Catalogna: una crisi lontana dalla sua risoluzione

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Il rischio è quello di un precipizio balcanico”, per usare il titolo dell’articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto, ed è difficile essere tranquilli come ha provare a fare il premier spagnolo, Mariano Rajoy dicendo alla popolazione della Catalogna: «tutto si aggiusterà, senza maggiori danni per nessuno».
Gli errori commessi dalla leadership catalana sono tanti, soprattutto nelle modaltà, ma il provvedimento preso dal governo di Madrid è grave, per quanto costituzionalmente consentito. Le comunità non si governano con le imposizioni, ma con il dialogo, «perché commissariare un governo di una autonomia garantita dalla stessa Costituzione, sospendere il processo democratico sovrano a “dopo elezioni” eterodirette, apre una voragine di senso sulle istituzioni della Spagna» [1].

Il governo di Madrid anche con l’appoggio di Ciudadanos e del Partito Socialista, ha attivato per la prima volta l’articolo 155 della Costituzione e presenta all’approvazione del Senato, dovrebbe avvenire il 27 ottobre e il Partito popolare ha la maggioranza, le misure per chiudere definitivamente la partita da un punto di vista strettamente istituzionale: rimozione del President Carles Puigdemont del suo vice Junqueras e dei suoi consiglieri, scioglimento del Parlamento catalano e la conseguente convocazione di nuove elezioni entro sei mesi. Misure gravi anche se l’autonomia, come si era paventato, non viene sospesa.
E non è tutto qui perché come spiegano sul Corriere Monica Ricci Sargentini e Michela Rovelli «il governo spagnolo, attraverso i delegati che nominerà in Catalogna, potrà destituire e sostituire i dirigenti di polizia e radio-tv catalane. In questo modo avrà il controllo dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, della Radio-Tv pubblica (Tv3 e Radio Catalunya). Ma l’avvio di questo procedimento sembra essere già stato avviato. Secondo l’associazione della stampa della Catalogna, i rappresentanti dello stato spagnolo hanno preso il controllo delle emittenti e denuncia “un attacco alla libertà di espressione”» [2].

Centinaia di migliaia di persone hanno fatto sentire la loro voce, in un’atmosfera gioiosa, per le strade di Barcellona, mentre tra la dirigenza autonomista si è esplicitamente fatto ricorso alla parola golpe in risposta ai provvedimenti. Ed è stato chiarito che le elezioni non sono sul tavolo delle discussioni del governo della Catalogna, anche se sembra il contrario visto che potrebbe essere un espediente per uscire da questa situazione.
Un sondaggio Gesop pubblicato da El Periodico mostra che questa è l’opinione maggioritaria (68,6%) dei catalani che vogliono, appunto, la convocazione di elezioni per uscire dall’attuale crisi istituzionale, mentre «alla domanda su che cosa dovrebbe fare ora il presidente Carles Puigdemont, il 29,3% risponde chiedendo la proclamazione immediata dell’indipendenza, il 24,8% la rinuncia all’indipendenza e il 36,5% un ritorno alle urne per evitare il commissariamento» [3].

Lo scontro, dopo le manganellate della polizia il giorno del referendum, è sotto traccia ma i rischi di una sua esplosione sono concreti. Del resto come ha avuto modo di precisare Elisabetta Rosaspina «possono esserci disordini di opposte tendenze (indipendentisti e unionisti) e ci sono sempre pronti, ancorati da più di un mese nel porto di Barcellona su navi da crociera o distribuiti nelle caserme dell’esercito e negli hotel, i rinforzi della polizia nazionale e della Guardia Civil. Un altro punto interrogativo riguarda la reazione dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, alla destituzione del loro comando: obbediranno agli ordini impartiti dai nuovi superiori, scelti da Madrid?» [4].

Il presidente della comunità autonoma dei Paesi Baschi, il lehendakari Inigo Urkullu ha definito sproporzionate le misure approvate da Mariano Rajoy. È chiaro che i Paesi baschi vogliono diventare una Nazione anche se un eventuale referendum sarebbe concordato con Madrid.
L’Unione europea dopo un’iniziale momento di silenzio si è messa completamente dalla parte di Madrid senza provare seriamente a calmare le acque. Un atteggiamento completamente diverso da quando si è trattato di inventarsi il Kosovo o quando ha appoggiato una separazione a tavolino tra Cechia e Slovacchia.
Il quadro resta complicato, «qualcuno è arrivato a parlare di “Bomba atomica della democrazia”, l’arma finale per difendere la democrazia, l’integrità della nazione, devastandone però forse per sempre i principi» [5].
Pasquale Esposito

[1] Tommaso Di Francesco, “Il precipizio balcanico”, https://ilmanifesto.it/il-precipizio-balcanico/, 22 ottobre 2017
[2] Monica Ricci Sargentini, Michela Rovelli, “Catalogna, il Parlamento sarà sciolto Il partito di Puigdemont: è un golpe”, http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_21/catalogna-decisioni-governo-premier-rajoy-parlera-13-44f5e700-b64d-11e7-9989-18155f38f5a5.shtml, 22 ottobre 2017
[3] Catalogna, Rajoy: “Il commissariamento è necessario. Elezioni entro 6 mesi”. Partito Puigdemont: “Colpo di Stato”, http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/21/catalogna-rajoy-il-commissariamento-e-necessario-elezioni-entro-6-mesi-partito-puigdemont-colpo-di-stato/3927207/, 21 ottobre 2017
[4] Elisabetta Rosaspina, “Catalogna, cosa succede dopo l’applicazione dell’art 155”, http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_21/catalogna-cosa-succede-l-applicazione-dell-art-155-2c792442-b668-11e7-9989-18155f38f5a5.shtml, 21 ottobre 2017
[5] Lucia Capuzzi e Redazione Internet, “Spagna. Il governo di Madrid «decapita» la Catalogna. Cosa succede ora”, https://www.avvenire.it/mondo/pagine/spagna-il-governo-avvia-destituzione-puigdemont-catalogna, 21 ottobre 2017

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