Cattedre Natta e sfascio dell’Università

Università Italia Ricerca
history 6 minuti di lettura

L’ultima Aggiornota si occupava, tra l’altro delle 1.000 assunzioni di ricercatori che non compenseranno l’emorragia delle  10.000 uscite degli ultimi anni e della scarsa attrattività della carriera precaria e poco garantita. A questi presunti ricercatori dovrebbero aggiungersi 500 “docenti smart” delle “Cattedre Natta”. Un decreto ne ha deciso la molto discussa distribuzione; glottologi (disciplina di  cui è professore ordinario la ministra Giannini), linguisti, logici e filosofi dei linguaggi avranno più posti (ben 24) dei chimici di sintesi e dei materiali e degli ingegneri dei sistemi e delle comunicazioni (22 cattedre). Saranno destinate  4 posti ogni 100 professori per filologia illirica, celtica ed ugro-finnica e in lingua e letteratura albanese. Ancora più discutibile la modalità di  reclutamento, diversa  dal meccanismo attuale di concorso nazionale con la chiamata diretta delle 25 commissioni di valutazione con presidente straniero.
Come afferma la responsabile università del Pd, questa nuova forma di reclutamento potrebbe sostituire completamente quella attuale nel prossimo futuro. E non basta, come ha fatto qualcuno plaudire alla messa in discussione del potere dei  “Baroni”. Vi sono dubbi sull’opportunità, e anche circa la  legittimità costituzionale, dell’istituzione di commissioni nominate direttamente dal Presidente del Consiglio con modalità che riecheggiano altri tempi e altri regimi.
Questo sistema insieme agli stipendi che potranno essere di fascia alta, dovrebbe sottrarre il concorso ai soliti giochetti degli accademici e invogliare studiosi di alto livello a venire in Italia. Ma ci sono tante cose che attraggono i “migliori” e forse lo stipendio non è la priorità. È immaginabile il disagio in un contesto nel quale i rari bandi (l’ultimo dopo tre anni) per i fondi di ricerca, ogni volta con regole diverse abbiano scadenze imprevedibili. E se non si appartiene alla cerchia dei soliti noti, in collegamento con  “scuole” o  “Maestri” la probabilità di aggiudicazione sarà minima per l’orientamento di privilegiare gruppi numerosi e progetti corposi affidandosi ai nomi dei “Piloti” e molto poco alla effettiva qualità dell’idea (300 progetti finanziati su circa 4500 presentati nell’ultimo bando). Per non parlare dei problemi e delle complicazioni che arriveranno per spendere gli eventuali fondi assegnati.

Questo è solo l’ ultimo intervento in ordine di tempo, tutti i governi che si sono succeduti hanno legiferato sull’Università. Il risultato: bilanci boccheggianti degli Atenei, la perdita del 20% dei docenti, declassamento delle università italiane, ma chi ha pagato di più sono stati proprio i giovani aspiranti alla carriera Accademica ai quali sono state negate le prospettive e che hanno portato all’estero buona parte dei migliori.
La situazione è stata definitivamente compromessa dal la legge del Governo di centrodestra ancora in vigore: la cosiddetta “Gelmini” che se si era posto l’obiettivo di responsabilizzare gli attori del sistema universitario, di limitare localismi, nepotismo e conflitti di interesse ha raggiunto l’unico risultato di creare una confusione enorme, l’introduzione di un precariato perenne per i giovani e il rafforzamento delle posizioni dei Docenti più forti e collegati.
Anche oggi restano in vigore per il reclutamento i cardini della “Gelmini”: l’abilitazione nazionale e la valutazione comparativa in sede locale: per l’“abilitazione scientifica nazionale”, il candidato è giudicato da un’unica commissione a livello nazionale, per settore concorsuale, si verifica il possesso dei requisiti per svolgere le funzioni di professore di prima o di seconda fascia, senza limitazioni del numero di concorrenti. Nella fase successiva  tutti i candidati in possesso dell’abilitazione possono partecipare alla cosiddetta  “chiamata dei professori”  che viene attivata  dalle singole università attraverso bando pubblico di concorso, per i diversi settori concorsuali e scientifico-disciplinari. Al concorso possono partecipare solo coloro che hanno conseguito l’“abilitazione scientifica nazionale” e questo dovrebbe garantire la qualità minima dei candidati; il concorso decentrato,  tenere  conto delle particolari esigenze delle singole università.

La sfiducia del governo per una corpo accademico giudicato ostile e anche autorefenziale e nepotista, porta a costruire norme troppo rigide e per gestirle si istituiscel’Anvur (Agenzia Nazionale Valutazione università e ricerca), fortemente legato al Ministro che ne nomina il comitato direttivo. E questo introduce la possibilità di un pericolo di un controllo politico sull’intero sistema universitario. Al legislatore manca il rispetto nei confronti dell’autonomia universitaria e la  macchina è troppo complessa e non tiene sufficientemente conto della differenziazione tra materie umanistiche e scientifiche. Vorrebbe assicurare la scelta dei più meritevoli in modo quasi automatico, mentre perde trasparenza, precisione e obiettività dei criteri ai quali sarebbe stato affidato l’automatismo e la prevista partecipazione alla commissione esaminatrice di un componente “estero” è indicativa dell’ irrimediabile esterofilia provinciale del legislatore italiano.
L’abilitazione nazionale si basa su un meccanismo di soglie invalicabili che vengono conteggiate per candidati e commissari nelle varie classi disciplinari. Le soglie sono calcolate sulla base di un punteggio fisso assegnato alla produzione scientifica  in funzione anche del tipo di rivista ospitante l’articolo, ma il punteggio può essere solo quantitativo. Si determina un duplice effetto e cioè che un’unica pubblicazione significativa e molto complessa e importante, potrebbe non determinare l’ammissione al concorso e inoltre che le classi disciplinari che vedono la presenza di scienziati importanti che partecipano a molteplici progetti di ricerca  diventano proibitive a meno che non si faccia capo di un gruppo importante e numeroso che riesce a pubblicare  moltissimo. Questo insieme alla determinazione della classe concorsuale che non è sempre trasparente  ha portato a migliaia di ricorsi discussi al Tar e al consiglio di stato. In sintesi le classi concorsuali finiscono con l’essere dominate da criteri solo quantitativi e poi nel concorso locale si lascia la possibilità di predisporre le cose per orientare il concorso verso uno o un altro candidato.
La legge determina anche la stabilizzazione del precariato con due tipologie di contratti per i ricercatori a tempo determinato. Anzitutto, un contratto (iniziale) di durata triennale e prorogabile per soli due anni. Poi, un ulteriore contratto triennale, non rinnovabile, e riservato a candidati che hanno usufruito dei contratti precedenti o di assegni di ricerca o di borse post-dottorato o di analoghe posizioni in atenei stranieri con la positiva valutazione in sede locale: un lungo apprendistato, presumibilmente svolto presso la stessa istituzione, la quale ha avuto modo di valutare più volte l’aspirante accademico. La sostanziale cooptazione prevista precedentemente si perpetua, ma con in aggiunta una dose di insicurezza che ha  determinato la fuga all’estero di troppe intelligenza con una formazione importante e costosa per la comunità.

Questo stato di cose sta evidentemente ancora bene ai nostri governanti che non intervengono per sanare o almeno migliorare strutturalmente, ma introducono le cattedre Natta: pura immagine che coinvolge poco chi è poco documentato sull’argomento, ma è argomento forte da sbandierare su media e tv.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dal 2008 il fondo strutturale per l’Università, l’Ffo, ha subito un taglio di 1,5 miliardi di euro l’anno. Il Prin, cioè il Fondo per la ricerca di interesse nazionale, è passato da 100 milioni l’anno a una media di 30 negli ultimi tre anni. E come ha recentemente denunziato su “Nature” il fisico Giorgio Parisi: dei 900 milioni, determinati dal valore del PIL che l’Italia versa all’Europa per la ricerca, 300 non possono tornare in Italia visto lo scarso numero di ricercatori, in base al quale viene ripartito.
Francesco de Majo

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: