Carlos Garaicoa. Le città in controluce.

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Sono sempre attratto dall’Arte che trasmigra da una parte all’altra, rimanendo sempre nel grande contenitore dell’Arte multiforme. In particolare Arte che va verso l’Architettura, che, a sua volta va verso l’Arte unitaria della città, come Architettura più complessa, articolata. Viaggiando, così, da un ambito mentale all’altro. Scendendo anche nel profondo, verso il mondo parallelo dello spirito.
Accade anche il contrario. Spesso, infatti, anche l’Architettura utilizza l’Arte pura, contaminandosi in positivo. Soprattutto negli ultimi tempi si tratta di Architetture-Sculture architettoniche ed urbane in senso lato. Stemperando lo stesso luogo comune del solo “funzionale” dell’Architettura e dell’Urbanistica. Per diventare essa stessa in qualsiasi modo Arte speciale.
E così per tanti altri viaggi artistici trasmigratori, al diritto e al rovescio, dove ogni settore artistico influenza l’altro, come una catena interminabile simil contagio buono. Andando spesso anche per meandri misteriosi.
Anche la città, così complessa ed apparentemente indecifrabile (soprattutto la città moderna/contemporanea, caotica), può contenere in sé stessa un sua Arte speciale a grande scala (urbanistica). Anch’essa contaminata e contaminante. E così via.

Fondazione M.Merz, Torino

È quello che succede, a Carlos Garaicoa, Artista contemporaneo cubano, che esamina l’Architettura nella città (rapporto inscindibile), scoprendo tracce di continuità storiche recondite in ogni singolo episodio edilizio, a sua volta inserito nel fenomeno complesso della città totalizzante. Per individuare nuovi messaggi per presente e futuro. Particolari riportati, a loro volta, nella sua indole ed Arte personale, riflessa nelle stesse vicende delle città.
Si tratta in un certo senso di riconoscersi come Artista scopritore ed indagatore nel corpo massiccio di un’Arte consolidata negli edifici e nell’armonia della loro composizione articolata. Poi ricomposta nelle sue visioni quasi oniriche, con spunti ideali etici.
In un articolo di Robinson del 26-11-2017, Olga Gambari, Giornalista e Critica d’Arte, pubblica un articolo su Carlos Garaicoa dal titolo “Le città invisibili svelate da Carlos Garaicoa”, descrivendo l’operazione dell’Artista nella sua figura di Investigatore speciale. Come in un trilling, affollato da decine di sospettati e di prove seminascoste, che, piano piano, svelano la soluzione finale. Senza condanne esplicite, ma con marcature ideologiche moralizzatrici. Soprattutto nei riguardi di potenziali scenari futuri.
Nella trama di una città reale – osserva Olga Gambari – se ne cela sempre una ideale”.
Un’indagine per conoscere fatti e storie forse dimenticate, da riportare alla luce nel presente e trasferendole come prospettive di Architetture e città future. Storie rimaste incastrate nella materia della città e liberate/restaurate per futura memoria e vivibilità.
Mi ritornano in mente, al proposito, le “Città invisibili” di Italo Calvino, che, però giocavano con la fantasia pura, immediata di città ideali, senza passaggi intermedi attraverso specifiche città esistenti. Città eteree, immaginate per archetipi mentali urbani in definitiva reali.
Processi di questo tipo mi attraggono, perché significa che l’Arte, in qualsiasi forma e dimensione, non può essere chiusa dentro un luogo confinato, come una stanza chiusa e serrata a chiave (Arte protetta e da proteggere). L’Arte viaggia, invece, dovunque e senza limiti. L’Arte è ancora più Arte soprattutto quando viaggia.
Le stanze chiuse sono i Musei per pochi intellettuali. L’Arte contemporanea, invece, esce fuori e viaggia. Per mostrarsi ed incontrare persone, numerose e diverse, intellettuali e non. Per salire su treni diversi, a lenta o Alta velocità come le “frecce”. Andare per le strade, sui muri, nei grandi paesaggi aperti. Per entrare anche nella poesia, parlata e/o musicata, e renderla visibile, a ritmo di Universo dell’Arte.
Poi somma tutto e si raffronta con l’Architettura della città, cioè della Società che la vive, per sperimentare emozioni doppie, triple e di più. Con il tempo delle genti che le hanno costruite e che ancora le costruiscono, mattone su mattone. Un’Arte frastagliata, articolata, ma ricomponibile comunque. Con materie e tecnologie sempre più avanzate, comunque sempre impregnate dalla storia degli uomini.

Fondazione M.Merz, Torino

Carlos Garaicoa è un artista atipico. Artista contemporaneo, come dicono senza entrare molto nel merito. Anche perché si tratta di un genere artistico non ancora del tutto definibile, in sintonia con la stessa definizione incerta di Società contemporanea da terzo millennio. Sulla scia di scienza e tecnologia che non ci danno nemmeno il tempo di pensare. Arte contemporanea è, allora, solo un contenitore per una serie di manifestazioni artistiche tutte labili, indefinibili, a prima vista inclassificabili.
Anche l’Arte di Carlos Garaicoa, allora, non è facilmente definibile e classificabile.
Ammesso che l’Arte contemporanea contempli la prassi della classificabilità. I movimenti artistici sono morti o non sono più gli stessi di alcuni decenni fa.
Se volessimo inserire comunque l’Arte di Carlos Garaicoa in qualche forma artistica attiva, comunque per meglio comprendere, potremmo più facilmente riferirci, come qualcuno ha ipotizzato, al campo delle Arti visive (o Arti visuali). Che sembra una collocazione generica e che così in realtà non è. Con l’implicazione, non risolta, tra Arte figurativa, dove prevale la figura come tipizzazione delle immagini reali, che comunque implicano in modo più specifico una scelta e Arte visiva, assunta come campo di interesse generale più vasto (Arte del guardare, con immagini comunque reali, non astratte o surreali).
L’Arte visiva o figurativa, che siano, non rappresentano la sola modificazione o rappresentazione compositiva di oggetti acquisiti dalla realtà, e semplicemente tradotti in visibilità poeticamente organizzata, ma soprattutto creazione artistica primaria, intesa come invenzione attiva del guardare. Dovrebbe essere esclusa la sola immaginazione, cioè senza visibilità reale.
L’Arte digitale potrebbe diventare in tal senso Arte visiva contemporanea per eccellenza, se offre rappresentazioni virtuali realistiche (?), addirittura portando il reale visibile dentro il campo dell’astratto e viceversa. Questione che qualche tempo sembrava impropria e impossibile. E facendone oggetto di interesse smodato della Società del consumo più esasperato.
Potremmo anche concludere che l’Arte visiva è un modo di dire, perché, in verità, si guarda con gli occhi e con la mente. A prescindere dagli strumenti. Anzi con l’animo profondo, che discerne ancora meglio le cose. Forse più degli occhi, che fotografano soltanto.
Come fa Carlos Garaicoa. Che effettivamente opera molto, a suo modo, dentro un’Arte visiva eventuale, tradotta nel mondo dei ricordi e delle loro associazioni mentali, visibili e non visibili. Riportate ad una nuova realtà, e poi verso il futuro, probabile o improbabile.
Nel senso che i suoi sono oggetti in genere creati, presi, trasformati, disegnati, fotografati, ricomposti in un modo personale, nella maggior parte usati come simboli visivi di loro stessi, ovvero di simboli trasposti, per far vedere altro in controluce. Memoria, reminiscenza, coscienze nascoste, doppio significato delle cose, magari riconsiderate come segni traslucidi di emozioni sottese. Poi rese diverse rispetto alla loro attualizzazione e futurabilità. Un oggetto che contiene altro, a volte non manifesto, e ricostruito in modo analogico, per immagine riflessa o simbolica di altro. Soprattutto con intenzioni di contrappunto socio-politico monitore.
Il suo sfondo culturale non è comunque solo rimembranza estetica estetizzante, fine a se stessa. Il sottofondo finale è essenzialmente di presa di coscienza, con significato etico. Che la Società dimenticata, nascosta nell’Architettura della città offre alla Società del presente e del futuro. I simboli si curvano talvolta come rimbrotti scomodi.
Questo strano gioco multilivello Carlos Garaicoa lo fa spesso con i suoi modellini architettonici-urbani in scala ridotta (direi come pensieri corti, poi meglio riportati alla prospettiva lunga), con una sua personale riconfigurazione mentale. Riprodotti come immagini micro-visibili trasposte nelle sue maquettes, nei plastici in legno, di carta, di cera, di polistirolo, anche di zucchero, o attraverso giochi di luce. Sintetizzando al massimo i volumi materici. Un contrasto tra pesantezza e leggerezza che sta ad indicare volutamente una trasparenza invisibile interna allo stesso concetto di massiccio e denso. Dentro sta un mondo di fantasmi di una città incartata. Che però da un momento all’altro può essere magicamente svelata e scoperta.
Non esiste nessun marchingegno capace di tenere nascosti i segreti dell’anima così intensamente come una città. Per questo la città non morirà mai.
Questa azione di staccare e distinguere l’uno dall’altro i fogli architettonici e urbani (layers simbolici di un’immagine complessa multi-strato), tra loro allo stato attuale fortemente incollati, è la più particolare caratteristica artistica di Carlos Garaicoa e della sua un’Architettura stratificata e stratificante.
L’ispirazione artistica di Carlos Garaicoa è iniziata proprio dalla sua speciale curiosità per l’Architettura, sbirciando negli spartiti architettonici da lui disarticolati, inseguendo la tensione delle tante storie umane che si sono succedute nel tempo, e dei loro significati immanenti.
Il fatto che uno dei suoi primi interessi sia stata la termodinamica non è fuori tema, perché conferma il concetto che nelle cose rimane sempre energia, che non si distrugge.
Nemmeno a caso Carlos Garaicoa ha iniziato le sue esperienze artistiche attraverso la fotografia e il disegno sovrapposto. Questo significa che la materia grezza sulla quale l’uomo scrive e disegna è capace di assorbire e restituire racconti e storie incancellabili.
L’Architettura e la città egizia mi hanno dato la stessa sensazione, ma in forma più esplicita e diretta. Gli edifici potevano anche restare silenziosi e tramandare lo stesso la loro storia e quella dei loro Faraoni. Invece hanno parlato anche attraverso le sculture a bassorilievo e i dipinti su tutte le loro superficie visibili. Con geroglifici fatti di oggetti, animali e persone. Quest’ultime attraverso i cartigli, simboli personificati. È stata la parola che si trasformava anch’essa in Arte visiva, con un corredo ricchissimo di simil vestiti parlanti sulla loro Architettura urbana e nelle loro mastodontiche dimore funerarie.
La famosa Rosetta che ha consentito l’interpretazione del linguaggio egizio attraverso la traduzione greca, è stata, forse, solo un fatto di accelerazione complementare di tempi.
La stessa Grecia, che era tramite di tutte le culture mediterranee, è stata l’altra cultura per altro verso parlante. Le sue Architetture eccelse non avevano bisogno della parola. I suoi edifici esplicitavano l’intero pensiero greco, visibile ed invisibile, con il solo loro modo di essere e di rappresentarsi.
Mi piacerebbe sapere come Carlos Garaicoa leggerebbe la trasparenza delle Architetture greche e del loro comporsi nel più vasto effetto urbano. Interpretare, poi, come gli antichi contesti greci si relazionano oggi, con la moderna, oceanica e casuale città di Atene, che, nonostante tutto, nei segni di una città contingente, nasconde gli antichi sapori.
Il nostro rapporto, moderno/contemporaneo, con l’Architettura e la città nel suo insieme è più complesso, ma non indecifrabile. Necessita di pazienti indagini che in seguito saranno ricompensate da inaspettate e sorprendenti scoperte.
La cosa si fa più interessante e Carlos Garaicoa lo ha capito benissimo. Fin tanto da collaborare con alcuni Architetti per completare alcuni Edifici andati in rovina a L’Avana, per ricostruire lui stesso lo spirito dei nuovi enigmi e misteri contemporanei, sepolti nello stato del rudere.
Carlos Garaicoa ha sperimentato tutta la sua carica artistica in una indagine-laboratorio sulla città di Torino, in una Mostra alla Fondazione Merz (Torino), dove viene svelata la città dell’Industria italiana dell’ultimo secolo, dismessa e poi rigenerata o in fase di rigenerazione; la sua figura capitalista macro-industriale italiana, oggi in declino; la città delle trascorse ideologie di regime, in particolare a Torino attraverso la antica tradizione sabauda; più in seguito con le contrapposizioni tra il popolo operaio e il mondo padronale e sindacale. Il tutto attraverso il racconto sommesso di alcuni Edifici e luoghi specifici, poi tra loro riconnessi nell’insieme della città Torino.
Carlos Garaicoa costruisce, all’interno della stessa Fondazione Merz, un Palazzo nel Palazzo, che sintetizza il suo ideale generale di Architettura della città, scoperta e riproposta, pronta per il futuro.
Immagino come Carlos Garaicoa leggerebbe la trasparenza di altre città, tipo la Napoli multiforme.
Sono andato a cercare alcuni video/interviste di Carlos Garaicoa su YouTube e vi ho trovato una persona pacioccona con i capelli lunghi tirati indietro a chignon (non se ne abbia a male). L’ho sentito parlare a principio in un italiano spagnoleggiante altrettanto pacioccone. Poi, però, mi hanno inaspettatamente sorpreso le sue espressioni semplici, piano piano sempre più profonde. Sì. Più che l’aspetto di Investigatore raffinato, Carlos Garaicoa appare il Rabdomante indovino sul campo, come l’ha definito Olga Gambari. Io direi l’Archeologo sporco di polvere e terra.
Quel pacioccone geniale di Carlos Garaicoa mi è così simpatico che vorrei essere suo amico.
Eustacchio  Franco Antonucci

 

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