoltura per via di alcune caratteristiche di questo settore. In particolare, il fatto che si basa sulla stagionalità e quindi su rapporti di lavoro di breve durata.

Ma in realtà, quante sono le persone impiegate illegalmente nei vari comparti commerciali?
I dati ci vengono forniti nel documento, a cadenza biennale, VI Rapporto Agromafie e Caporalato pubblicato dalla Fondazione Placido Rizzotto – sindacalista e politico rapito e ucciso dalla mafia nel 1948 – che evidenzia come nel corso del 2021 «sono stati circa 230 mila gli occupati impiegati irregolarmente nel settore primario (oltre un quarto del totale degli occupati del settore), in larga parte concentrata nel lavoro dipendente, che include una fetta consistente degli stranieri non residenti impiegati in agricoltura. Anche la componente femminile, peraltro, è largamente coinvolta dal fenomeno, tanto che si stima siano circa 55.000 le donne che lavorano in condizioni di irregolarità. A ciò si aggiunga che le donne si trovano a vivere un triplice sfruttamento: lavorativo, per le condizioni in cui lavorano; retributivo, perché anche tra “sfruttati” la paga delle donne è inferiore a quella dell'uomo; e, infine, anche sessuale e fisico»[3].
Leggendo il rapporto, si apprende che se è vero che la geografia del lavoro agricolo subordinato non regolare è radicato in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio con tassi di irregolarità che superano il 40%, in molte regioni del Centro-Nord i tassi di irregolarità degli occupati sono comunque compresi tra il 20 e il 30%. Inoltre, caratteristica del comparto agricolo, si riscontra la tendenza a generare “lavoro povero” ove prevalgono individui, che pur avendo lavorato, hanno redditi personali e familiari decisamente al di sotto dei valori medi. In particolare, circa 8,6 milioni di individui hanno un reddito familiare annuo inferiore a 8.300 euro. A tutto ciò, deve aggiungersi che queste condizioni di irregolarità, cioè di , si basano su meccanismi di sfruttamento che coinvolgono interi settori della lunga filiera agricola, dove gli imprenditori  trovano più conveniente «delegare» ai caporali parte di questi comparti, che addirittura molte volte vengono subappaltati ad altri gruppi di caporali attraverso la creazione di finte partite IVA, mascherando quindi l'illegalità attraverso il gioco delle c.d. scatole cinesi  dove è molto difficoltoso individuarle e reprimerle.

Questa macchina infernale, va avanti perché, come è stato notato con macabra intuizione, è alimentata da un rapporto criminale fra «padroni e padrini», ed infatti il caporale è visto come un vero e proprio garante dell'accesso al mercato agricolo Gli imprenditori ammettono con chiarezza che il caporale offre servizi fondamentali ad alcune aziende agricole. La mediazione con gruppi di braccianti che spesso non parlano l'italiano, il trasporto sui campi, il reperimento di un alloggio, sono tutti servizi che l'agricoltore preferisce trovando  conveniente e pratico esternalizzare. I caporali rappresentano oggi la modalità considerata più “efficiente” – anche se, o forse proprio perché, illegale – per fornire tali servizi. Secondo alcuni agricoltori nessun ufficio di collocamento sarebbe in grado di offrire un “servizio” così adeguato. senza pensare lontanamente ad una giustificazione della diffusione del caporalato bisogna aggiungere che nel mondo agricolo chi produce è messo alle strette da chi commercializza e decide i prezzi.

Va detto che proprio al Sud, nelle aree a più intensa vocazione agricola, c'è anche chi combatte ogni forma di caporalato. La situazione in Puglia, ad esempio, è resa estremamente critica dal problema degli alloggi, dalle difficoltà dei trasporti, che rendono i lavoratori stranieri vulnerabili al ricatto. Come evidenzia Giovanni Tarantella, segretario generale della Federazione Lavoratori Agro Industria (Flai) Cgil di Foggia, «solo una piccola percentuale delle aziende agricole sia iscritta alla Rete agricola di qualità, un elenco di imprese che rispettano le normative sul lavoro. In sintesi, per combattere efficacemente il caporalato è necessario un approccio integrato che garantisca diritti e integrazione ai lavoratori, superando una mentalità di sfruttamento che richiede anche una profonda trasformazione culturale ed educativa» [4]. Come abbiamo visto, lo scarso interesse di molte aziende agricole a consorziarsi o quantomeno a delineare una strategia comune contro quelle che genericamente possiamo chiamare le agromafie, genera un fenomeno che solo all'apparenza può apparire paradossale e cioè il proliferare di nuovi caporali o più genericamente nuovi intermediari illegali provenienti proprio dal mondo agricolo e formato da ex braccianti che proprio nell'intermediazione hanno visto una inestinguibile forma di guadagno.

C'è  chi ritiene che la piaga del caporalato sia legata esclusivamente ad una sola causa. Vincenzo Linarello, fondatore e presidente di Goel (il “liberatore” dall'ebraico antico) nella Locride, inquadra il problema del reclutamento illegale di braccianti extracomunitari partendo dalla fine, e cioè dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Infatti osserva: «Troppi passaggi, troppi intermediari, troppi grossisti locali che abbassano il primo prezzo all'agricoltore. Per le arance, ad esempio, parliamo di 10 centesimi al kg. A quel punto, tu agricoltore, o lasci marcire le arance, oppure cerchi di starci dentro, ma per farlo devi tagliare il costo del lavoro. Devi sfruttare» [5]. Stesso discorso può essere fatto anche per un altro prodotto della terra, il pomodoro, il c.d. «oro rosso», e la Provincia di Foggia «produce quasi la metà della materia prima che finisce in passate e pelati venduti in tutto il mondo. I campi di pomodoro sono ovunque. Con 5,16 milioni di tonnellate di pomodoro inscatolato e imbottigliato, l'Italia è il terzo trasformatore al mondo dopo Usa e Cina. Il 47% è coltivato in Capitanata» [6].

Arance, pomodori, tutto è gestito dalla Grande Distribuzione che rappresenta uno dei problemi. È un meccanismo perverso, che sfugge alla comprensione di cittadini, consumatori ultimi del prodotto per il già citato pomodoro si stabilisca il prezzo prima della stagione di raccolta mediante il meccanismo delle «aste on line» con doppia gara al ribasso. Inoltre il compratore, cioè il supermercato o la catena di supermercati, detta anche tutti gli standard di produzione come qualità e quantità. In pratica, la richiesta di un prodotto di qualità (presunta tale) e di sicurezza alimentare, esercita una forte pressione sui prezzi di acquisto dal produttore  scarica poi inevitabilmente sul bracciante. Ci siamo mai chiesti come in un supermercato 1 kg di carote, ad esempio, possa costare tra € 1,50 e € 1,99? Se provassimo a scomporre quell'importo, togliendo i costi per l'etichettatura, i costi del vassoio in plastica biodegradabile che le contiene, togliamoci pure il costo del politilene che avvolge il tutto, non credo di sbagliare se dico che al produttore sono andati sì e no 10 centesimi. Faremo bene quindi ad iniziare a chiederci un po' più  spesso come possano essere proposti quei prezzi iperconcorrenziali,  come pure dovremmo tenere a mente che ogni supermercato è in realtà il terminale ultimo di un intreccio di rapporti produttivi che per noi cittadini o, se si preferisce, consumatori, devono rimanere celati. E in aggiunta dovremo cominciare a pagare il giusto il prodotto alimentare.

Intanto per capire meglio come è organizzato il sistema della GDO, affidiamoci alla spiegazione «neutrale» offerta dall'enciclopedia Treccani «Grande distribuzione organizzata, tipologia di vendita al dettaglio di prodotti alimentari e non di largo consumo, realizzata tramite la concentrazione dei  punti vendita in grandi superfici (non minori di 200 m2 ma che arrivano anche a superare 4000 m2) e la gestione a carico di catene commerciali che fanno capo a un unico marchio. Tali aggregati sono costituiti da centri commerciali, mall, factory, outlet centre, catene di discount, e così via[…] Il giudizio su questa modalità di vendita in grandi aree concentrate non è univoco. La GDO, infatti, provoca un effetto di spiazzamento nei confronti dei piccoli esercizi commerciali che non sono in grado di sostenere la concorrenza dei prezzi determinando, di conseguenza, un effetto di spersonalizzazione nei quartieri in cui i negozi cessano l'attività e un senso di estraneità nei consumatori che erano a questi fidelizzati»[7].

Quindi tirando le fila del discorso, da un lato abbiamo lavoratori sfruttati, sottopagati, senza diritti, tutele e garanzie. In pratica degli schiavi o assimilabili a delle «res nullius». Dall'altro, diversi colossi della distribuzione alimentare che spesso non tengono in nessuna considerazione le modalità di lavoro e retribuzione dei braccianti, ed evidentemente chiudono gli occhi sul caporalato.

Eesistono mezzi per contrastare efficacemente il caporalato, oltre ovviamente a rafforzare i controlli? Sono sufficienti le assicurazioni fornite dalla ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone quando afferma: «Continueremo a perseguire con decisione queste forme di moderno schiavismo»? E ci mancherebbe pure che non lo si facesse.

A fornire un interessante contributo su questo tema e sul caporalato in genere, è la rivista «il Mulino» la quale suggerisce un intervento diretto sulla filiere agro economiche di  produzione – e non solo – richiedendo una certificazione di qualità attraverso la compilazione del Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC) di congruità, già in uso nel settore dell'edilizia e che ha fornito ottimi risultati dopo la sua introduzione nel 2016 per la ricostruzione causa terremoto. Si domanda l'estensore dell'articolo«Perché allora non è già in progettazione un sistema di Durc di congruità obbligatorio per gli acquisti di produzioni agricole effettuati dalle aziende della trasformazione o della distribuzione? Una delle ragioni, se non la principale, è che la sua introduzione andrebbe a generare un'importante redistribuzione della ricchezza lungo la filiera produzione-trasformazione-distribuzione-consumo» giungendo alla conclusione che «Si tratta quindi di una scelta politica di grande rilevanza, per gli stakeholder coinvolti, per l'impatto diffuso sull'opinione pubblica, inoltre perché avverrebbe in un mercato non certo chiuso, ma esposto alle dinamiche del commercio europeo e internazionale che già hanno provocato l'arretramento di talune produzioni italiane, tanto da avere trasformato l'Italia in sostanziale importatore di numerosi prodotti agricoli»[8].

Insomma lavoro da fare ce n'è, possibilità di interventi anche, purché si capisca che per sconfiggere il caporalato e tagliare i meccanismi che tengono in vita l'attuale struttura schiavistica non bastano solo i controlli ma intervenire pesantemente, e questo è il compito della politica, per ristabilire la giusta ed equa remunerazione del lavoro agricolo.

Stefano Ferrarese    

[1] https://www.adnkronos.com/politica/morte-satnam-singh-dura-condanna-di-meloni-atti-disumani_39jtc1qwEF36uxOPZtnec0#google_vignette, 20 giugno 2024

[2] Valeria Torre, https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/lo-sfruttamento-del-lavoro-la-tipicita-dell-art-603-bis-cp-tra-diritto-sostanziale-e-prassi-giurisprudenziale_711.php#:~:text=603%2Dbis%20cp%2C%20nella%20sua,bisogno%20o%20di%20necessit%C3%A0%20dei, 26 giugno 2024

[3] https://www.fondazionerizzotto.it/wp-content/uploads/2023/01/Sintesi-VI-Rapporto_301122.pdf,  28 giugno 2024

[4] https://www.statoquotidiano.it/28/06/2024/caporalato-al-sud-ce-anche-chi-lo-combatte/1115747/, 28 giugno 2024

[5] Donata Marrazzo, https://www.ilsole24ore.com/art/caporalato-sud-c-e-anche-chi-combatte-lavoro-legale-alloggio-e-sanita-i-braccianti-campi-fino-50-euro-giorno-AFSHYADC, 28 giugno 2024

[6] Francesca Dalrì, https://lavialibera.it/it-schede-707-pomodoro_caporalato_foggia, 13 ottobre 2021

[7] https://www.treccani.it/enciclopedia/gdo_(Lessico-del-XXI-Secolo)/, 29 giugno 2024

[8] Andrea Tardiola, https://www.rivistailmulino.it/a/senza-interventi-non-si-sconfigge-il-capolarato, 27 giugno 2024

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