Carmelo Comisi, il Disability Pride e la rabbia

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Ho dovuto incanalare la rabbia.
Questa dichiarazione di Carmelo Comisi mi ha colpito. Anche perché il suo modo di incanalare la rabbia è stato senz’altro proficuo.
A quattordici anni ha avuto un incidente in motorino. Adesso ha 37 anni e una laurea in filosofia.
È tetraplegico.
Muove un po’ la testa, e la mano quel tanto che basta per manovrare la carrozzina elettrica.

Tavola di Luca Enoch

Carmelo è di un’intelligenza affilata. È grazie a questa che riesce a portare avanti le sue battaglie. È grazie a questa e alla sua rabbia, che ha potuto fondare l’associazione Disability Pride Onlus, di cui è presidente.
Con Carmelo ho alcune cose in comune. Anche io sono tetraplegico, anche se muovo qualcosa in più. D’altronde ogni disabilità è un mondo a parte. Entrambi abbiamo pensato alla Svizzera, in me poi ha prevalso un assurdo vizio del vivere. Per lui è stato diverso. Si è posto il problema di arrivarci in Svizzera. E non è un problema da poco. In attesa…
Siamo entrambi laureati in filosofia.
Lui ha fondato un’associazione.
Io… Beh, io mi sono dedicato ad altro.

Nel 2015 ha promosso la prima manifestazione del Disability Pride, mettendosi subito in contatto con le realtà internazionali, come quella di New York.
L’intento era di creare una rete che facesse diventare il Pride delle persone disabili un po’ come il Pride del mondo LGBTQ+, perché ci fosse la stessa ricaduta che il Gay Pride ha avuto sui cambiamenti culturali e sociali. Sentivo necessario rivendicare l’applicazione della convenzione ONU sui diritti delle persone disabili, e far conoscere il mondo della disabilità alla gente comune. Non è stato facile. Il primo anno eravamo in poche centinaia. Nell’ultima edizione le cose sono cambiate i numeri sono cresciuti, così come è cresciuto l’interesse dei media.

Senza dubbio una storia di coraggio e di tenacia quella di Carmelo.
Quando ascolto storie come la sua mi sorge spontanea la domanda:
Chi ti ha aiutato a realizzare i tuoi progetti?
La risposta è sempre sconfortante.
Carmelo vive con la pensione di invalidità pari a 289 euro, e l’assegno di accompagnamento pari a 517 euro. Negli ultimi anni si sono aggiunti gli scarsi proventi derivanti dai progetti regionali a favore della vita indipendente. Ma non c’è certo da scialare. Lo so bene, perché sono le stesse cifre che lo Stato versa a me.
Siccome Carmelo non ha l’assistenza su tutte le 24 ore, come avviene ad esempio in Gran Bretagna, e come sarebbe suo diritto, i genitori hanno smesso di lavorare e si dedicano a lui. Il risultato, come spesso accade in queste situazioni, è quello di una fatica immane per i genitori, e diventare nello stesso tempo loro ostaggio.

Per quanto riguarda le diverse edizioni del Disability Pride tutto il lavoro è stato fatto su base volontaria.
Il Pride Italia del 2020 si terrà probabilmente a giugno, per intercettare la partecipazione delle scuole e delle università. Pesavamo di organizzare l’iniziativa in più giornate con spettacoli inclusivi, conservando il corteo per la data conclusiva. Sarebbe bello farlo allo Stadio dei Marmi al Foro Italico. Il problema sono le concessioni e i costi. Anche perché il semplice montare un palco implica una spessa non indifferente. Negli anni scorsi abbiamo dovuto provvedere di tasca nostra. Anche se qualche sponsor privato ci ha sostenuto per la rilevanza sociale che rivestono le nostre iniziative. Mentre le istituzioni tacevano.
Carmelo mi ha raccontato che negli spettacoli effettuati durante il Disability Pride hanno fatto ricorso a un palco integrato, che vedeva la collaborazione di artisti disabili e artisti normodotati.
Prima di salutare Carmelo gli ho letto una citazione chiedendogli che cosa ne pensasse.
Gli ho espressamente detto che non gli avrei rivelato chi fosse l’autore se non dopo il suo commento.
La citazione recitava così:
Le persone con disabilità non devono più chiedere il riconoscimento dei loro diritti, ma sollecitarne l’applicazione e l’implementazione sulla base del rispetto dei diritti umani”.
La risposta di Carmelo è stata lapidaria.
È un’affermazione sacrosanta, che potrebbe fare chiunque. O meglio potrebbe farla qualunque politico. Il problema è che determinate normative che vengono messe in campo come la sottoscrizione di convenzioni internazionali non trovano poi riscontro nella quotidianità.
Gli ho risposto mestamente che era un’affermazione tratta da una delibera della Corte dei Conti.
Carmelo ha annuito.
Io ho pensato che forse la rabbia, se ben incanalata, porta più lontano.
Chi l’ha detto che la rabbia fa male?

Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

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