Viaggio al termine della notte. Céline al tempo del coronavirus

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L’uomo, al centro di se stesso, solo, di fronte alla totalità delle traversie di una vita, cosa ricerca? E cosa spera di ottenere? Camminando a ritroso, a partire dal proprio vissuto, nell’ora di dare avvio alla narrazione, con gli occhi e la mente come fossero rispettivamente un binocolo montato su una macchina del tempo e un contenitore senza fondo di idee. Il Viaggio e l’essenza della sua, per molti indispensabile, necessaria esperienza speculativa. Louis Ferdinand Auguste Destouches, per tutto il resto del mondo-fuori semplicemente, ma complessamente Céline (Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1 luglio 1961), è stato personaggio, scrittore, saggista, medico per nulla scontato, niente affatto usuale, anzi del tutto fieramente controverso, a livello sferico.
Ha lasciato all’umanità terrena l’eredità sconfinata della sua Storia, l’ “Io” che sta all’interno del lunghissimo “viaggio” esistenziale, spirituale, ma innanzitutto “reale” e tangibile, che ne ha rappresentato la linea continuata del suo irrinunciabile, multiforme pensiero e racconto.

Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.

Céline Viaggio al termine della notteCosì, Ferdinand Bardamù, uno dei più grandi protagonisti di tutta la letteratura del ’900, decide di dare avvio al romanzo narrato, al suo “Viaggio al termine della notte”. In queste pagine vastissime, che corrispondono quasi alla stesura di una enorme carta geografica del planisfero su una tavola, guerra ed epopea sono l’inizio e la fine di un percorso lunghissimo, precisamente dipanato all’interno dei meandri delle grandi tragedie umane. Queste sono raccontate con un linguaggio per lunghi tratti deturpante, ingiurioso, popolare nella sua dura schiettezza e in cui ogni personaggio rivela in realtà il fenotipo dell’uomo, il più delle volte dai tratti morali degradati, ma anche inesistenti, ingenui, fragili.
Il pessimismo irrimediabile sulle sorti della devastata e fatiscente umanità che si incontra nelle pagine del Viaggio, trovano domicilio in quella locanda buia e cadente di un nichilismo al tempo stesso filosofico e storico, consegnato alla classicità dei primi trent’anni del ventesimo secolo. Sembra essersi conclusa così la conta dei rifugi dove albergare il sollievo di assistere all’ottimismo di una umanità finalmente nuova. No, non è ancora arrivato quell’istante, per Bardamù non arriverà mai, non farà in tempo a vedere il “termine”. Questa visione è dunque affidata al lettore, possibilmente postumo, che saprà tirare le somme del vissuto durante la “Notte”. Si tratta appunto del dono dell’autore-protagonista.
La notte degli uomini e delle loro coscienze, le debolezze che sfociano irrimediabilmente nello spregevole, nella ripugnante condotta amorale che genera, uno dopo l’altro, la guerra, il colonialismo, la miseria e la disperazione delle periferie povere delle città. Ma anche l’amore, naturalmente in una visione tragica e legata quasi unicamente a interessi non-sentimentali. Una rappresentazione forse esasperata di una società tutta negativa, tenebrosa, ma sostanzialmente vera.
Dopo quasi un secolo, Ferdinand Bardamù si troverebbe a convivere in questo scorcio di esistenza collettiva con l’abisso della pandemia mondiale. Questa oggi per l’umanità intera sembra essere proprio la nuova “Notte”, letteraria, ovvero simbolica, ma al tempo stesso reale. Siamo alla costrizione di compiere ancora quel “viaggio”, la traversata infangata e appesantita di un fardello che non siamo in grado di sostenere se si affronta nelle proprie solitudini. Emergono infatti nuovi egoismi, rinnovati e prevaricanti interessi, e ci accorgiamo di essere protagonisti di una nuova epopea. Anch’essa sarà raccontata, rimembrata dallo spettatore a venire; solo questi saprà affidare il giudizio su quello che sarà stato.
Il soldato-casuale, il medico, l’uomo Bardamù si trova dunque di nuovo al confronto con il Mondo in cui è inserito. Assisterà ai tambureggianti commenti di “tutti”, ognuno con la visione propria che però non è mai abbastanza. Si scontrerà con imprudenza e faciloneria, questo nuovo nichilismo della non-accettazione della realtà; mondo artefatto che si basa esattamente sul “nulla”. E’ qui che si manifestano le tenebre che si devono viaggiare, è qui che non si vede la luce del giorno “al termine”.

Allo scrittore Bardamù, invece sta il compito di narrare, raccontare ovvero una società che si è scoperta ancora una volta debole e impreparata alla convivenza all’interno dell’epica saga che sta attraversando.
La narrazione futura è affidata a chi ne vorrà scrivere, o lo sta già facendo, compiendo lo sforzo di lasciare all’avvenire il giudizio su ciò che sarà stato.

Cristiano Roccheggiani

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