Carmenere: da terre lontane al Sassicaia

vitigni veneto e camerere
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Se la Dorona, il vitigno scomparso e ritrovato di cui abbiamo parlato la volta precedente, aveva un blasone innato, era riuscita a conquistare aria snob e ricercatezza per aver avuto appartenenza a periodi di opulenza dei Dogi e delle Repubbliche Marinare, il Carmenere, ha una storia diremmo indefinita, se non opposta per essere stata contaminata in un viaggio interminabile.

Più che un vitigno scomparso è un vitigno fantasma o camaleontico. Non si pensi però che meriti meno considerazione enoica. Direi tutt’altro, anzi forse l’ammirazione e l’interesse devono essere elargiti con generosità per il fatto che oggi esistano espressioni molto variegate a testimonianza di un vitigno che, come un conquistatore di territori, è riuscito ad avere rappresentanza autorevole nei “Due Mondi”. Il Carmenere sarebbe un esempio di adattamento a territori e culture diverse e lontane, un vitigno che ha fatto della versatilità l’interpretazione per il suo successo. Va detto anche che c’è stata confusione e condivisione delle sue caratteristiche con altri vitigni come il Merlot o il Cabernet Franc. Come se un attore alla ricerca della sua identità artistica fosse prima scambiato per un suo collega poi per un altro, pure se importanti, per raggiungere solo in età avanzata i meritati riconoscimenti.

La storia del Carmenere inizia molto lontano, in epoca romana, quando dalle regioni della Dalmazia ed attraverso l’Albania ed il porto di Durazzo, raggiunse la penisola e la percorse verso nord lasciando segni anche in Toscana, ma trovando il suo proscenio italiano soprattutto in Veneto ed in Friuli Venezia Giulia. Non era certo solo questo il palcoscenico riservato al Carmenere che poi come Bordolese ottenne la dignità più alta. Almeno al pari di quella più recentemente conferita dai successi in Cile dove si ritrovò per essere compagno nelle migrazioni umane dell’800 verso le Americhe Latine.

In questo lungo peregrinare sono stati almeno due gli scambi di identità importanti che lo hanno riguardato con anche una dichiarazione di estinzione che lo relegò erroneamente per un certo tempo nei ricordi. Quel che accadde fu che, scambiato per Merlot, ottenne nelle produzioni cilene un momento di gloria per il quale tanti parevano impazziti di interesse. Venne imbottigliato in grandi produzioni che invasero il mondo e venduto anche da noi a prezzi che richiedevano spiegazioni su come fosse possibile tenerli così bassi per un prodotto eccellente che aveva dovuto sopportare viaggi oltreoceano.
Ricordo anche personalmente alcune degustazioni interessanti, seppur con una base che richiamava sensazioni già molto note in quel prodotto che però, ufficialmente, venivano attribuite al Merlot cileno, motivo per il quale restava curiosità e interrogativo.
A metà anni ’90 con l’analisi del DNA si scoprì l’arcano. Non era Merlot ma si trattava di Carmenere, il vecchio scomparso e ritrovato  addirittura sulla lunga terra dell’America del Sud che affaccia sul Pacifico e che, ovviamente, richiamava alla memoria espressioni gustative già ampiamente incontrate. Risolto il problema di identità tra Carmenere e Merlot si rese necessario chiarire anche quello presunto e non reale con il Cabernet Franc.

Lungamente si credette il Carmenere come l’espressione di una mutazione del Cabernet cosa che era in qualche modo influenzata dalla origine comune con la Vitis Biturica (71 d.C., Plinio il Vecchio riporta che fosse coltivata dalle tribù Celtiche dei Biturigi [1]).
Fino a quando non si fece chiarezza fra i due vitigni, Carmenere e Cabernet Franc, non si dette inizio al percorso distinto tra i due vitigni sia in coltivazioni che vinificazioni. Fu anche necessario riscrivere disciplinari e revisionare pratiche enoiche che fino a quel momento avevano anche dovuto distinguere un Cabernet Franc, di origine prettamente francese, ed un altro italiano che solo successivamente finalmente ottenne la sua identità di Carmenere.

Del resto il vitigno si prestava a grande considerazione per i suoi grappoli a bacca rossa, con grande presenza di tannini ed una ricchezza di sostanza estrattiva che rendeva interesse e grandi attese ai mosti che si ottenevano. Erano bacche che elargivano grandi note aromatiche ampie e profonde, forse anche troppo nette, che suggerivano di riappropriarsi di caratteristiche di eleganza grazie ad un uvaggio che bilanciasse. La confusione del Carmenere con il Cabernet Franc, ricorda una loro espressione di grande successo degli anni ’70 che portò ad un vino che ha segnato ed indirizzato l’enologia ed i cosiddetti Supertuscan. Il padre di questi vini, Giacomo Tachis, ebbe le prime esperienze con i Cabernet ed il vino proposto era una espressione da tavola ancora in fase di studio seppur già meritevole in tanti consensi. Si trattava di uvaggio fra Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon che Riccardo Di Corato ne Il bicchiere d’argento (Editoriale Domus, 1986) descriveva come ”Vino da tavola. Ha buona fama mondiale ed è considerato tra i migliori vini rossi”.
Quella descrizione, così chiaramente espressa nel volume, era riferita alle prime annate di quel vino da tavola diventato Sassicaia e presto involatosi verso un successo mondiale. Quelle annate di Sassicaia, fino al 1985 seguite direttamente dal suo wine-maker, o meglio dal “mescola vini” come amava definirsi lui stesso prima che lasciasse le cantine in Castiglioncello e la Tenuta San Guido a Bolgheri, godevano ancora delle iniziali percentuali tra i due vitigni presenti. Non erano ancora state operate su quel vino le variazioni successive, in percentuali di vitigno impiegate, che resero definitivamente il Sassicaia il vino italiano di maggior successo nel mondo.

Chi scrive però ricorda (e come potrebbe dimenticare le prime vere folgorazioni da degustazione di un vino!) le prime annate in commercio immediatamente prima degli anni ’80. Sappiamo anche adesso che quel Cabernet impiegato in quel vino di gran successo all’epoca era considerato un Cabernet Franc italiano, quale mutazione della versione francese, quando successivamente, nella realtà fu stabilito essere il buon vecchio Carmenere. Quelle prime degustazioni dei miei ricordi, erano tutte caratterizzate da grande nerbo, una importante potenza espressiva molto raramente poi incontrata, una ampia e persistente sensazione di morbido velluto, calda ed avvolgente l’intera dotazione di papille gustative. Induceva una meditazione prolungata ed automatica durante la quale, le note complesse di muschio e legna bagnata si alternavano a tabacco e cuoio,  successivamente evolvevano in più delicati ricordi di speziature e di caffè che pian piano si definivano in un elegante, duraturo e delicato sentore cioccolatoso. Ecco la parte più netta e di nerbo della degustazione era probabilmente dovuta al Cabernet Franc che dagli anni ’90, lo si precisò definitivamente, fosse Carmenere. Queste variazioni intervenute hanno sempre alimentato in me l’idea che vi fossero due tempi e due degustazioni diverse del Sassicaia seppur entrambe eccellenti. Almeno così apparvero a chi scrive ed erano entrambe ottenute quando in cantina operava ancora il maestro. L’impressione che ancora mi accompagna è che quelle utilizzanti una maggior presenza di Cabernet Franc, che dopo fu stabilito essere Carmenere, non ho avuto il piacere di incontrarli di nuovo nei Sassicaia successivi.

Oltre che ovviamente in Cile e nelle regioni della Gironda (Francia), il Carmenere trova produzioni di ogni rispetto sui Colli Euganei e sui Colli Berici, in Veneto. Qui secondo gli esperti, grazie alla configurazione del terreno e dei suoi componenti trova l’esaltazione delle sue caratteristiche che superano in eleganza, anche quelle note di peperone, grazie alla presenza della pirazina ( 2-metossi 3-isobutil pirazina) considerate caratteristiche della varietà [2].

Ancora un prodotto come questo che dovrebbe avvicinare qualitativamente alla bontà del vino, una espressione indubitabilmente accattivante in enologia. La qualità, la conoscenza ed il loro apprezzamento avvicina alla bellezza. Se con ogni bicchiere di vino si riuscisse ad educare alla sensibilità nel considerarlo come frutto di grande lavoro e sapienza, se ad ogni degustazione si confermasse un prodotto che trasformi i sacrifici in sensazioni gradevoli, piacevoli da riconoscere, classificare, indagare, paragonare, per essere riproposte di nuovo con ulteriore attenzione, avremmo esercitato la nostra prerogativa di umani.
Emidio Maria Di Loreto

[1] http://www.coppiere.it/2013/12/vitis-caburnica/
[2] https://agronotizie.imagelinenetwork.com/difesa-e-diserbo/2009/07/15/carmenere-vitigno-nascosto/7903

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